NO RESPECT Bathroom Wall 2001 - 2022 and maybe more... changing again!

EX:RE

Sesto al Reghena (Pordenone)

Quando il luogo determina

la musica!

22 luglio

MICHAEL KIWANUKA

ATTENZIONE orari ufficiali:

APERTURA PORTE ore 19.00

MOTORPSYCHO on stage ore 20.30

MOTORPSYCHO

09 Ottobre 2019

Capitol, Pordenone

STARBENDERS - "Coming Up Roses" (2020)

Clicca sul manifesto per i dettagli!

Billy Corgan (+ Katie Cole) in Concerto - 02 luglio 2019, Sexto'NPlugged

THE GRAND MASQUERADE - MMXVI Autoproduzione 2016

E' opinione che condivido quella secondo cui le etichette "rovinino" le band. Quelle stesse bands, peraltro, non sarebbero in grado di farsi conoscere al di fuori del proprio cortile di casa, ma la considerazione vale unicamente in relazione all'aspetto artistico. Prendiamo questi The Grand Masquerade, cinque pezzi perfetti di classico hard rock melodico scandinavo, tra le cui fila spuntano anche Iwe Danelli dei Pretty Wild ed il batterista dei Chains (ricordo un demo dalle grandi attese). Hanno immagine, un eccellente cantante, pezzi che funzionano e suonano vivi, quel giusto mix di Europe (che furono), Bad Habit e concessioni (limitate, per fortuna) attuali. Vengo al punto: c'è da sperare di no, ma se a breve qualche etichetta (... e pare che qualcosa si stia muovendo) li pubblicherà chissà che piatta produzione standardizzata ne verrà fuori. Se questo è il prezzo da pagare per una nomea mediatica non mi resta che augurare loro almeno di "sfondare" giacchè l'ep manifesta conoscenza, rispetto e perizia notevoli verso il genere. Una band così è già bella e pronta, non ha bisogno proprio di nessuno che li ritocchi. La disabitudine all'ascolto, semmai, è un "problema" del pubblico ascoltatore. Walter B.

SALEMS LOTT - Mask Of Morality Autoproduzione 2018

In occasione del disco d'esordio furono una delle band emergenti (del recente passato) che più mi colpirono in ordine al nichilismo, a tratti feroce, che erano in grado di emanare. Una band estrema nell'attitudine che, devo supporre, sia impegnativo portare avanti oggi ancor più che in passato. Facebook mi ha consentito di seguirli regolarmente ed eccoli, a distanza di un paio d'anni, nuovamente sul mercato con "Mask Of Morality". Il titolo è già il manifesto di una forza primordiale non ancora perduta. Quel che oggi li eleva e li colloca tra le band più interessanti della scena americana è però anche la qualità. Smussati gli angoli, calibrati arrangiamenti e con un occhio, non di primo pelo, alla forma-canzone il disco diventa un panzer di deflagrazione hair metal a tutta potenza scagliato sul bersaglio. Il look visual di chiara matrice nipponica rimanda agli X Japan di cui assorbono la componente distruttiva e ai Tigertailz prima maniera da cui pare trarre spunto Monroe Black. Tra ritmiche telluriche e assoli vorticosi (Jett Black e lo stesso Monroe sono due furie!) si insinuano melodie e piani-forti di sicura efficacia. Non avete tempo da perdere? Benissimo, pescate a scelta tra You Can't Hide From The Beast Inside, Gestapo (Enigma) o Fatal Attraction. Li amerete per sempre o li odierete per sempre. Ha senso mettersi in mezzo? Per come intendo io il rock, no. E così anche quest'anno, come ogni anno, mi piomba addosso una band americana che, da sola, riesce ad annullare sforzi di decine e decine di volenterose band europee. Non v'è nulla da fare, saranno l'immagine (su YouTube girano dei video ufficiali formidabili), la ferocia, la tecnica o la costruzione dei pezzi ma una band americana, quando è "giusta", nel metal ed affini continua ancora ad essere una buona spanna sopra l'ipotetica concorrenza. Oggi come oggi la band che più mi interesserebbe vedere dal vivo se accompagnata da una produzione adeguata. Nulla di meno.

Walter B.

STONE TEMPLE PILOTS

Rhino Entertainment

2018

Non sono un fan della prima ora degli STP. Li rivalutai ai tempi dei Velvet Revolver, quando Scott Weiland ne divenne la voce. Prima consideravo la band una copia dei Pearl Jam, cantante incluso. Beata gioventù. Col passare degli anni però la mia posizione è radicalmente cambiata al punto da fiondarmi nel 2018 il giorno dell'uscita in negozio per comperare il nuovo cd... manco fossimo negli anni Novanta col timore che quello prima ti soffi l'ultima copia disponibile da sotto il naso. (Mi) sorprende come l'industria americana sia riuscita a sostituire insostituibili come Layne Staley, Kevin Dubrow ed ora Scott Weiland senza scardinare o snaturare suono e fondamenta delle rispettive bands, ma anzi donando loro in qualche modo nuova linfa e verve artistica. Jeff Gutt, quarantenne messosi in luce in un talent americano, ricorda vocalmente Scott, ma sa il fatto suo. Dall'ascolto dei "nuovi" Stone Temple Pilots traspare una scrittura asciutta e (naturalmente) matura, mi verrebbe da dire "perfetta" tutto considerato: pezzi come Meadow, The Art Of Letting Go o l'opener Middle Of Nowhere ri-consegnano una band in eccellente forma e che pare, quindi, poter andare avanti anche senza il precedente frontman. Non sarà più la stessa cosa, è ovvio, ma personalmente non posso che augurare lunga vita agli Stone Temple Pilots e con loro agli Alice In Chains, ai Living Colour, ai Primus, ai Galactic Cowboys e nell'attesa del comeback degli Smashing Pumpkins. Perchè il rock, oggi come non mai, ha bisogno di tutti loro. Proprio di tutti.

Walter B.

