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A due anni di distanza dall'ultimo concerto italiano i KISS sono pronti a tornare ... saranno a Villa Manin (Codroipo, Udine) il 17 giugno 2013 ed il giorno seguente al Forum di Milano.
NB: La locandina reca le date errate.
PAPA ROACH
(+Escape The Fate+Otherwise)
 (19 giugno 2013)
RATOS DE PORAO
+Cripple Bastards and more
(01 luglio 2013)
 KISS Monster Tour 2013
(17/18 giugno 2013)  


THE DEAFENING - "Death Rattle N' Roll"

VA PENSIERO
30 anni di ROCK e METAL in italiano
di Gianni Della Cioppa. Con la collaborazione di Walter Bastianel e Marco Priulla.
Prefazione di Omar Pedrini. (Crac Edizioni)
Rock e metal cantato in italiano...in trent’anni di storia tante cose sono state fatte e scritte ... queste pagine,tra schede esaurienti, discografie dettagliate, testi, raccontano un lungo viaggio fatto di chitarre elettriche, sogni e speranze.


Hollywood Killerz - Still Intoxicated Area Pirata 2013

Ho scaricato questo “Still Intoxicated” sul mio nuovo Meizu Mx2 (uhm, preferite l’Iphone 5? Contenti voi …) e che dire? Il secondo album dei torinesi HK mi sembra decisamente migliore del suo predecessore. La title-track e “Tied To Please Me” tracciano per bene le due rette all’interno delle quali si muove tutto il disco, nelle sue molteplici versioni (CD, vinile, download, …). Base punky-rock (si può dire?), chitarre che schizzano fuori da tutti i solchi, cori che aiutano un Harry tagliente ed “intossicato” come non mai.A Moment Of Madness” e “Trash Me” seguono sugli stessi ritmi. Tre accordi ed una buona dose di adrenalina zuccherata che a me ricordano, e non poco, il miglior Michael Monroe. Non mi convince appieno il refrain di “Teenage Meltdown” che scappa un po’ troppo via, ma è solo un momento perché i nostri si riprendono immediatamente con la seguente “Distorted Emotions”. Nel booklet (dove noto subito di non essere citato tra i ringraziamenti!) apprendo di un Lollo (ex S.A.D.) stabilmente dietro le pelli. Adoro il suo modo di “spaccare i timpani”, mooooolto Backyard Babies (Peter Carlsson docet!), ed anche questo, unito ad una produzione più grezza rispetto all’esordio, impreziosisce un lavoro che dopo le esplosive “Dead N’ Alive” e “I.O.U.D” (la mia preferita) si accomiata con la bellissima “I Like The Way You Knock Me Down”, dove troviamo il singer dei Prima Donna a dare una mano. Bel disco!

Alessio C.


ADLER - Back From The Dead Autoproduzione 20??

Poi finalmente ti arriva il nuovo disco di Steven Adler e che fai? Lo giri, zero info. Lo scarti, zero info. Lo guardi di fianco, nessuna etichetta e nessun numero di catalogo, sul retro vi è pure un probabile errore grafico di maiuscole/minuscole. Mettersi a cercare info? Neanche a parlarne. Open, play e via andare. Del resto se sei qualcuno stai pur certo che qualcuno ti cercherà o scoprirà prima o poi, diversamente non sarà un sito internet a farti diventare quello che mai diverrai. Che bomba di disco! Non poteva essere altrimenti, stanti le premesse. Diciamolo pure. Se suoni rock di strada (pur in chiave moderna) e cominci a guardare al marketing prima che alle canzoni probabilmente non hai granchè da dire.  Mi rivolgo quindi direttamente a chi, come il sottoscritto, cerca l’anima dei dischi disinteressandosi della coreografia. In giro ci sono il nuovo Hardcore Superstar ed il nuovo Buckcherry, roba grossa, eppure Adler centra il bersaglio e supera la concorrenza. Merito di una produzione efficace, di una voce in palla che ti prende per i testicoli, su tutto di una serie di canzoni che vincono. Sì, vincono. Vincono sulla quantità di bands che mai potranno solo lontanamente evocare uno slow number come “Just Don’t Ask” in cui spunta per l’assolo finale (bellissimo) pure Slash (unica concessione informativa del booklet, unitamente alla presenza di John 5 in un altro cameo chitarristico). Brividi. E vogliamo parlare dello spirito rough di “Own Worst Enemy”, della melodia modern di “Another Version Of The Truth”, della kissiana (periodo “Hot In The Shade”) “The One That You Hated”, delle americanate dall’incedere pachidermico a nome “Back From The Dead”, “Good To Be Bad”, “Dead wrong” e “Blown Away”? Patriottica “Waterfall” ed ammaliante “Habit” con quel groove sinuoso e penetrante.  Il piano introduce “Your Diamonds” (e se vi viene un attimo di palpitazione state tranquilli, è normale …). Che sia il canto del cigno del drummer? Chissà, ma in fondo in fondo non lo vorrei più un altro disco da Steven Adler. Troppo grosso il rischio di non ripetersi più. Mi rileggo ed osservo che non mi capita mai di citare tutte le canzoni, non ne vale quasi mai la pena. Quasi, appunto.

Walter B.


BAD BONES - Snakes And Bones Bagana Edizioni Musicali

2012

Li considero da sempre i Circus Of Power italiani. “Motorcityrocknroll a palla”, ruvidi quanto basta ma inclini a ricercare sempre, tra riff taglienti e voci roche, quel quid vincente che dà un senso ad ogni loro composizione. Album numero tre, formazione rinnovata con l’innesto di Max alla voce e passaggio alla sola chitarra di Meku, formula compositiva che di fatto rimane inalterata. Il basso pulsante di “Don’t Stop Me”, il refrain irresistibile di “Gasoline Rock”, lo sleaze crudo e nudo della title-track. Ci son dentro i primi Almighty, una spruzzata di Raging Slab, la verve dello street rock di annata (quello che infiammava le assi dei locali di Los Angeles sul finire degli eighties). Il blues elettrico e riflessivo “Desert Star Blues” rallenta giustamente le corde così come la ballata crepuscolare “Follow The Rain”, bella sotto ogni punto di vista. Qualche altra scarica adrenalinica prima di giungere al termine con l’inusuale cadenza spirituale di “Indian Medicine Man”.

Mi siete piaciuti ragazzi. Ancora una volta.
Alessio C.

NOVALISI – Per versi soli Face Like a Frog Records 2012

Sono passati anni da quando vidi per la prima volta il trio live, si chiamavano ancora Theraunder e di lì a poco virarono in Novalisi. Ricordo l’impressione che mi fecero. Era un rock sporco, post-punk si direbbe, filtrato di grunge, comunque di impostazione nord-europea nell’essenza. Poco di quello che all’epoca stavo ascoltando, tuttavia fu una di quelle bands in cui avverti vi sia qualcosa in più, indipendentemente dal fatto se un domani diverranno conosciuti o svaniranno nell’oblio. A distanza di anni molte cose sono successe, ma la base non ha subito modifiche, segno evidente che un legame forte vi era ed è. Trovo che il batterista Enrico Lisotto sia il punto di forza, questione di impatto sui pezzi e sul risultato generale. Il fratello Davide, voce e chitarra, appare invece l’anima crepuscolare e decadente. Michele Catto, bassista tuttofare, elegante e sperimentale nel modo di porsi, chiude il cerchio. Ho avuto in più occasioni il piacere di scambiare battute ed opinioni con loro, penso quindi di poter dire senza indugi si tratti di una delle bands (comunque emergenti) più valide dell’area (Treviso, Venezia, Pordenone). Saranno riusciti quindi su disco a far valere le qualità live? Preciso che la presentazione promo del disco recitava “ … dieci canzoni che parlano di solitudine …” e mi chiedo quante bands potrebbero proporsi in tal maniera senza passare per noiose, supponenti o depresse, il rischio di uscirne con un nulla di fatto è alto. Loro se ne escono a testa alta, i testi non deludono le attese, la produzione appare calibrata e canzoni come “Aemme” (anche primo video), “Surf su sangue”, “The Clocks”, “Il soffitto da qui” o ancora “Neranima” li proiettano giusto sotto a quelli che solo un’epoca (probabilmente) più ricettiva ha già consegnato ad etichette e pubblico sovralocali. Rubando le parole all'amico Gianni Della Cioppa aggiungo che “se le major invece di puntare sui burattini dei talent show avessero investito su una band così forse i giovani anni 2000 avrebbero una vera cultura musicale”. Cercateli, andate a sentirli e conosceteli di persona, ne varrà la pena. Non sono molte le giovani bands che paiono aver qualcosa da comunicare (ma è anche vero che non conosco molti che ascoltino rock a 360 gradi, interessati ad approfondire generi distanti da quello che sentono proprio), tuttavia la solfa che in giro "non ci sia un cazzo" è solo “atteggiarsi” da italiano medio.  

