
L\'eccesso dei Dirt Show irrompe già alla prima nota della prima canzone. Riff stoppati in abbondanza (Darrell sorride da lassù), batteria e basso pieni e violenti, assoli anfetaminici. Metal dunque? Sicuro, ma non solo. I nostri sfoggiano un\'attitudine da rockers grondanti sudore e testosterone (godetevi i testi volgari e sessisti) mentre l\'immagine rimanda a degenerati come Wednesday 13, senza dimenticare le ormai “inevitabili†influenze dei Black Label Society.
Canzoni dirette e senza perdite di tempo, pronte a incendiare i palchi dal vivo: spazio quindi alla violenza e ai cori alcolici da strillare con la gola in fiamme. Unico appunto, i refrain! Alla resa dei conti emergono gli evidenti limiti del cantante/bassista Jesse Blackstar, limiti che non sono compensati dall\'aggressività e dall\'atteggiamento sboccato.
Produzione curata e fragorosa come esige il mercato di questi tempi (gli Studio 73 si confermano all\'altezza della scena internazionale).
La grafica del booklet è superlativa, di gran lunga al di sopra della media, nonché assolutamente coerente con l\'attitudine “in your face†di questa ciurma di esagitati.
GN