ST WARREN - Rock Of Eden

FNA Records

1992/2009

L'hard rock americano degli anni Ottanta e Novanta è una miniera inesauribile. Dopo decenni di ricerche, ascolti ed acquisti se da un lato mi capita sempre meno di sorprendermi dall'altro è altresì vero che periodicamente spunta una riesumazione capace di colpire nel segno. Gli appassionati comprenderanno le sensazioni a cui faccio riferimento. Dei St. Warren adoro quell' "Honest Planet" che considero uno dei più bei dischi "indie" (inteso come minori, senza distribuzione capillare, finanziato parzialmente dalla band stessa) hair metal degli anni 90. Un hard rock di chiara impostazione eighties ma riletto nel contesto più ruvido e meno laccato degli anni del grunge. Il suono che prediligo, per farla breve. L'aver quindi notato questa uscita nell'ottimo catalogo FNA automaticamente è stato un fulmine a ciel sereno. Procurato e pluri-ascoltato il cd in questione non resta che sentenziare: acquisto obbligatorio. Le canzoni appartengono alla fase precedente "Honest Planet" e si avverte ancora quel suono deciso e puro che contraddistingueva le bands atlantiche da quelle più edulcorate della costa pacifica. I fratelli Brij e Brad St. Warren continueranno negli anni Novanta su lidi country trasferendosi a Nashville (la band nacque e si fece notare nell'area di Tampa, in Florida) per lavorare con big quali Van Zant, Lynyrd Skynyrd fino alla mega star Faith Hill al punto che non è difficile trovare i loro nomi tra i credits di molte songs di genere. "Rock Of Eden" tuttavia appartiene alla giovinezza, quella fatta di chiome colorate, tastiere siderali, assoli melodici e testi sognanti. Per i cultori del genere i riferimenti musicali sono immediati e non è difficile riascoltare qui il suono di Hot Boy, Agent X o primi Theatre. Per i neofiti invece basti pensare ad una versione meno prodotta dei Danger Danger. Acquisto necessario che diventa appunto "obbligatorio" al solo ascolto della meravigliosa "I've been dreaming".

Walter B.

BRYAN ADAMS Get Up! Live - 10 Novembre 2017 - Kioene Arena, Padova

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VAIN - Rolling With The Punches

MusicBuyMail

2017

C’è voluta una campagna di crowfunding (quanto andata bene è difficile a dirsi) per rivedere sul mercato il nostro amato Davy Vain. Sono della partita gli originals Jamie Scott, Ashley Mitchell e Tommy Rickard (non in studio però e si sente che il disco suona da one man band... ndW) e già questo, diciamocelo, è un mezzo miracolo in un mondo di revival band in cui di verace è rimasto solo il brand. Difficile essere obiettivi con un album dei Vain, del resto se il ns. sito si chiama NoRespect un minimo di riguardo alla band di San Francisco è d’obbligo (ah, è per questo? E io che ingenuamente pensavo il sito fosse nato in omaggio ai No Respect texani, cliccateci sopra una volta nella vita, se le cose stanno così comunque mi trovo costretto a licenziarmi o darmi all'incoerenza da politico navigato... ndW). Anche se nello specifico i dieci pezzi qui presenti non ne necessitano, oltre i meriti intendo. Il nostro ha saputo combaciare al meglio quello che ha sempre fatto, dal capolavoro pluri-osannato del 1989 ai lavori che maldestramente si sono succeduti negli anni, fino al non entusiasmante (what??? Oggi non andiamo proprio d'accordo, eheh... ndW) Enough Rope (2011). Piace il giro di basso ipnotico di “Riding With The Punches” e quel ritornello magnetico che si insinua furtivamente nella tua testa. Dinamiche quanto basta le successive “Deliver The Passion” e “Long Gone” costruita attorno ad un solo di chitarra continuo ed incessante. Non ci sono particolari cali di tensione anche se la formula, legata indissolubilmente al timbro vocale di Davy, a volte potrebbe portare a cercare qualche spunto diverso. Lo si trova? Direi di no e mi pesa non poco scriverlo. Non smetterò di comprare i Vain, nella speranza che ritornino in Italia al massimo della forma, come 12 anni fa.

Alessio C.

GREGG ALLMAN - Southern Blood

Rounder Recording

2017

Esce a distanza di qualche mese dalla sua scomparsa il testamento musicale di Gregg Allman, ultimo eroe di una epopea, quella southern rock, che ha di fatto chiuso una storia piena zeppa di tragici episodi. Con Don Was a produrre il vecchio rocker ci regala un pezzo inedito, il primo toccante “My Only True Friend”, e nove cover (da Tim Buckley a Jackson Brown, passando per Bob Dylan) che si rivelano, alla luce della sua dipartita, ancora più ricche di pathos. Il disco è intriso di tristezza e si conclude con un delicato ricordo del fratello Duane nelle parole cantate di “Song For Adam”.

R.I.P.

Alessio C.

DIRTY DENIMS - Back With A Bang

Handclap Records

2017

Olandesi. Due donne. Due maschi. L’essenza del rock and roll oggi. Questi sei pezzi usciti qualche mese fa saranno completati a breve da altri sei, per avere così un album a tutti gli effetti (il secondo dopo l’ottimo “High Five”). Scandinavi nelle pose, nei cori, nelle chitarre. Mi ricordano le Heavy Tiger, per via dei vocalizzi di Mirjam Sieben, e tanti altri nomi che dovrei andare a riscoprire in cantina (avete presente le Mensen di “Oslo City”?). Mi piacciono i rimandi AC/DC di “Money Back Guarantee” e di “Make Us Look Good”. Nulla di nuovo sotto il sole di Eindhoven, sia inteso, ma l’approccio “easy listening” dei pezzi mi garba assai.

Alessio C.