Walter B.



CONFESS - The Gin Act Sliptrick Records 2012
Dici Svezia e dici tutto. Un leitmotiv che pare non subire flessioni. Ed allora Confess siano. Già autori di un disco un paio d’anni fa ritornano con l’e.p. in questione nel 2012. Cinque canzoni, tra glam metal e cori anthemici, produzione do-it-yourself che oggi va di moda per necessità, melodie, impatto, performance, non manca niente. L’impronunciabile (nonché non scrivibile senza andare in cerca dei caratteri speciali) canzone in svedese pare persino cantata in inglese e uno nemmeno se ne accorge se non ci sta attento, ovvero se è triste. Ma questi sono funzionali ai momenti di luce, mica di tenebra. Il top e.p. dell’anno passato per chi scrive. Senza dubbio alcuno. E questo nonostante si siano permessi la più anonima veste grafica possibile. Non era facile spacciarsi per fuoriclasse anche in questo. Band da “red alert”, nulla di meno. Come è possibile non si siano già sciolti? Provvedano subito.

Walter B.


BLACK VEIL BRIDES - Wretched And Divine (The Story Of The Wild Ones)

Universal Republic Records
2012


Hanno fatto le prove coi primi dischi ed ora, giunti al terzo, centrano il bersaglio grosso e vincono le Olimpiadi del moderno glam metal. L’Universal mette a disposizione tutta se stessa e le testate americane non hanno altre copertine che per loro. Facciamo un passo avanti (o indietro). Guardo le foto, avranno 25 anni di media, look formidabile, una sfilza di singoli che avrebbero pure la presunzione di far parte di un concept. E’ possibile tanta sapienza compositiva da parte loro? Mah … i dubbi si accavallano, mi insospettiscono i credits, note e marchi vari in calce ai testi, pare un elenco di clausole contrattuali. Al bravo ascoltatore non interesserà peraltro indire ulteriori processi alle intenzioni. E allora, va detto, c’è da stare in allerta. Questi paiono già essere diventati big … ci vorrebbe solo, che ne so, una band tipo i Kiss che se li portasse a spasso per il mondo questa estate per farli visionare a tutti gli internauti. “Wretched and divine” non cambia le regole del gioco, ma è un prodotto studiato e costruito in zona Los Angeles e, piaccia o no, su queste sonorità  non ce ne può essere ancora per nessun altro, inclusa una pur volenterosa scena scandinava. Fenomeni da baraccone? Chissà. Solo il tempo lo sentenzierà (o meno). Quel che mi è certo è che al momento “Wretched and divine” risulta una fortezza inattaccabile.  

Walter B.


DEATH SS – The Darkest Night E.P. Lucifer Rising 2012

Aperta parentesi quadra. Il ritorno dei Death SS come ultima (unica?) speranza di salvezza. Salvezza per una scena (?) hard rock italiana che trovo irrimediabilmente priva di altre possibili guide da troppi anni ormai. Non me la sento di attribuire la colpa al solo sistema musica Italia, storia vecchia come il mondo questa, in giro si è persa quella fame di musica che non puoi saziare con gli esercizi di tecnica, questo è il punto. Messaggio rivolto alle giovani bands prevalentemente. E comunque è solo il mio punto di vista, quello di un ascoltatore seriale. Chiusa parentesi quadra. Cinque canzoni in attesa dell'album che verrà, la canzone che da il titolo all’e.p. in cima, già trasparente futuro classico dal vivo. Omaggio al maestro Simonetti in “Painting Breath”, il re-styling di "Abnormal 2012", un viaggio nel mistero del vuoto cosmico in “Dreamland” prima del pezzo gothic-dance dell’anno, ovvero “Witches’ Dance”, morbosamente esaltante. Steve Sylvester non perde colpi e da quando ha indovinato l’inserimento di Freddy Delirio alle tastiere (uno che un simile nickname lo può portare a pieno titolo) può ancora permettersi di rivaleggiare con tutti. I Death SS nel 2013 rimangono la più valente band italiana da esportazione.

Walter B.


CRASHDIET - The Savage Playground

Frontiers Records 2013

La metafora del glam metal 2.0 sta tutta nelle tredici tracce (più una) del quarto disco dei Crashdiet. Non c’è più nulla da dire in un genere che sopravvive solo grazie a band di giovanissimi ingabbiati tra il pedissequo “copia incolla” di Poison e Motley Crue anni ottanta o lo stravolgimento dello stile verso derive moderniste. I Crashdiet stanno esattamente a metà del guado. Nè troppo conservatori, nè troppo progressisti. Nulla di male a dire il vero. Peccato che nel giudizio debbano entrare anche “le canzoni”. Con il loro incedere, le loro melodie, le liriche, eccetera eccetera. E qui, la materia prima, quella di prima scelta, lascia a desiderare fin dalla prima nota. Al quarto, quinto ascolto del disco, “Change The World” coi suoi cori epici (unico marchio di fabbrica rimasto intatto dal loro esordio) ha cominciato a fare i suoi effetti, risultando ben congeniata. E’ la calma piatta successiva che mi ha lasciato alquanto perplesso. Non tutto è da buttare. Un singer meno attento alla lacca del suo ciuffo da moicano (uhm, invidia?) e più dotato non sarebbe una cattiva idea ad esempio. Anche se devo ammettere che i nostri alzano il tiro sul finale con pezzi come “Snakes In Paradise (andatevi ad ascoltare l’intermezzo, sembra “Tomorrow” di Amanda Lear o sono impazzito?), “Damage Kid”, “Excited” e soprattutto “Garden Of Babylon”. C’è luce in fondo al tunnel. Basta solo lavorarci un pochino di più.

Alessio C.


THE SCAMS - Bombs Away
Lightning Records
2012

Non di sole paillettes e lustrini son fatte le nuove leve “Made in Sweden”. Per fortuna mi viene da aggiungere. C’è tutta una pletora di band che non segue la scia “CrashDiet”, ma indossa i panni dell’operaio metallurgico badando alla sostanza più che alla forma. La vittoria dello stile AC/DC su quello Kiss? Forse, ma non del tutto nel caso della band in questione, che assolve al suo compito con il classico rifforama alla fratelli Young ma che nella produzione (lasciatemi il termine “spaziale”) e nella voce di Daniel Kvist ricorda non poco i primi classici del bacio newyorkese. Quelli interpretati da Paul Stanley. I nostri hanno appena staccato il ticket per il prossimo Sweden Rock Festival (indovinate un po’ chi sarà la band headliner?) e ascoltando fino allo sfinimento anthem come “Bombs Away”, “I'm Not Alone (Got Rock N Roll)” e “Pour Me One More” non posso che congratularmi con gli organizzatori dell’happening. Insieme agli iberici ’77 e ai conterranei Bonafide, il meglio della reinterpretazione di certe sonorità sta tutta nelle dieci tracce di questo debutto.

Alessio C.

In arrivo il tour dei LOST ANGELS, supergruppo formato da alcuni tra i più apprezzati musicisti della scena hard rock americana:

ERIC DOVER
: già cantante di Jellyfish ed Imperial Drag, ma soprattutto storica voce della prima incarnazione degli SLASH'S SNAKEPIT;

ERIC BRITTINGHAM: bassista e membro fondatore dei leggendari CINDERELLA! Quindici milioni di dischi venduti per una band il cui successo non è mai scemato;

RYAN ROXIE: guitar hero americano ormai da anni stabilmente in Svezia  ha suonato con Alice Cooper, Slash e Gilby Clarke. Come session ha partecipato a dischi di artisti come Tal Bachman (la cui hit planetaria "She's so High" ha raggiunto la top ten in mezzo mondo) e Gilby Clarke;

TROY PATRICK FARRELL: apprezzato session drummer residente in California lo abbiamo visto in azione dalle nostre parti dietro i tamburi dei WHITE LION.

Uno show di due ore durante le quali i nostri proporranno i grandi classici delle rispettive bands di provenienza. Ospiti d'eccezione per l'intero tour i J27: la band toscana comincia bene il 2013 dopo un 2012 favoloso, che ha visto la pubblicazione dell'album d' esordio ed una importante serie di esibizioni live culminate con l'apertura a Marilyn Manson.

Queste le date: 31  gennaio - Circolo Colony with Reb Beach - Travagliato (BS) / 1  febbraio – UFO - Brunico (BZ) / 2  febbraio – Borderline - Pisa / 3  febbraio - Interstate 270 - Tricesimo (UD)



PLEASURE ADDICTION - InDependence Shotgun Generation Records 2012

Con pazienza (soprattutto con fortuna) scartabellando nel caotico archivio di NoRespect dovrebbe spuntare qualche commento al demo dei Pleasure Addiction datato 2007. La band francese mi aveva colpito subito, brillante autrice di un glam metal scanzonato ed amabilmente debitore della stagione d’oro del genere. Corsi a sentirli in concerto l’anno seguente quando passarono fugacemente in Italia, era il periodo in cui Flavio Meggiato (voce degli Europroject) era entrato a far parte della band. Negli anni hanno suonato a Parigi (dove c’è da supporre la concorrenza non manchi) prima di White Lion, Winger, Europe ed in formazione è subentrato Butcho a Flavio. L’anima della band rimane il bassista Stuffy, musicista che dai tempi dei Voodoo Smile, passando per i Love Sikk Junkiez (avete presente la copertina del loro mini vero? Fossi in voi mi affretterei a scovarla in rete, nel caso la risposta fosse un no) ha sempre regalato motivetti glam metal di cui gioire. E stavolta? Ancora una volta mi alzo dalla sedia con la pancia piena, sorriso inebetito e con qualche anno ed acciacco buttato indietro. Solo chi non ama il glam metal nella sua più pura accezione non potrà mettere in cima alla sua playlist 2012 questo InDependence. E’ possibile che ancora mi si lucidino gli occhi per un cd tutto lustrini e coretti? Pare di sentire i  danesi Sateria qua e là, liberando le lacrime quando a metà di “Shot Of Poison” parte l’inciso in italiano che recita “Ciao amore, sono io, Anna, c’ho pensato … è finita, e voglio solo dirti ... Addio”. Non stupisce neppure che la provenienza sia francese, da sempre terra di mine vaganti, si chiamino Black Or White o Sweet Lips se parliamo del remoto, Black Rain o Lipstixxx And Bulletz se dell’altro giorno. E’ curioso come da un genere decadente come il glam metal possa venire un barlume di speranza. Ho già scritto che sono (abbondantemente) nella mia top 5 del 2012?   

Walter B.      


THE FIRE - Supernova
Valery
Records
2012


Sono una delle migliori rock bands in circolazione. Ops, giusto … “rock” non vuol dire più nulla da quando Celentano (che una volta “rock” lo sarà anche stato, chi lo nega) si è professato “rock” giocando a vero o falso in tv. Mi spiego meglio allora (nel mentre fate una cosa, andate a sentirli in concerto, suonano ovunque, non avete scuse e non ve ne pentirete). Il terzo album dei The Fire non fa che amplificarne i valori sinora espressi. Ascoltando oggi Olly e soci (Filippo Dallinferno, Lou Castagnaro, Pelo ed Alecs) non si che può che volare idealmente in Gran Bretagna e scomodare i Manic Street Preachers (scusate, ho scritto MANIC STREET PREACHERS!), la band a cui meglio di altre mi sento di accostarli. Sound inglese, non tarderanno quindi a riecheggiare anche The Killers o Pulp. Epigoni? Cloni? No. No perché considero una buona canzone una buona canzone e basta. Qui ci sono potenziali singoli (“Claustrophopia”), rimandi agli U2 (“See you next time”), l’hard moderno della nota “Follow Me” (duetto con Alteria, che pezzo!), l’anima dei Preachers in “Paralyzed”, la coralità nord-americano alla Harem Scarem (o dei Foo Fighters?) di “Supernova”, ancora l’Inghilterra in “Waltzin’ Monnalisa” e in “Just Can’t Get Enough” (qualcuno che menzionasse gli emergenti australiani The Jezabels non sbaglierebbe). Potevano mancare all’appello gli Hives? Buon per loro che in “Dynamite” possono frullarsi con Gwen Stefani. “Mr. Pain”, pachidermica, guarda agli USA (John Corabi? The Union? Zakk Wylde? All in one!), mentre ancora modern rock vellutato di gothic in “Out Of Here”. Il cameo di Pino Scotto oramai è d’obbligo (“Business Trash”) e chiusura ancora in italiano con “Tu sei solo mia”, canzone bellissima (se devo sbilanciarmi è probabile che sveli le debolezze su trame in italiano). E’ lampante che la band  stia vivendo una fase di grazia compositivo-esecutiva che le ha consentito di immettere sul mercato un disco che non può che fare la gioia degli ascoltatori tanto del melodic quanto del pop … in rock.

Walter B.  


BLACK MAMA - Black Alliance
Black Mama
2012

Una delle migliori autoproduzioni che abbia sentito. Non perché “spacca” (termine idiota in uso quando non si sa cosa dire) o perché ha “attitudine” (significato identico a “spacca”). È un album con belle canzoni, punto: ben suonate e cantate ancora meglio, con un riffing di qualità superiore. Influenze splendidamente anni '90: i Motley Crue che nessun sedicenne può capire (quelli di Corabi e dell'oscuro album omonimo di quasi 20 anni fa), i Pantera meno caciaroni e soprattutto i loro derivati più sabbathiani (Down). E ancora, un feeling blues da cacciatori di coccodrilli e consumatori di whisky. Ascolti obbligati (se proprio si va di corsa): “King Kong Man” è l'hit, talmente giusta che dovevano registrarla 10 volte cambiando il testo (confido nei prossimi album); “Slowdown”, viaggio allucinato tra le paludi della Louisiana, lurido dello stesso fango con cui i Down creano i loro trip musicali; “The Ghost of the White Road”, la ballad di chi nella vita ne ha passate tante (musicalmente e non). Ora come ora, obbligatorio.

Giampiero N.


RUSTED PEARLS & THE FANCY FREE - Roadsigns
Rusted Pearls

2012


Se citi tra le tue influenze Black Crowes e Ryan Bingham allora, per me, hai già vinto. Ovvio che poi devi saper suonare e cantare. I friulani Rusted Pearls ci riescono alla grande con un godibilissimo EP di sei pezzi e un plauso va anche alla scelta del formato ridotto che ci evita, come accade spesso con altre band agli esordi, inutili riempitivi. Devo dire, con estremo piacere, che i riferimenti stilistici forniscono solo una minima indicazione perché Dario Snidaro (voce/chitarra) e compagni hanno saputo dare un tocco personale ad un genere che, nelle sue innumerevoli sfaccettature, ha già detto tutto. Così “Free” e “Roadsigns And White Lines” ci presentano subito un hard rock, poco hard ma molto blues, dove la robusta base ritmica si impone con eleganza a scapito, unico peccato originario, delle linee vocali. Voce che si riappropria del ruolo principe nei pezzi più acustici come “Chilly Girl” e “Rusted Pearl”, vero gioiello caratterizzato anche da un assolo old fashioned di ottima caratura. “Precious”, coi suoi cori femminili, è la chiusura coi fiocchi di un lavoro che mi ha ricordato sovente gli sconosciuti Young Turk di “N.E. 2nd Ave” (Virgin Records, 1992). La strada è segnata, speriamo sia l’inizio di una nuova storia da raccontare.

Alessio C.



MARCO PRIULLA - Heavy Metal Messiah
YouCanPrint
2012


"C
on Sad Wings Of Destiny i Judas Priest lacerano con crudeltà tutti questi fantasmi, squarciando definitivamente la carcassa del'hard rock, originando quel suono tenebroso, gotico, epilettico e spietato che costituirà le fondamenta del metal."
(M.P.)
Finalmente disponibile la ristampa del primo libro dedicato alla band britannica, originariamente edito nel 2007!
Clicca sulla foto per i dettagli.