VOIVOD (+ Earth Ship) - 29 Settembre 2017 - Benicio Live Gigs, Giavera del Montello (TV)

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WE ARE X

Magnolia Home Entertainment

2017 - DVD/CD

X-JAPAN: poco (o semi) sconosciuti in Occidente, idolatrati alla stregua delle divinità in Oriente. Dopo questa potrei anche chiudere lo spoiler di "We Are X", il film-documentario sulla band nipponica che a metà ottobre verrà proiettato a Firenze, in esclusiva per l'Italia, con la presenza del leader e fondatore Yoshiki. Il DVD è in realtà già disponibile da molti mesi sul mercato, ma il tour promozionale ha naturalmente tempi tecnici diversi da quelli della distribuzione (oltre al fatto che l'Italia non può considerarsi una tappa commerciale prioritaria). Yoshiki fu anche ospite un giorno all'Expo milanese qualche anno fa, un martedì di settembre se ben ricordo, tanto per aggiungere qualcosa che in pochi ricorderanno. Il film, prodotto dall'entourage che produsse nel 2012 l'Oscar "Searching For Sugar Man" dedicato a Sixto Rodriguez (di cui consiglio la visione, meraviglioso), ruota attorno alle vite di Yoshiki (in particolare) e Toshi, dal come si sono conosciuti al come hanno traghettato la band all'essere quello che è diventata, rinnovando negli anni i membri fino al quintetto che avrebbe riscritto la storia del rock edonista e che mi da gioia rinverdire nei nomi di Toshi (voce), Pata (chitarra), Taiji (basso), Hide (chitarra) e Yoshiki (batteria, pianoforte). E' proprio in questa formazione che scoprii gli X-JAPAN attorno al 1992-1993 quando l'allora Video Music, reduce dal clamoroso successo televisivo del Freddie Mercury Tribute, trasmise un enigmatico festival benefico asiatico volto a raccogliere fondi per una catatrofe locale (non ricordo i dettagli precisi). Il commentatore italiano scambiò Toshi per una donna in quella occasione e li definì "versione glam metal giapponese con voce femminile"... che meraviglia. Al tempo non ascoltavo altro e non esisteva altro che il glam metal. La cosa che però (mi) colpì, e non fui il solo, fu però il roadie che a fine set si caricò di peso in spalla il drummer svenuto, lo stesso drummer che poco prima si era esibito al piano, opportunamente posizionato a lato batteria per permettergli di passare agevolmente tra i due strumenti. Una cosa mai vista. Quel drummer-pianista era Yoshiki. Fu amore da subito. Da lì una ricerca faticosa di informazioni e non parliamo nemmeno dei dischi... qualche anno dopo ritrovai Yoshiki nel tributo ai KISS ("Kiss My Ass", Mercury 1994) e sempre Video Music, dio la benedica, trasmise un festival nipponico che con mio grande stupore era proprio organizzato e co-presentato da Yoshiki. Qui apparve, tra gli altri, un Roger Taylor (batterista dei Queen) a suonare proprio con gli X-JAPAN. Si parla di oltre 20 anni fa, accidenti. Le vicende degli X sono estreme, passano per morti violente e gesti estremi che solo per casualità non hanno incrementato il numero dei membri scomparsi, da picchi inenarrabili (le 18 serate di fila sold-out al Tokyo Dome, si parla di 55.000 persone a sera) a cadute rovinose fatte di abusi e profonde depressioni. Mi sarei aspettato più spazio alle figure di Hide e Taiji, essendo scomparsi mancano le testimonianze dirette, ma è comunque ben marcata l'importanza dei due (Yoshiki non manca mai di esibire pubblicamente la chitarra di Hide, già questo basta a scatenare l'isteria collettiva... la porterà anche a Firenze?). Pata lo scopro invece monosillabico, forse in difficoltà con la lingua inglese, uno che ha sempre accettato la posizione defilata, quella di condividere il palco con quattro primedonne. Ragionevolmente però deve essere quello che si è fatto le risate più grasse osservandoli. Negli extra lo stesso Pata spiega che i suoi idoli non sono stati i soliti Van Halen o Blackmore, bensì Rick Nielsen dei Cheap Trick: serve forse altro ad elevarlo a fuoriclasse quale è? Tornando alla trama generale che dire dei cameo di Gene Simmons, di Stan Lee o dell'Imperatore Akihito in omaggio alla band? Quelli in malafede maldestramente penseranno che sono stati pagati o istruiti (si può pagare l'Imperatore del Giappone?) e allora il film si chiude con l'inquadratura di Sir George Martin che poco prima di andarsene (se non sapete chi è forse ne avete ancora di strada da pedalare) racconta la sua tardiva scoperta degli X-JAPAN. L'inquadratura è tale che gli si può leggere lo sguardo: se stia onorando una marchetta o se, piuttosto serenamente, descriva quello che realmente pensa della band il giudizio sta a voi.

Chi può vada alla proiezione italiana. Anni fa non avrei nemmeno ventilato l'ipotesi di mancare, ma oggi farmi ore e ore per un autografo o una foto trovo sia anacronistico (per me, beninteso). Diverso sarebbe, forse, un live con la band al completo. Ma mi chiedo: vorrei davvero assistere ad uno show italiano degli X-JAPAN in un locale da mille paganti dopo aver visionato i dvd live asiatici della band? In un mondo dove la mitologia non ha più presa, detronizzata dal realismo mediatico, beh... preferisco gongolarmi sui dvd e se mai capiterà di trovarmi in Giappone nel posto giusto al momento giusto allora vorrà dire che assisterò allo spettacolo di quella band che, unica ed irripetibile, al culmine della carriera fu in grado come nessuna di animare lo spirito romantico e bellicoso dei kamikaze. E mi leverei il cappello. E mi inchinerei davanti all'Imperatore. E applaudirei come non mai.

Walter Bastianel

THE MAGPIE SALUTE - The Magpie Salute

Eagle Records

2017

Si fanno i soldi solo suonando dal vivo. Lo sanno i resuscitati Guns N’Roses che si apprestano a battere tutti i record con la cifra monstre di 230 milioni di dollari di incassi nel biennio. Non lo sanno o forse fanno finta di non saperlo i due fratelli Robinson che con l’amata ditta The Black Crowes potrebbero benissimo infiammare le platee di tutto il mondo, con numeri sensibilmente ridotti s’intende. Mentre Chris con i suoi CRB continua imperterrito a cavalcare l’onda gravitazionale che si incrocia tra psichedelia, progressive e hippie sound, Rich sembra più orientato ad un sound classicamente southern, non disdegnando come il “lontano” fratello le jam chilometriche (in termini di minutaggio). Il nostro ritrova il redivivo Marc Ford alla sei corde e con una combriccola piuttosto numerosa confeziona un “album di assaggio” live in studio che non disegna di riprendere brani del passato, Wiser Time e What Is Home direttamente dalla discografia dei corvacci neri, ma che lascia ben sperare per il prossimo proponendoci un pezzo bomba come Omission, dove abbiamo modo di scoprire la voce nera del talentuoso John Hogg. La classe non è acqua, al massimo un whiskey doppio malto!

Alessio C.