GLORIA NUTI – Ricca Di Spirito SER Music 2012
Ritorna a distanza di oltre vent’anni Gloria Nuti, cantante ed autrice che aveva rilasciato un omonimo cd già nel 1989 (su etichetta Philips). Al tempo le sonorità erano elegantemente pop rock-tardo wave  e non stupiva la presenza in formazione di turnisti inglesi di primordine (Charlie Morgan,  Clem Clemson …) ad avvalorarne la deriva. “Ricca di spirito” mette in copertina l’immagine di lei, aggressiva ma elegante, ammaliante con garbo, distante dai modelli (si possono chiamare tali?) delle giovani sciattone in rock. Proprio di rock italiano si tratta, in linea per qualità con una produzione quale l’ultima di Umberto Tozzi. Vocalmente Gloria mi rimanda a Mirella Felli (R.I.P.) o a Paula Rose: voci graffianti, sul pezzo, poco da spartire col canto melodioso all’italiana comunemente inteso. A buon intenditore la Stratocaster in copertina peraltro deve subito destare più di un sospetto si possa trattare di (buon) rock. Disco registrato tra USA (le batterie, e si sente), UK ed Italia, a prova di esterofili contestatori. Testi in italiano e traduzione a fronte (si può sgrezzare l’inglese anche così), tra le undici canzoni spuntano il brano scritto con Zucchero (“Il mare calmo della sera”) che permise ad Andrea Bocelli di vincere Sanremo Giovani a metà anni Novanta, la chitarra di Steve Conte (da tempo nel giro dei N.Y. Dolls) in “Vero amore” , la versione italiana dei The Paradoxical Commandments e, ciliegina sulla torta, “La donna che vuoi”, versione in italiano di “One Last Soul” dei Black Country Communion. Si respirano gli anni Sessanta e  Settanta, con poca voglia di accomodare una utenza impreparata. E’ un disco per ascoltatori, inadatto a chi considera la musica un semplice intrattenimento sopra cui fare altro. Per molti pare sia impossibile far meglio oggi che in passato, tuttavia Gloria Nuti dimostra che è uno sciocco modo di pensare, purchè ci sia qualcosa da dire e non manchino qualità da spendere.
Walter B.  


LOS BASTARDOS FINLANDESES – Saved By Rock’n’Roll 100% Record Company 2011

Ricetta: versare in un mixer i Kiss anni Settanta e l’impatto corale di quelli anni Ottanta, prendere Lemmy ed inserirlo dall’alto, mandare l’impasto ottenuto ai Lynyrd Skynyrd ed attenderne le eventuali sistemazioni da apportare. Ancora pochi minuti di shakeramento (a bassa velocità, non sia mai che si faccia troppa confusione), versare in un cd e spedire alla commisione esaminatrice ZZ Top per la certificazione e timbro finali. Stampare, pubblicare e spammare il risultato ai quattro venti. Arrivano al quarto album i Los Bastardos Finlandeses (un nome più sudista non lo potevano proprio trovare per sviare la provenienza da Helsinki!), ennesima band di cui i più (me compreso) fino all’altro giorno ne ignoravano l’esistenza. Lacuna grave, questi fanno sul serio, qui tutto è al top, dalla produzione alle canzoni, dall’impatto all’impacchettamento. Del resto dubito gli Skynyrd accettino di farsi aprire le date inglesi da gente incapace. Passare al checkout.    
   

Walter B.



JACKYL - Best In Show Mighty Loud 2012

A differenza dell’ultima fatica degli Snew, i Jackyl del buon Jesse James Dupree ci presentano un ritorno davvero coi fiocchi. Sono passati vent’anni dal folgorante debutto via Geffen ma una canzone come l’iniziale “Best In Show” non avrebbe di certo sfigurato nel lotto, così come “Horns Up” che colpisce col suo refrain quasi irresistibile. Un discorso a parte meriterebbe “Cover Of The Rolling Stones” (originariamente incisa dai Dr. Hook & the Medicine Show) dove il singer dà il meglio di sé, prima dell’onnipresente assolo con la motosega. Il bluesaccio sporco di “Walk My Line” mette di nuovo in mostra le doti canore di Dupree che a dispetto dell’età sembra non aver perso un briciolo di energia, mentre è con la successiva “Favorite Sin” che la chitarra di Jeff Worley prende il sopravvento e si prodiga in un solo a dir poco infuocato. La classica ballata in stile southern “Don't Lay Down On Me” ci indica che siamo quasi al capolinea e ci conferma, ce ne fosse ancora bisogno, che i Jackyl non tradiscono mai!

Alessio C.


SNEW - What’s It To Ya
Maman Music Co. 2012
Giunti alla prova del terzo disco, i losangelini Snew sembrano avere un po’ il fiato corto. Intesi, i dieci pezzi interpretati da Curtis Don Vito e compagni sono sempre all’altezza ma in un turbinio di uscite che sembra non conoscere fine (pensiamo agli ultimi lavori di Lynyrd Skynyrd, Last Vegas, Bonafide) il rischio di finire all’angolo è alto. Inizio altalenante con la veloce “Release The Beast” poi il tasso di adrenalina sale con i 4/4 di “I Got A Rocket”, un vero calcio nel didietro che ci riporta ai migliori Jackyl, costante punto di riferimento dei nostri. E’ un hard rock sanguigno con forti venature southern quello che si sviluppa attorno a pezzi come “Pull My Stinger”, “Electrolux” e la title-track salvo poi raggomitolarsi nell’immancabile ballata dal sapore country-blues “Bad Words”. Le potenzialità per dare alle stampe qualcosa di più emozionale ci sono tutte, peccato non sfruttarle appieno.

Alessio C.


I 100 MIGLIORI DISCHI GLAM METAL
- The Sunset [d]generation
Federico Martinelli - Moreno Lissoni - Gaetano Fezza
Tsunami Edizioni 2012

Finalmente. Ci sono libri sul punk. Libri sul metal in tutte le salse. Libri sul grunge. Ma una completa disanima del fenomeno “Sunset Boulevard” che ha segnato pagine importanti della musica hard rock non era mai uscita (a mia memoria). Se ne è assunto il gravoso compito la “gang” di SLAM materializzando un volumetto (bello corposo a dire il vero) con i cento dischi che non devono mancare nella collezione di chi ha ama certe sonorità. Dieci anni, dal 1984 al 1994, il periodo preso in esame che ha abbracciato una serie di dischi “immortali” catalogati oggi come hair metal, ma all’epoca suddivisi tra i sottogeneri glam, street, FM, southern, AOR, ... Folgorato sulla via di Damasco dall’esordio dei Guns N’Roses, posso dire di aver “vissuto” quel momento praticamente in diretta. Le uscite quindicinali di Metal Shock e H/M, le letture a scrocco in edicola di Kerrang!, le vendite via posta di cassette registrate, i sabati passati al “Pick Up” di Bassano del Grappa a scegliere minuziosamente, visto le scarse disponibilità finanziarie, tra le decine di uscite mensili l’ellepi (o i primi cd) da comprare. Non mi sono fatto mancare nulla. Conoscendo indirettamente gli autori mi è parso di cogliere come le tre anime si siano suddivise il lavoro, e il non facile compito di selezione dei titoli, secondo i propri gusti personali. Scelta inevitabile e condivisibile. Che dire? Ho letto il libro tutto d’un fiato cominciando dai Two-Bit Thief, saltando da un disco all’altro e dando libero sfogo al cassetto dei ricordi. Come previsto da Federico Martinelli nell’introduzione, difficile non lamentarsi della presenza/assenza di qualche interprete. Quasi un gioco direi. Io ad esempio avrei lasciato perdere le band hors catégorie (Van Halen, Bon Jovi, Def Leppard, Kiss, …) e quelle un po’ troppo ai margini rispetto all’incipit del libro (Babysitters, Soho Roses, …) a favore di altri. Penso al fondamentale “Strange Love” dei T.S.O.L. (incensato sulle pagine di H/M dal grande Paolo Piccini), ai Cult di “Sonic Temple”, agli esordi di Bulletboys e Shark Island, l’omonimo dei Raging Slab e qualche altra produzione svedese (“Cruel Intention” dei Nasty Idols). Ma giusto per “rompere le scatole”… perché il libro sarà il mio regalo di Natale a parecchi conoscenti, accompagnato dal breve biglietto di auguri “Are you going to Heaven or Hollywood?” Complimenti.

Alessio C.



CRUCIFIED BARBARA - The Midnight Chase GMR Music Group
2012


Tengono “botta” Mia Coldheart, Klara Force & company e arrivano alla fatidica terza uscita con questo “The Midnight Chase”. Anche loro nel corso degli anni hanno “indirizzato” il loro sound verso territori più heavy, risultando come ben dimostrato con gli undici pezzi qui presenti una sorta di alter ego (al femminile) degli Hardcore Superstar. Chitarre affilate ma non troppo, sezione ritmica corposa ma non spinta, spiccata attitudine ai refrain. Anche se, occorre dirlo, manca la capacità di scrittura di Jocke Berg e soci. Il singolo “Into The Fire” è esemplare in tal senso, col suo incedere roboante e le aperture a cori dalla facile presa. Bella, decisamente, anche la ruffiana “If I Hide”. Le nostre non esitano a mostrare i muscoli, si ascolti “Rock Me Like The Devil”, salvo poi alzare bandiera bianca con la introspettiva ballata “Count Me In”. Manca ancora qualcosa per un salto definitivo di qualità, ma nonostante ciò le Crucified Barbara rimangono la migliore all-female band del momento.

Alessio C.


LESS THAN  4 - By Blood By Heart Black Lodge Records 2012 La Svezia non vive di sole sleaze-glam bands sulla falsariga di Crashdiet, Crazy Lixx e compagnia bella. Anche l’hard rock radiofonico fa parte del DNA di questa nazione che da sempre vede nuove leve rincorrersi sulla strada segnata in modo indelebile da gruppi storici (penso agli Easy Action, agli Europe e a tante altre). I tre giovanissimi Less Than 4, insieme a H.E.A.T. e Dynazty rappresentano quanto di meglio uscito dalle lande scandinave in questo 2012. Basta dare un ascolto veloce al trittico iniziale “Fucked Up Kid”, “In It For The Money” e “By Blood By Heart”, vero sunto di vibrazioni hard e melodie vocali per rendersene conto. La chitarra non è certo di quelle che fanno male, ma almeno qui non sono presenti certe pomposità eccessive che ritrovo in gruppi come i conterranei The Poodles.Tutto l’album mantiene un tiro costante fino alla conclusiva “Nothing Is Thicker”, che ci seduce come una ballata piano e voce salvo poi rivelarsi un rock anthemico dal sapore agrodolce. Piccoli svedesi crescono.

Alessio C.


GREASE HELMET - Grease Helmet GH Records 2012

Dici Hanoi Rocks e pensi subito a Michael Monroe e Andy McCoy. Finita la reunion (tanto rumore per nulla?) i due sono tornati a far parlare di sé attraverso ciò che sanno fare meglio. Michael con il controverso (a mio dire) “Sensory Overdrive”, Andy con questa band nata nel 2009 ed approdata solo ora alla sua opera prima. Ma che debutto! Fuochi d’artificio, non mi viene in mente altro ascoltando “Sold Our Soul”. Non so quale sia stato il contributo compositivo di Andy, ma il quintetto guidato dalla voce di Jere Garcia sembra aver assemblato un manciata di pezzi al fulmicotone. Sleaze rock coi fiocchi, come il miglior Andy ci ha propinato in passato coi suoi lavori solisti. Difficile davvero credere che non ci sia una distribuzione ufficiale per questa release, ma oramai tutti (anche i major artists) hanno capito che è meglio registrarsi il disco e venderlo da soli piuttosto che attendere qualcuno che bussi alla porta. “Keep Your Helmet Greasy”, “Antisocial”, “Nobody Rides For Free” (fiati in sottofondo!), “Second Try” (pieno territorio Hanoi e grande intermezzo alla voce di McCoy) si susseguono mettendo a fuoco una sezione ritmica precisa, un ottimo vocalist e lancinanti mix di chitarre (ottimo l’apporto di Ben Varon). A parte l’inascoltabile “Mustang Babe” fatico a trovare dei passi falsi, e il k.o. finale arriva quando il nostro apre l’intro di “Restless” (Shotgun Gallery), qui “stravolta” in modo delizioso.
Lo zingaro del rock è tornato. Lunga vita al re!

Alessio C.


MIDNITE EVE - Midnite Eve Demon Doll Records 2012

Si può essere, nel 2012,  Poison più Poison dei Poison di “Open Up And Say… Ahh!”? Se ti chiami Midnite Eve e incidi uno sciccoso EP di sei pezzi per la Demon Doll Records direi di sì. I quattro svedesi (avevate dubbi?) hanno il physique du role per questo genere di sonorità e cercano di sfruttare un filone che ahimè ha già dato il meglio di sé venti e rotti anni fa. Per i nostalgici del pop metal tutto fuseaux e lustrini canzoni come “Bad Brand” (presente anche il video, un po’ pacchiano a dire il vero) o l’acustica “We Don’t Need No Hero” potrebbero comunque essere un ottimo passatempo. Se poi vi manca tanto la nuova “Fallen Angels” (ancora Poison?) allora “Walk Of Shame” è lo zuccherino che mancava per mandare k.o. i vostri valori di glicemia.

Alessio C.
FEDERICO BRUNO - A Gentleman Loser Secondo Avvento Produzioni 2012

Suona bene, non c’è che dire, questo esordio del siciliano Federico Bruno. Tredici pezzi in versione “stripped”, prodotti da Mahatma Pacino (ve li ricordate i Bastet?), che ci raccontano stralci di vite vissute, nella classica formula del cowboy metropolitano che armeggia con la sua chitarra acustica. Mi vengono in mente i Dogs d’Amour intimi di “A Graveyard Of Empty Bottles” (quando la voce di Tyla era ancora “acerba”) o il Ricky Warwick di “Belfast Confetti”. Cuori spezzati. Amori ritrovati. Letti disfatti. L’ultimo goccio di whiskey. Notti insonni ad aspettare che le ombre avvolgano ogni cosa. “Burning Star”, “A Prayer” e “Scars On My Heart” gli episodi, a mio parere, più riusciti. Ma tutto il disco mantiene un elevato standard compositivo. E con l’inverno alle porte, un bicchierino di “Gentleman Loser” è quanto di meglio si possa desiderare.

Alessio C.


J27 – Generazione mutante Vrec 2012

Sono al secondo album, cantano in italiano, annoverano in formazione giovani veterani dello stivale in rock, già in Gran Ma Monkey, Smelly Boggs e Gray, sono i J27. L’ugola coverdaliana di Marco Biuller/Ramsex (anche nei Wicked Desire, tanto per completarne il pedigree) è il valore aggiunto di una band che trova il modo di dare un’ impronta hard rock ad una manciata di canzoni che scavano nel vissuto per trarne storie e riflessioni. Liriche pregevoli quindi, egregiamente incastonate in architetture lessicali mai banali, vedi “Alla ricerca di me”, “Non esisti” o ancora ”Il viandante”. Qualche caduta (o strizzamento che dir si voglia) ad un pop manierato si poteva evitare, ma sono peccati minori e comunque circoscritti. Apriranno la data italiana del concerto di Slash, chi meglio di loro che ne vantano almeno un adepto in formazione? Tra le cose migliori abbia offerto il panorama rock in lingua italiana da anni a questa parte. Avendo avuto il piacere di assistere ad un loro concerto il giudizio finale tiene già conto delle notevoli capacità e presenza sul palco che sono in grado di offrire.
Walter B. 