THE QUIREBOYS - White Trash Blues

Off Yer Rocka Recording

2017

Ho perso il conto sul numero di uscite della band londinese capitanata dall’istrionico Spike. Dovremmo essere all’undicesimo capitolo, esclusi live e compilation varie. Cosa mancava all’appello? Il disco di cover, immancabile per ogni discografia che si rispetti. I nostri si sono divertiti e non poco a saltare a piedi uniti in un passato remoto dove un po’ tutti i grandi (penso a Rolling Stones e Led Zappelin in primis) hanno pescato a piene mani, dimenticandosi spesso di riconoscere meriti e royalties ai diretti “proprietari” di questi suoni. Non sono un esperto del blues più nero e profondo, ma con l’aiuto di Youtube mi sono dilettato nel ricercare le canzoni originali (nel booklet sono citati casualmente solo tre/quattro autori) e riportarvele dopo averne affiancato l’ascolto con i pezzi qui riproposti.

Cross Eyed Cat (Muddy Waters)

Boom Boom (John Lee Hooker)

I Wish You Would (Billy Boy Arnold)

Take Out Some Insurance (Jimmy Reed)

Going Down (Freddie King)

Help Me (Sonny Boy Williamson)

Shame Shame Shame (Jimmy Reed)

I’m Your Hoochie Coochie Man (Muddy Waters)

Leaving Trunk (Taj Mahal)

I'm a King Bee (Muddy Waters)

Walking the Dog (Rufus Thomas)

Little Queenie (Chuck Berry)

I nostri hanno il background e le capacità stilistiche (la stoffa insomma!) per calarsi in modo appropriato nel ruolo e non ho potuto che apprezzare la “sporcizia” sonora che trasuda da ogni nota di ogni singolo pezzo. Pollice su.

Alessio C.

ANDY McCOY - The Way I Feel

Ainoa Productions Oy

2017

Chiusi in un cassetto (a tempo indeterminato?) gli Hanoi Rocks non resta che seguire le carriere soliste dei due capobanda. Se già nel 2016 Andy McCoy aveva pubblicato un piacevole singolino in cui duettava con Ville Valo degli HIM, bello ma basta così, nel 2017 eccolo alle prese con una nuova canzone che, questa volta sì, lascia il segno. Ci sono la decadenza e la sconfitta dell'eroe romantico già del suo primo solista (Too much...), ma anche quel rialzarsi sempre perchè alla fine c'è sempre qualcosa per cui vale la pena farlo. Commovente Andy McCoy... che sia un singolo a sè o l'inizio di un futuro album non è dato saperlo, quel che è certo è che è stampato in 300 copie quindi se siete interessati il consiglio è di affrettarsi freneticamente.

Walter B.

LIV SIN - Follow Me

Despotz Records

2017

Una delusione. Taglio corto e comincio dalla fine a srotolare un parere. Che i Sister Sin fossero una cosa e i Liv Sin ne siano un'altra mi era chiaro, ma al momento i paragoni ci stanno eccome. Dopo una sfilza di cd fenomenali in puro stile Judas Priest che senza timori hanno innalzato Liv Jagrell a frontwoman hard rock numero uno in Europa (per il sottoscritto almeno) nutrivo dubbi per la piega metallosa che il nuovo progetto stava prendendo, pur dai pochi clip circolanti. Ahimè non posso ricredermi col cd in ascolto. Lei rimane il valore aggiunto, ma i pezzi sono pallosi, stra-compressi e ultra-bombati evidentemente a coprire una penuria di scrittura ed idee di fondo, io la vedo così. Non ho nemmeno voglia di star lì a cercare il pelo nell'uovo del pezzo più bellino e bla bla... il prodotto è ovviamente professionale con ospiti di livello (Schmier, Jyrki) e musicisti (credo in parte teutonici, la produzione è affidata a Stefan Kaufmann) di qualità ma cosa (mi) resta alla fine dell'ascolto? Il mal di testa. Vedo già date live pianificate in quantità, tour di qua e tour di là. Benissimo. E' la storia del mondo, il metal paga, l'hard rock no. Ha ragione lei, hai vinto tu Liv. Ma per cortesia almeno dal vivo non martoriare i pezzi del vecchio repertorio, che dopo aver sentito "Fight Song" (memorabile canzone dei Sister Sin) live nella nuova resa la voglia di partecipare ad uno show, nell'ipotesi la data sia a tiro, mi sta venendo sempre meno. E pensare che per anni ho (avevo) annotato i Sister Sin come una delle priorità da seguire live...

Walter B.

THE OFFSPRING + Millencolin + Rumatera - 04 Agosto 2017, LIGNANO SABBIADORO (UD)

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FIERA DELLA MUSICA 2017 // 28-29-30 Luglio 2017 // Azzano Decimo (PN)

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JEFFERY BLVD & THE MAIN DRAG - Normal Girl

Autoproduzione

2017

Normal Girl e' il debutto solista di Jeff Jelen dopo anni di militanza in bands che hanno scritto pagine significative del punk-hc di Chicago (Charles Bronson, Mk-Ultra, Punch In The Face, VMW...). E' un ep di 3 pezzi che si apre con una title-pop-track catchy e luccicante, strizza l'occhio al rock in "Witch Hunter" e ritorna alle radici punk-hc nella graffiante "Bad attitude". Ci sono tutti gli ingredienti del rock che Jeff conosce molto bene e quindi tanta melodia pop intrecciata a chitarre che corrono, mood grintoso, attitudine vera.

La copertina del disco reca una grafica in perfetto stile Powerpop mentre sul retro una partita all'eterno intramontabile Space Invaders (cazzo quanto ci ho giocato anch'io!) ci fa tornare indietro, quasi a tracciare un discorso di continuità tra radici (del rock, in questo caso) e futuro.

Clicca sulle immagini per ascoltare le anteprime.