HËSSLER – Bad Blood Autoproduzione 2011

Trent’anni fa il sogno americano era il comune denominatore di ogni musicista hard rock non americano in erba. Scambiando qualche battuta con Igz Kincaid, chitarrista di origini serbe e leader degli Hëssler, pare che la geografia dell’hard rock si sia ormai definitivamente invertita. I suoi riferimenti espliciti sono Judas Priest ed Iron Maiden come il suo guardare alla vecchia Europa come unica depositaria dell’ortodossia heavy metal. Tempi che cambiano. Gli Hëssler, inutile girarci attorno, mettono in vetrina l’esuberanza estetica di Lariyah Daniels, cantante, modella, salutista, trainer e molto altro (guardatevi le foto su: www.lariyahdaniels.com). Fossero italiani già si sarebbero tratte troppe conclusioni, ma in USA emergono oggi talmente poche bands di vetusto hard rock che quelle poche sanno il fatto loro senza aver bisogno di spintarelle. Gli ascolti di Igz emergono chiari tra le sette canzoni di “Bad Blood”, tuttavia l’impatto di Lariyah orienta verso Doro Pesch. E’ così che ascolti “Crash’n burn” e “Shark attack” e pare di sentire i Warlock. Efficace la ballad “Scarlett” e dirompente “Kamikazi”, di cui postammo il video settimane fa. Stanno registrando il primo disco ufficiale se consideriamo che questo “Bad Blood” viene pubblicato nelle modalità tipiche delle autoproduzioni. Band da segnare nel taccuino e da vedere live come priorità se, come pare, ve ne sarà l’occasione dopo l’uscita del suddetto album. Non vi ho convinti? Sappiate allora che sono amici dei The Last Vegas e parlano la stessa lingua in musica! A buon intenditore poche parole.

Walter B. 


DANKO JONES - Rock And Roll Is Back And Blue Bad Taste Records
2012

Allora, dove eravamo arrivati? Il buon Danko Jones mi è entrato nelle vene una sera di tanti anni fa (era il 2001?) incantando la platea in attesa del concerto dei Backyard Babies al C.S. Pedro di Padova. Ne è passata di acqua sotto il ponte da quel giorno. Il nostro ha messo alle spalle sei dischi, compreso quel “I’m Alive And On Fire” venduto al concerto di cui sopra, e una incessante attività live (culminata con l’apertura del tour canadese dei Guns'n’Roses nel 2009) guadagnandosi un discreto seguito. Hard settantiano, garage rock ruffiano e tanto sudore caratterizzano ogni suo lavoro, in una varietà di stili che lo fa sì apprezzare sul palco (dove si concede senza risparmio) ma non lo premia in termini di appeal commerciale. Prendete due pezzi come “Just Beautiful Day”e “Always Away”, perfetti nel miscelare ruffianeria radiofonica e integrità artistica ma ahimè sufficienti solo a guadagnarsi un ottimo giudizio in sede di recensione. D’altronde che ce ne faremmo di un Danko Jones e del nostro paisà John Calabrese sulla bocca di tutti? Nulla!

Alessio C.


’77 - High Decibels Listenable Records
2011

Quanti epigoni conoscete degli AC/DC? Dieci, cento, mille? Beh, io per quanti possano essere non mi stuferò mai di ascoltarli, sentenziando come capolavori alcuni (Johnny Crash su tutti), come buoni esercizi di stile altri (penso agli Airborne, che comunque hanno il merito di aver riportato in auge certe sonorità) e tralasciando il resto. Con gli spagnoli ’77 (ma un altro nome no?) siamo nella metà del contenitore “molto buoni”.  I due fratelli (ma dai!) Valeta non si discostano di una virgola dal sound dell’era Bon Scott ma usano una diligenza da 10 in pagella che li salva dalle critiche di plagio. Adoro il modo in cui interpretano “Are You Ready For Rock’n’Roll”. LG Valeta nella parte di Angus, Armand Valeta in quella di Malcolm/Bon sono supportati da un duo ritmico che funziona meglio di un metronomo. E i risultati di vedono.“(Gotta Go) Gotta Hit TheRoad” è un vero pugno nello stomaco, così come “Let’s Beat It Up” anche se il vero must dell’album è quella “Since You’ve Been Gone” posta quasi in chiusura. Chiudete gli occhi e fate finta di essere alla fine degli anni settanta, quando una song così se ne infischiava delle mode (qualcuno ha detto punk?) ed era pronta a consegnarsi all’immortalità. C’è chi si esalta per i Rival Sons, io passo oltre e mi accontento di questo ottimo bicchiere di sangria, servito fresco dall’ottimo Nicke Andersson. Alla vostra salute!

Alessio C.
RICH ROBINSON - Through A Crooked Sun Circle Sound Records 2011

E’ il fratello “sfigato” di Chris e mentre dei lavori del vocalist dei Black Crowes (impegnato in questo periodo con gli ottimi Brotherood) tutti ne parlano, “TACS” è passato praticamente inosservato. Un vero peccato. Sarà che ho una certa predilezione per i “loser” (attenzione a non farsi trarre in inganno dal termine!), ma io ho trovato il disco pieno di spunti interessanti. Certo la voce rimane uno dei suoi limiti, nasale e poco ricca di sfumature, ma il “modus operandi” è decisamente ispirato e le interpretazioni ne risentono in modo positivo. Un sapiente mix di blues, hard e southern. Un pizzico di psicheledia. Un certo manierismo alla sei corde e il solito rimando ai grandi del passato disegnano il quadro di questo lavoro che spazza via le critiche riservate al precedente “Paper” (correva l’anno 2004). Qualche spunto? “Hey Fear”, “Follow You Forever” e per chiudere in bellezza “I Don’t Hear The Sound Of You”. Sei minuti lisergici, con tanto di jam finale, sufficienti a decretare la bellezza di questo album. Per chi non vive di soli Black Crowes!

Alessio C.



MIDNIGHT COWBOYS - Taste Of Oblivion
Demon Doll Records 2009

Va bene. Possiamo dirlo. Io sono scemo e questi “signori” svedesi non li avevo mai sentiti. Il nome è troppo standard forse per attirare la mia attenzione, sta di fatto che sentendoli su un cd di Classic Rocks (avete presente, quelle compilation che non ascolti manco per sbaglio?) mi sono chiesto “ma chi diavolo sono?”. Inutile stare qui a perdere tempo. Alvin Spear & company hanno il look che uccide, l’attitudine giusta ma soprattutto (conta ancora qualcosa?) cinque pezzi che ti spaccano le orecchie. Lezione inutile mettersi a citare le nuove leve svedesi di oggi. Prendete i Nasty Idols di “Cruel Intention”, che tanto nessuno negli anni ha saputo fare di meglio, e accomodatevi al tavolo. “Misery” sopra tutte, ma anche le altre non sono da meno. Date loro una chance!

Alessio C.



JETBONE - Jetbone Killed By Records
2012

Li vedi e provi una certa tenerezza. Selvaggi con la faccia d’angelo, buoni per qualche pubblicità patinata, che formano una band di rock stradaiolo, si producono un album e provano a venderlo tramite i canali “moderni” (social network,  passaparola, …) senza alcun supporto finanziario. Forse c’è ancora speranza, mi verrebbe da dire. Ma non mi faccio illusioni. Compro un disco, lo ascolto, lo rimetto a posto e passo oltre. Lo dico subito, così non mi fraintendete. I Jetbone mi piacciono, e parecchio. Con il loro (hard) blues rock che pesca a piene mani dagli immarcescibili Rolling Stones. Se non vogliamo esagerare con i paragoni li porrei come l’anello di congiunzione fra i conterranei Diamond Dogs e gli Hellacopters di fine carriera (quelli meno garage tanto per intenderci).Mi sono innamorato del loro video “Baby It’s Your Time” che supporta una song bella fresca, con un refrain che ti entra subito in testa. Nulla di miracoloso, sia detto. Ma ha quel sano gusto nordico nel (re)interpretare le lezioni di matrice anglosassone degli anni d’oro del rock and roll. Nella loro biografia citano Faces e Kiss. Direi che ci siamo. Sulla stessa lunghezza d’onda “Time By Time”, “Dead City Fire” e “Take Me Down”. Gusto nelle melodie, sapiente mix delle chitarre, il tutto unito ad uno charme del singer Johan Myghrgren che, fossimo in altre epoche, attirerebbe ben più di qualche simpatia. Insieme agli Hellsingland Underground la cosa “Made in Sweden” che più mi attizza al momento.

Alessio C.


60/70 ROCK BAND - Where do we think we go Electromantic Music
2011

Con un nome così si sa già dove si va a parare, sulle qualità di un ventennio che oggi viene riscoperto e ripreso ovunque, alla radio e persino in tv. Le riviste non si occupano quasi d’altro. Pare naturale cavalcare l’onda, quindi.  Non è il caso dei 60/70, band di stagionati rockers piemontesi che maneggiano la materia con fare professionale e si destreggiano nel territorio da oltre vent'anni. Fabrizio Fratucelli (chitarra) fu l’anima di quei Purple Angels già autori dell’ omonimo album in tempi non sospetti. Allora come oggi l’amore per l’hard rock più classico di matrice Deep Purple/Rainbow  non pare cessato, anzi se possibile emerge ancor più viscerale tra le undici tracce del cd. Il missaggio è distante dalle impostazioni standard a cui da tempo ci si è maldestramente abituati ascoltando un qualsiasi prodotto odierno “made in nord-america”: qui troverete cascate di tastiere a conferire quella grandeur che fu del pomp rock, assoli  valvolari che dalle casse on-stage passano direttamente alle casse dell’impianto domestico, una batteria che suona naturale (è possibile che oggi sia un’eccezione?), un basso che sa ancora ritagliarsi una dignità a portata di ascoltatore romantico, un canto che evoca col trasporto di quegli anni sentimenti e storie, comunque cicliche, tra finzione e realtà. Sommerso di bands emergenti di egregi ragazzi (e ragazzini) sono consapevole che quando mi trovo tra le mani un costrutto maturo ne avverto un’altra patina, ma ugualmente troverei arditi coloro che riuscissero a trovarne difetti. Che dire quindi degli inserti pregiati alla Pink Floyd di “You’ll be mine (blue eyes)” o di “Celebrate the Party“ di memoria Styx? La grande chiusura di “You will sing forever” è evidentemente il requiem per R.J.Dio.    

Volete una critica? Eccola. Piero Leporale (voce) deve migliorare nella pronuncia in tempi di “globalizzazione” (chi ha inventato questo sinonimo di “mediocrità”?). Diverrebbero così i nuovi Deep Purple? No. Siete nostalgici di “Perfect Strangers” o del dimenticato (ma straordinario) “The House Of Blue Light”? Buttatevi su “Where do we think we go”, un chiaro omaggio alla band inglese sin dal titolo. Pensiero finale: avessi la possibilità di sentirli in concerto mi incazzerei se togliessero spazio alle proprie canzoni per dedicarsi all’ampio repertorio di cover che da anni portano in giro per il Nord-Italia.

Walter B.


Arriva in Italia, per una serie di esclusivi show acustici, JOHN CORABI. Il cantautore americano torna in Italia per proporre al proprio pubblico il nuovo album solista, John Corabi Unplugged, pubblicato dalla Universal. Una fantastica opportunità per vedere da vicino, nella versione più genuina e spontanea, uno degli artisti che ha segnato la storia di un certo hard rock americano (Angora, TheScream, Motley Crue, Union, Ratt, ESP, Siam Shade … ). Queste le date:


19 ottobre: PISA - Borderline
20 ottobre: ROMA - Traffic
28 ottobre: ORNAVASSO - Estabì
29 ottobre: TRIESTE – Teatro Miela
30 ottobre: UDINE – Black Stuff

EVA - Duramadre  
                                                                                                                      
Halidon                                                                                                                          
2012

Esordio (da solista) per Eva Poles, già fascinosa autrice e cantante dei Prozac +, da tempo nel giro del collettivo Rezophonic. L’album, uscito in concomitanza al ritorno di Mario Riso e soci, chiude il cerchio dei progetti paralleli (li chiamo così, per ora) dei membri della band naoniana, due infatti sono già le uscite a nome Sick Tamburo (Gianmaria Accusani ed Elisabetta Imelio). “Duramadre” si muove elegante e vellutato, tra riflessioni non svelate e cantilene decadenti, attributi che si addicono anche a Max Zanotti, partner in crime del progetto, una delle voci più raffinate (e sottovalutate) dell’intera scena pop rock italiana da oltre una decade. Rimandi alla stagione wave/post-punk (“Cadono nuvole”, “La prima scelta”), gli anni Novanta di “Malenero”, il passato in musica che ritorna (“Temporale”, “L.i.u.s.”), la chiusura di “Regina Veleno” in versione acustica a tracciare quell’ideale linea d’unione a “Nell’acqua” (vedi recensione). Mi è difficile non indire un duello a distanza tra Eva e Sick Tamburo, mi è più facile sancirne il pareggio, a cominciare dalle vesti grafiche: riferendomi all’esordio dei Sick Tamburo entrambi i cds godono di un impattante design che, in tempi di vinile, verrebbe descritto come “gimmix edition”. Ho letto in rete di fans che anelerebbero una reunion dei Prozac+: se 97 volte su 100 le reunions servono a far fronte a perdite di cassa e svuotamenti di creatività allora, tralasciando le implicazioni economiche, sul versante comunicazione (da interpretarsi “ho qualcosa da dire e riesco a proporlo con credibilità artistica”) Eva e Sick Tamburo possono ancora viaggiare separati, ambedue su quote rilevanti.

Walter B.



VIETCONG PORNSURFERS
- Restless, Young, Hungry And Free
Street Symphonies Records
2011


Comincia a diventare difficile, davvero, seguire il flusso di uscite continue legate a un genere musicale che, per lo più, ha già detto tutto.

Un enorme calderone da cui è difficile emergere e il rischio di “annegare” per mancanza di ossigeno dopo pochi vagiti è altissimo

I VP sono solo l’ultima (si fa per dire) delle band svedesi nate sulla scia dei Backyard Babies

Non vedo nessuna affinità con il duo Gluecifer/Hellacopters e i paragoni con i Motorhead sono a dir poco fuorvianti.

Propongono uno sleaze rock moderno con ampie venature glam anni ottanta (leggi “tanti cori”) robusto nei riff ma ahimè pesantemente deficitario nella performance del vocalist.

Bel nome, bel look, belle canzoni (“Give It All” la mia preferita), mi dicono pure che dal vivo ci sappiano fare ma il buon Tom K lo lascerei alle chitarre di accompagnamento, cercando un singer con una ugola più dinamica. Qui proprio manca il fiato.

Peccato perché gli ingredienti buoni ci sono quasi tutti.


Alessio C.



SISTER - Hated

Metal Blade Records

2011


Sono sincero, questi svedesi mi erano sfuggiti (come altri d’altronde) e, per una volta, ho deciso di seguire l’istinto del buon Walter e comprarli alla prima occasione buona.

Il contratto con la Metal Blade mi ha fatto un po’ sorridere (pensavo non esistesse più questa etichetta) ma devo ammettere che il lavoro fatto in sede di produzione (leggi budget) sembra essere decisamente sopra la media delle uscite attuali.

Lo stickers adesivo parla di Backyard Babies, Hardcore Superstar e Guns N’Roses. Si insomma, i promoter non si sono sforzati molto dimenticando di citare gli unici che, a mio parere, si avvicinano ai quattro e cioè i Crashdïet.

Il sound è quello, poche storie.

Forse leggermente più “dark oriented” o almeno questa è l’immagine che i Sister (si veda l’orrido packaging) tentano di darsi.

La musica però c’è. Di ottima fattura per giunta!

“Bullshit & Backstabbing”, “Hated”, “Werewolves on Blackstreet” (uhm, chi ha detto Motley?) e la bellissima “Would You Love a Creature” sono le song che mi hanno preso subito. Ma anche le altre dimostrano una band coriacea e in grado di emergere in un mercato talmente asfittico da renderci tutti uguali (gruppi e recensori)

Pollice su!


Alessio C.

DEADLY DIVE - Snakebite

JetGlow Records
2012


Lo street rock di matrice californiana di fine anni ottanta era proprio così. Un mix esplosivo di AC/DC, primi Aerosmith e Rose Tattoo. Parlo di “giovani eroi” che hanno rincorso il successo sulla scia dei Guns n’Roses ma che la fama non l’hanno mai vista, se non dal buco della serratura e i pochi soldi anticipati dalla major di turno li hanno consumati per andare a mignotte o, peggio, per infilarsi un ago nelle vene. Band come The Hangmen, Cats In Boots, Sea Hags, Johnny Crash. Il fuoco in canna e nessuna “contaminazione” con il punk rock decadente, il gay pride glam o, peggio, il gothic deprimente. I quattro giovani svizzeri mi hanno ricordato quel tipo di musica. Nuda e cruda. Riff minimali, voce sguaiata, solos improvvisi. “Snakebite” e “18 In A Row” poste in apertura sono un ottimo esempio di quello che intendo dire. L’album prende quota con “So Crazy” (bello il break centrale) e si posiziona su ottimi livelli con “Undress Me” e “Waiting For Apologies” (intro di acustica e sviluppo molto november rain..). In chiusura la deflagrazione di “Mark Of The Wild” a sancire il valore di un ottimo disco. Bad boys of rock and roll!