Stefano "StEvE" Sabbatini

ART NATION – Liberation

Sony Music/Gain

2017

Poverini gli svedesi Art Nation, cosa vi hanno fatto di male? Che hanno che non va? Non mi capacito del loro poco successo se messi a confronto ad “act” gemelli in terra scandinava come Eclipse e H.e.a.t. Eppure la band del singer Alexander Strandell e del chitarrista Christoffer Borg non ha niente da invidiare a nessuno, prova ne sia che, per questo secondo album, sono stati messi sotto contratto dalla major Sony Music/Gain che crede in loro ciecamente. Il gruppo di Goteborg ha tutte le carte in regola per rivaleggiare a suon di anthem coi loro cuginetti grazie a bombe melodiche come le iniziali Ghost Town, Maniac e The Real Me ma brillando soprattutto di un dinamismo e di una fluidità che nell’album di debutto si svelava solo a sprazzi. Anche sul versante più romantico ci sono ottime canzoni come l’orchestrale Kiss Up & Kick Down, la più “pop” When Stars Align o la struggente Take Me Home. L’hard rock melodico è da anni che non regala sprazzi di originalità e allora su cosa puntare se non nella qualità compositiva? In questo ambito gli Art Nation non mancano di nulla: ottimi arrangiamenti, chorus irresistibili, un cantante spettacolare e tecnica sopra la media, dal vivo (per esperienza diretta) sono coinvolgenti ma serve fare lo sforzo di ascoltare qualcosa di loro. Molto più di una promessa, ormai una solida realtà.

Matteo Trevisini

NIGHT RANGER - Don't Let Up

Frontiers

2017

Disco in studio numero dodici per la band guidata da Jack Blades e Brad Gillis che dalla ventosa baia di San Francisco da 35 anni regala hard rock melodico di classe elevata ai fans di mezzo mondo. Le ultime prove in studio post-reunion evidenziavano uno stato di forma invidiabile, da qui il probabile rinnovo della partnership con Frontiers anche per questo nuovo capitolo. Certo i tempi dei dischi di platino come Dawn Patrol o Midnight Madness sono lontani ma la band ha saputo creare una continuità discografica comunque di qualità sia con Hole in the Sun del 2007 che coi successivi Somewhere in California ed High Road. L’inizio dell’album è un greatest hits di tutto quello che i Nightranger sanno fare meglio e già con Somehow Someway emerge rigoglioso tutto il talento nello scrivere ritornelli con cori spettacolarmente melodici su un impianto ritmico ruvido e muscolare, marchio di fabbrica della band. Non da meno i brani a seguire Running Out Of Time, Truth e Won’t Be Your Fool Again. Se la chitarra di Keri Kelly è più grezza di quella di Joel Hoekstra e da un' impronta rock blues all’intero disco non mancano però i classici inni aor come la title track Don’t Let Up (…che cominciano però a puzzare di obsoleto deja-vu!). Ben vengano allora pezzi più rock-boogie alla Won’t Be Your Fool Again. L’album scorre tra la divertente We Can Work It Out e l’anonima Comfort Me finendo in crescendo con Jamie e Nothing Left Of Yesterday. Tutto sommato un gradito ritorno in linea con la qualità delle precedenti uscite ma anche senza grosse sorprese cosa che – probabilmente – ai “die-hard fans” andrà più che bene. Lavoro ineccepibile senza nessuna macchia quindi, che sia il suo maggior pregio o il suo peggior difetto lo lascio decidere a voi.

Matteo T.

BACKWOOD SPIRIT – Backwood Spirit

Pride & Joy

2017

Ennesimo progetto svedese che vede dietro il microfono l’ugola di Göran Edman, il cui curriculum farebbe impallidire il più instancabile stakanovista. In questa sede faremo sfoggio enciclopedico solo delle collaborazioni più illustri per far tremare le ginocchia agli ascoltatori dell’ultima ora: partendo da capolavori del genere come Total Control di John Norum e l’accoppiata Eclipse e Fire & Ice di sua santità Yngwie Malmsteen, la sua voce è riconoscibile nei dischi dei Brazen Abbot di Nikolo Kotzev, degli Street Talk, dei grandi Glory, di Reingold, deii Karmakanic e perfino nel disco del guitar-hero nostrano Arthur Falcone, The Genesis Of The Prophecy. I Backwood Spirit si discostano però dalle consuete sonorità neoclassiche e pare uscito dal sud degli States negli anni settanta: hard blues sudista che strizza l’occhiolino a mostri del genere come Free, Black Crowes etc. Il progetto del chitarrista Kent Engström debutta con otto pezzi che spaziano nell’universo rurale dando però, da subito, la sensazione di un copia incolla per lo più di maniera. A dischi del genere infatti non si chiede originalità ma quello che manca ai Backwood Spirit sono la passione, il cuore e quel calore scoppiettante che chi ama il genere si aspetta e ricerca. I buoni pezzi comunque ci sono e penso a Gimme Good Lovin, Piece Of The Peach oppure alla soffice Ain't Got Love... il disco scorre anche abbastanza fluido pur dando troppo spesso la sensazione del “già sentito”, quello che manca è quel guizzo che mi faccia gridare orgoglioso al mondo che i Backwood Spirit esistono! L’underground odierno, ribollente di queste sonorità del passato, è pieno di band giovani e scalcianti con materiale migliore.

Matteo T.

FRONTIERS ROCK FESTIVAL IV – 29/30 APRILE 2017

Live Club, Trezzo sull'Adda (Milano)

Clicca sulla locandina per leggere i report!

FATUR - Strafatur

Universal

2017

Libero (e liberi) da tutto e da tutti, musica senza regole. Questo si poteva (e si può) leggere nel video promo del raiser che ha portato alla realizzazione di Strafatur. Cos'altro scrivere allora? Che mi sono trovato ad ascoltare più e più volte il disco in maniera sia distratta che attenta ma sempre con la necessità, raggiunta la fine, di far ripartire il cd da qualche punto. La chitarra rimanda al suono cyberpunk di Harry Cody (gli Shotgun Messiah di "Violent New Breed"), di Billy Idol, ma anche di John 5 senza naturalmente dimenticare il passato-presente che fu dei CCCP. Fatur non è un cantante, è un performer, e come tutti i performer si nutre di idee, creatività, dinamismo e sano (ok, eliminiamola questa) divertimento alla base di tutto. Trovo Strafatur un disco più affine a Fatur & Fax che non alle altre produzioni soliste proprio per il suo essere rock anni 90. Pensare tuttavia di incasellare Danilo Fatur da qualche parte non ha ragion d'essere perchè lui rimane una figura realmente unica del panorama indie. Ora prenderò sto disco e lo metterò a scaffale eppure tra qualche mese, quando capiterà di scorrere la fila, finirà che (tra i tanti, troppi, trascurabili) sarà uno dei 2 o 3 candidati al riascolto. Alla fine andrà così... perchè, nonostante tutto, già in passato è sempre andata a finire così.