Alessio C.



ALESSANDRO BEVIVINO – Dead Ballad Session

Autoproduzione

2012

In continuo movimento la carriera (e discografia) di Alessandro Bevivino (The Fabulous Concerto, Cyber Cross, Tron, New Branch). Superate le sperimentazioni (altalenanti) dei “Corti di Verbo Nero” e di “Disco Samurai” stavolta mi trovo tra le mani un mini cd 3” che contiene “Horror B Movie”, “Incubo Orgasmico” e “Paradiso”. Pattern ritmici e campionamenti prendono il posto della chitarra acustica, consentendo se possibile ancor maggiore libertà espressiva alla profonda voce del nostro, da sempre il suo punto di forza. Testi d’impatto su visioni notturne, scenari di morte al pianobar dei defunti, bianche illusioni mai ritrovate in un contrappasso che dona armonia e mette in pace l’ascoltatore. Notevole. Contatti: aless.wolf@libero.it

Walter B.


 
GOTTHARD – Homegrown /Alive in Lugano
 
5 ottobre 2010: Steve Lee è scomparso. Non fu un beffardo scherzo circolato in rete, di quelli che di tanto
in tanto accumulano visite e commenti cialtroni. Era proprio vero, cazzo. L’ultimo (solo un parere personale?) già leggendario frontman del rock abbandona la scena così, senza avvisare, senza un comunicato di avvertimento, senza un live d’addio, niente di niente. Da non credere. Da fan dei Gotthard fu una di quelle notizie in grado di farti passare la speranza nel rock, quello sanguigno e vellutato allo stesso tempo. “Alive in Lugano” fotografa al massimo dello splendore quella che penso sia stata l’ultima data live del singer nella città natale della band. Serviva un nuovo live dei Gotthard dopo il non così distante “Made in Switzerland”? Probabilmente no (sulla carta), ora però che lo ho interiorizzato mi rendo conto che sarebbe impensabile farne a meno, nato (o meno) che sia come omaggio all’amico scomparso ed ai (tanti) fans colpiti a freddo, senza possibilità di replica. Ascoltare Steve intrattenere una numerosissima Lugano in lingua italiana praticamente dall’inizio alla fine dello show fa ancor più male perché rimarrà un monito al fatto che non abbia goduto di un briciolo della nomea che artisticamente avrebbe meritato (e meriterebbe) anche nel nostro paese. Poche altre morti possono pensarsi tanto dannose per il genere musicale che le involve. Spesso alla morte di un musicista si è gridato (e si grida) alla perdita del genio o del talento inimitabile (solo il rispetto per gli incolpevoli defunti mi frena dal far polemiche), nel caso di Steve Lee è proprio così, la sua dipartita non ha rimpiazzi. Mi sono posto questioni del tipo “il giudizio sull’album cambia perché Steve è morto?” oppure “sarebbe mai uscito questo live se Steve Lee non fosse scomparso?”. Di ascolto in ascolto le risposte sono divenute irrilevanti. Il live è centrato sulla voce ed è giusto sia così. Un disco va giudicato per quello che è, contestualizzato alla realtà corrente ed alle circostanze che possono averlo partorito. Fine. Da qui nasce però la mortificante constatazione che qualcosa sia andato perduto per sempre e da tutti. Steve era il più grande, stava vivendo l’apice della carriera, era cordiale, amato, tecnicamente ineccepibile, scenico come nessuno, un vero fuoriclasse. Le performances in “Top Of The World” o “I Don’t mind” fanno paura e se non vi corre un brivido lungo il medley acustico cambiate pagina o cercate di farla vostra da oggi giacchè avete davanti
IL FRONTMAN moderno per antonomasia. Ed ora che succederà? La band pare sia pronta al rientro dopo aver riordinato le idee e le intenzioni. La scelta del sostituto è caduta sull’ottimo Nick Maeder, di origini australiane.
 
Sig. Maeder ,
là fuori ci sono migliaia di fans in attesa di salutare e festeggiare il ritorno sulla scena della band, saremo
tutti con lei! In bocca al lupo, è l’occasione della vita e parte benvoluto da tutti. Impari qualche parola
d’italiano e … Rock On!
 
… l’ultimo pensiero è per Steve Lee.
Mediamente me ne uscirei con frasi surreali (copiate da qualche parte), stavolta invece, parafrasando le parole della band in sua memoria chiudo così “Sono sicuro che gli angeli si siano presi il miglior cantante del
mondo, possano quindi pure andarsene un po’ affanculo ora.”

Walter B.


VAIN - Enough Rope
Music Buy Mail
2011

Nel 1989 avevo 19 anni, una maturità alle spalle e una facoltà di economia davanti con l’unica prospettiva di dare un esame e posticipare “il militare”. Avevo capelli, fisico asciutto e, a pensarci ora, una “indole gay” decisamente più accentuata, tale da farmi innamorare a prima vista di quel rosso accapigliato a piedi scalzi che appariva sulla copertina di No Respect. Oggi, alla soglia dei 42, mi ritrovo con un nuovo disco dei Vain in mano che (miracolo o ipocrisia?) suona esattamente alla stessa maniera. Avete presente “Beat The Bullet”, “Who's Watching You”, “Smoke and Shadows” e “Without You”? Beh, qui troverete “Triple X”, “Stray Kitten Burns” (che davvero non avrebbe sfigurato su NR), “Cindy” e la ballata “Treasure Girl”. Sono passati gli anni anche per Davy, ma ogni volta che ascolto la sua voce ricordo il perché i Vain di San Francisco siano la mia top sleaze/glam band di tutti i tempi. Esagerato? Su NoRespect.it mi pare il minimo.

Alessio C.


REZOPHONIC – Nell’acqua

Autoproduzione

2011

www.rezophonic.com

www.marioriso.com

Avreste mai scommesso che i Rezophonic si sarebbero ripetuti qualitativamente alla seconda uscita ufficiale su disco? Nutrivo modeste aspettative non per  demeriti dei musicisti (figuriamoci), ma perché temevo venisse meno la freschezza del progetto una volta superato l’entusiasmo del debut. L’aver inoltre assistito negli anni ad alcuni loro concerti poco esaltanti (l’improvvisazione on-stage connaturata al progetto non sempre ha giovato) non deponeva a loro favore. Sbagliato tutto, Mario Riso si è preso il tempo necessario (si parla di anni) per presentare al mercato un signor  cd, anche stavolta coaudiovato da alcuni tra i più interessanti (e comunque già in vista) musicisti rock dell’area milanese e non solo.  Piacciono tutte le tracce, con citazioni per l’estro ed il carisma di Caparezza (“Nell’acqua), per i formidabili Movida (attenzione che la loro “Sono un acrobata” si assesta  molto in alto nella scala del rock italiano), per gli “stagionati” rockers Enrico Ruggeri e Pino Scotto che si dividono quella “Predatori nella notte” già apparsa nel Progetto Sinergia decenni fa ed oggi come allora pilotata dalla chitarra crepuscolare di Luigi Schiavone. A colpire nel centro sono però anche il minimalismo elettronico di “Regina Veleno” (con Eva Poles alla voce, già nei Prozac+) e le altre tracce, tra rock tunes e dj-scratches, melodie heavy ed cantilene hip hop in un frullatore che ha il pregio di non risultare mai ripetitivo. Mi sarebbe facile concludere con un “ne vorrei già ancora”, ma in tempi di magrissima per la discografia l’unica reale salvezza (per tutti, badate bene) può solo essere l’immissione sul mercato di pochi prodotti, ma di qualità esportabile. Questo lo è senza dubbio, come certifica quella “Survive” affidata alle voci di Holly (The Fire) e Cristina Scabbia (tra gli altri): un pezzo in tutta oggettività CAPOLAVORO dei tempi moderni. Dovrei a questo punto dilungarmi a decantare le maiuscole performances di Max Zanotti e dei (tanti) altri, preferisco invece porgere sinceri complimenti a tutti. Indistintamente.

Walter B.


 ENDLESS - "Be Yourself"

ENDLESS
"Be Yourself"
(2012)



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