Walter B.

DRIVE, SHE SAID - Pedal to the metal

Frontiers

2016

Se la performance al FRF3 non sarà certo ricordata tra quelle memorabili del festival (anche se nella seconda parte del set la band fornì una prestazione buona con un Al Fritsch man mano sempre più convincente) diverso è il giudizio del cd di rientro. Pedal To The Metal è una delle sorprese del catalogo Frontiers, il duo Mangold/Fritsch dimostra infatti di non aver perso la verve compositiva dei tempi migliori. Senza dilungarsi in un dettagliato track after track le prime 9 canzoni funzionano tutte (In'r Blood, Said It All, Rainbows, Love Will Win e In Your Arms su tutte, 100% DSS marchio di fabbrica, bellissime), le 2 tracce a seguire riprendono la vena pop-dance del sultano delle tastiere Mangold mentre la buona chiusura (in acustico) è All I Wanna Do. Il cd si apre però con Touch, remake di Don't You Know What Love Is (scritta ai tempi dei Touch appunto, la prima incarnazione dei Drive, She Said), il grande classico che permise alla band di scalare per un paio di settimane la classifica americana di genere (ricordo anche i Diving For Pearls in quelle classifiche, altri tempi davvero...) quasi a fornire delle minime coordinate ad un pubblico sempre più distratto. Trovo tuttavia che il cd reggerebbe molto bene anche senza il pezzo d'apertura ed è proprio sulla base di questa solidità che sarà interessante capire se e come la band avrà ancora un futuro discografico. Tuttavia, per ora... bentornati Drive, She Said!

Walter B.

ANBARIC - Illusion Of The Holy

Thunderstruck Productions

2017

Interessante band svedese in cui suona la batteria Mattias Eklundh (guitar-master dei Freak Kitchen) in tutti i pezzi. Leader ed autore principale rimane comunque Kimmo Komulainen, chitarrista dal tiro priestiano che sceglie alla voce uno extraordinaire Pasi Hummpi (ascoltare per credere), capace di muoversi agevolmente tra vocalizzi degni dei migliori Coverdale, Tempest e Kotipelto anche se preferisco ricordare quell' A.J. Manzano (gli appassionati lo ricorderanno nei Niagara e negli Emergency) che da subito mi è venuto in mente. Il singolo King Of Nothing racconta solo una delle facce dell'offerta degli Anbaric i cui pezzi coprono tutto lo spettro delle bands menzionate o quelle a cui i cantanti menzionati riferiscono. Compaiono così anche Jen Majura (brava chitarrista degli Evanescence, qui al microfono) in due pezzi (co-scritti da lei) e Torben Schmidt (Skagarack) alla consolle a chiudere il cerchio di un progetto dal notevole appeal tecnico-qualitativo.

Walter B.

BLOW - When I'm Gone

CPoffandi/TTownsend - Autoproduzione

2016

Avete presente quei cd (sconosciuti) che li metti nel lettore e dopo il primo riff o il primo suono hai già l'espressione compiaciuta? E' quello che (mi) è capitato ascoltando gli australiani Blow. Band che nasce una quindicina di anni fa come pub-band ma che, ragionevolmente, ha anche cercato di portare avanti una storia propria. When I'm Gone è il secondo cd e cosa dirne se non un sacco di bene? Non sono dei ragazzini e si sente. E' un mix di tante cose: ci sono il country rock, il blues (elettrico), l'ispirazione, la voglia di mettere su disco una decina di canzoni ritmate, divertenti, semplicemente belle direi. Sarà che sono talmente nauseato di ascoltare le produzioni del cosiddetto melodic rock odierno che questo cd dei Blow ha decisamente migliorato la mia settimana (di ascolti). Consigliato a chi cerca dell'ottimo rock (di impronta anni Settanta/Ottanta, ma anche Novanta) diretto, senza bombature o sovraproduzione. Ah, giusto, serve fare nomi di riferimento ed allora i tags sono Rolling Stones, Ted Nugent, Riverdogs, Santana, The Dead Daisies.

Walter B.

MAVERICK - Big Red

Metalapolis

2016

Il riferimento agli Skid Row è piuttosto evidente non appena Dave Balfour apre bocca, tuttavia non è possibile non tenere bene a mente che questi arrivano dall'Irlanda del Nord. A distanza di mesi ed ascolti non cambia il giudizio: una delle migliori uscite hard rock degli ultimi anni. E c'è molto oltre gli Skid Row: ci sono quella base ritmica rotonda e rassicurante che è solo britannica, quel chitarrismo della nwobhm forse lontano anagraficamente ma ancora geneticamente ben piantato sulle dita di Ryan Balfour, su tutto una decina di canzoni che funzionano, dai testi ai cori, dove i cameo di Kane Roberts e Jakob Samuel servono solo a riempire di parole lo sticker promozionale e comunque attirare l'attenzione di potenziali acquirenti che lo avvistassero in un negozio di dischi (...non si sa quale come non si sa quali acquirenti però). Sullo stesso sticker si cita anche il singolo Whisky Lover: personalmente avrei preferito The One. Poco male, si tratta pur sempre di dettagli. Quello su cui mi sento di insistere invece è che il disco sia da comperare senza riserve.

Walter B.

MIKE TRAMP – Maybe Tomorrow

Target Records

2017

Torna, puntuale come un orologio svizzero (pardon, danese!), Mike Tramp con il suo decimo disco da solista dopo Nomad di due anni fa. Trovato il suo piccolo mondo fatto di chitarre acustiche, melodie in chiaroscuro e atmosfere da tramonto sul mar Baltico Mike non cambia formula aggiungendo solo ai consolidati ingredienti di sempre un po’ più di verve elettrica. Supportato ancora dal tuttofare Søren Andersen che si occupa di produzione, arrangiamenti e chitarre il disco scivola meno amabilmente delle precedenti uscite, mostrando a tratti un po’ di ripetitività e stanchezza. La qualità risulta meno omogenea ma con alcuni lampi assoluti che elevano il valore del disco a cominciare proprio da Coming Home, sei minuti e mezzo di splendore dove Mike con la sua voce riporta le emozioni a picchi siderali. I trucchetti che tengono in piedi il disco tuttavia sono sempre gli stessi: chitarre acustiche e contrappunti di elettrica con ampie dosi di piano e organo a fare quella copertina calda e soffice che abbraccia la maggior parte dei brani. Ci sono canzoni solari e pimpanti come It’s Not How We Do It, Spring oppure What More Can I Say contrapposte alle pennellate malinconiche della struggente Time And Place (l’altra gemma del disco) e della lunga title track finale Maybe Tomorrow. Sopra a tutto questo il cantautore Mike, quello che sa impreziosire il passaggio più scontato, riuscendo a tenere a galla un disco anche nelle fasi più monotone.

Matteo Trevisini

HORISONT – About Time

Century Media

2017

Tornano gli svedesi Horisont con il quinto album in dieci anni di carriera e continua la loro imperterrita setacciata dentro allo scrigno dei suoni degli anni settanta. La band capitanata dal biondo vichingo Axel Söderberg si è fatta spazio a spallate tra la folla infinita di bands dedite alla riscoperta dei suoni “di una volta” e - merito dell'innegabile talento – hanno scalato il ranking, piazzandosi proprio dietro ai grandi (Graveyard, Rival Sons, Vintage Caravan). Il trittico iniziale The Hive, il singolo Electrical e Withour Warning rendono da subito innegabile l’amore per gruppi come Thin Lizzy, Ufo e Blue Oyster Cult (questi ultimi per certe sfumature sonore e per le tematiche spaziali). La decade di gavetta in giro per l’Europa si sente tutta: la band di Göteborg ha infatti imparato a scrivere canzoni che restano in testa al primo ascolto, riuscendo nel difficile compito di non risultare anacronistica, vedi la splendida Letare, cantata in svedese, che racchiude in sé tutte le atmosfere dei boschi del Västergötland. Sia quando la band accelera come in Night Line oppure in Boston Gold, sia quando ricerca un’atmosfera più sognante nella progressiva Point Of Return oppure in Hungry Love, cala tutti i suoi assi spedendo in pasto al mondo l'album che ad oggi è il più maturo e riuscito. Certo l’originalità è presente come un pinguino nel Sahara ma tutto quello che la band ha ascoltato e assimilato dai grandi del passato lo ha digerito perfettamente riuscendo nell’arduo compito di non diventare una mera fotocopia degli originali.

Matteo T.

SISTER - Stand Up, Forward, March!

Metal Blade Records

2016

Un EP autoprodotto e tre album su Metal Blade. I quattro svedesi crescono e, raggiunti in formazione dal carismatico Martin Sweet al basso, ripropongono la loro formula, oramai un marchio di fabbrica. Look demoniaco e voci gutturali che si appoggiano su una base tipicamente “swedish sleaze glam”. Spogliate il trittico iniziale “Destination Dust”, “Carved in Stone” e “Lost in Line” della patina oscura che le avvolge, smussate gli angoli incrostati di catrame e troverete i classici ritmi nordici tanto cari ai fan di Hardcore Superstar e Crashdiet. Non cercate altro in questo album. Tutto si muove su questi binari e i riferimenti della casa discografica a Guns N’Roses e Misfit lasciano il tempo che trovano. “Trail Of Destruction” e “Unbeliever” sono i due pezzi da novanta anche se è la ballata “Carry On” a farmi alzare letteralmente le antenne. Da quanto non ascoltavo un pezzo con un songwriting e una costruzione melodica di tale fattura? Prima di chiudere mi preme sottolineare la perizia tecnica alla sei corde di Tim Tweak.A mio parere il vero fattore aggiunto di una band che sembra aver raggiunto la piena maturità. Fanno paura a vederli, ma sotto la scorza da “duri a morire” batte un cuore. Garantito!

Alessio C.

THE DOGS D’AMOUR - Original Album Series

Warner Music

2016

Da un paio di anni circa la Rhino (seguita a ruota da altre case discografiche) ha cominciato a stampare serie discografiche di 5 album di diversi gruppi a prezzi irrisori con lo scopo, presumo, di combattere il fenomeno della “musica pirata”. Fenomeno orami già passato di moda a tutto vantaggio dei servizi di streaming che per pochi euro al mese ti danno la possibilità di ascoltare tutto ciò che vuoi. Anche l’immaginazione di Steve Jobs che si fermava a “diecimila canzoni in un pacchetto di sigarette” è stata surclassata, a conferma che la tecnologia supera immancabilmente sè stessa. Questa prefazione per segnalare che nonostante io i Dogs li abbia tutti ed in tutte le salse, non sono resistito alla tentazione e mi sono comprato questi 5 CAPO lavori che nulla aggiungono alla mia discografia. I dischi sono quelli, le copertine sono scarne, non ci sono aggiunte, testi, nulla! Solo la musica, che in una settimana di viaggi ho ascoltato e riascoltato. Tyla, Joe Dog, Steve Jam e Bam, nella configurazione più classica della band, hanno avuto per cinque minuti le chiavi per tentare il successo planetario. Tra il 1988 e il 1991 la musica che girava e tirava sul pianeta terra era (anche) quella. Una versione Stones dei Guns N’Roses, con chiari riferimenti agli Hanoi Rocks.

Un gusto melodico invidiabile, a rivaleggiare con i conterranei Quireboys, a rimboccare il bicchiere sempre mezzo vuoto, per l’ultimo intramontabile giro di accordi. Non ricordo a memoria una canzone più bella di “Princess Valium”. E sì che ne ho ascoltata di roba nei miei primi 45 anni. Ma l’amore ci fa vedere le cose sotto una luce diversa, si sa. Se li conoscete poco, fatevi questo meraviglioso regalo.

Alessio C.

ACCEPT – Restless And Live

Nuclear Blast

2017

Udo o Tornillo…Tornillo o Udo… essere o non essere? Ormai l'amletico dubbio all’interno della storica band tedesca è diventato obsoleto. Mark Tornillo (ex - TT Quick) si è guadagnato le stellette sul campo e ha conquistato i fans del “panzer” di Solingen dopo otto anni e tre album in studio. Ora però è tempo di celebrazioni e Nuclear Blast pubblica questo doppio dal vivo con all'interno più di due ore dell'heavy metal teutonico più puro in quanto proprio da loro forgiato all'inizio degli Ottanta. Conoscete già gli Accept: quello fanno e quello ti danno, una gragnola di pugni sul grugno! Restless And Live ne è la cristallina dimostrazione: l’audio è una compilation tratta da vari live in giro per l’Europa mentre il video è lo show del Bang Your Head del 2015. Quello che balza all’orecchio è l’ampio spazio lasciato agli ultimi lavori pur non mancando i cavalli di battaglia come London Leatherboys, Restless And Wild, Fast As A Shark, Metal Heart e Balls To The Wall. Una strenna da avere per tutti i fans della band crucca!

Matteo Trevisini

ANNIHILATOR – Triple Threat

UDR Music

2017

Anche per gli Annihilator di Jeff Waters è tempo di consuntivi e quale modo migliore per farli se non pubblicare una doppia antologia un po’ “particolare”. Il primo disco infatti è un vero e proprio greatest hits riletto in versione acustica mentre nel secondo propone il live integrale, in tutta la sua potenza elettrica, dello show tenuto dai nostri al Bang Your Head Festival dell’anno scorso. La preparazione tecnica della band è talmente elevata che i fans godranno sia nell’esibizione classica, “grondante watt”, sia nell’originale riarrangiamento in chiave acustica dei brani della band canadese. Che sia thrash tecnico sparato a mille o dolci ballate cariche di chiaroscuri autunnali la creatura di Jeff Waters si esalta con sorprendente naturalezza tra i meandri di canzoni più o meno note della gonfia discografia. E’ palese che i fans “metallari” si getteranno a capofitto sul disco live che raccoglie le bombe elettriche di Never, Neverland , Phantasmagoria, Set The World On Fire, Kill The King e Alison Hell… insomma, la storia del thrash metal. Certo è che il dischetto più interessante è sicuramente quello acustico. Waters e soci tolgono la spina senza destrutturare i brani ma, anzi, dando nuova luce a taluni tra cui Sounds Good To Me, Innnocent Eyes, Stonewall e In The Blood. Gli Annihilator con Triple Threat sono riusciti nel duplice intento di accontentare i die-hard fans ma anche l’ascoltatore occasionale che li conosce poco… altro che tripla minaccia!

Matteo Trevisini

GLENN HUGHES - Resonate

Frontiers

2016

Certo che i fans della "voce del rock" non se la passano male: il suo operato è talmente presente in una miriade di nomi, bands, progetti e collaborazioni che si stenta a credere abbia il tempo di lavarsi i denti...ma Glenn Hughes, semplicemente, non si ferma mai! Dopo i Black Country Communion, il super gruppo con Joe Bonamassa, il successivo disco d'esordio degli sfortunati California Breed e senza contare le quasi quotidiane collaborazioni con artisti in ogni angolo del globo, Glenn torna alla carriera solista otto anni dopo il funkettoso First Underground Nuclear Kitchen. Beh, complimenti! Obiettivo centrato! Glenn è riuscito a superare tutte le cose che lo hanno visto partecipe negli ultimi dieci anni: qui c'è tutto quello che deve avere un album per essere figo: attitudine, armonie vocali, arrangiamenti curati, melodie vincenti, testi ispirati, tecnica al servizio dei brani. La brutta abitudine di Glenn di urlare troppo negli ultimi suoi lavori è scemata riuscendo a dosare anche le parti più energiche senza dover sputare le tonsille sul microfono. La veloce e muscolare "Heavy" (sì, qua urla un po' troppo) non poteva essere miglior prologo e la seguente "My Town" non è da meno! Due sberle così, tanto per iniziare e subito si ergono protagoniste le chitarre fumanti di Soren Andersen. Le sabbathiane "Flow" e "Let It Shine" sembrano pescate dai tempi di Fused con Tony Iommi per rallentare claustrofobicamente i ritmi. L'organo dell'onnipresente Lachy Doley impreziosisce la melodia di "Steady". La tetra oscurità di "God Of Money" dal basso gommoso avvolge tutta la canzone mentre la voce di Glenn s'inerpica nel meraviglioso ritornello, ma è di nuovo l'Hammond a farla da padrone nella delicata ballata "When I Fall" mentre fa capolino anche il soul sbarazzino nella fresca "Landmines". Si finisce con l'anonima "Stumble & Go" e con la decisamente migliore "Long Time Gone". Un disco che i fans della "voice of rock" ameranno per policromia ed ispirazione. Attenzione a non perdervi la splendida e delicata bonus "Nothing's The Same" (da brividi!).

Matteo Trevisini

APOLLO - Waterdevils

Escape Music

2016

Non fatevi ingannare, Apollo non è il "monicker" pomposo di una band di soft Aor canadese dei primi anni ottanta! Vi dice nulla il nome Apollo Papathanasio? Proprio lui, questo è il suo primo album solista. Apollo, 47 anni, è il vocalist svedese di origine greca che ha donato le sue potenti corde vocali a gruppi come Evil Masquerade, Sandalinas ma soprattutto Firewind e gli ultimi Spiritual Beggars. La sua voce è considerata da molti tra le più talentuose degli ultimi anni. Dopo un'interminabile gestazione questo debutto viene finalmente pubblicato mostrando ai fans un quadro completo e reale sugli amori del cantante e sulle sue influenze. Registrato con l'aiuto di un'infinità di amici compresi Per Wiberg, suo compagno nei Beggars, Chris Amott degli Arch Enemy e Ludwig Witt dei Grand Magus. Apollo fa uscire tra questi solchi tutto l'amore per l'hard rock anni '70 della magica triade Deep Purple, Rainbow e Whitesnake: ci sono decisamente più Spiritual Beggars in questo album che Firewind, hard rock classico forse poco originale ma sicuramente molto onesto e ispirato ed a tratti persino divertente. La prima parte del disco, dalle potenti "Revolution for the Brave" e "Liberate Yourself", emana le fragranze nostalgiche di un passato remoto che non ci sarà mai più ma che in tanti hanno la dote di saper ricreare. Sentite i cori femminili sudati di "Buried in a Flame", gli echi di Mr. Ronnie Dio in "Safe and Sound" e nell'epica "Fallen Endlessly". Apollo sa quando accelerare portandosi su confini metal come in "Crossing the Lines", in "Power" oppure nell'ispida "Rise Up" ma sa anche quando c'è da cospargere melodia radiofonica come nell'anthemica "I need rock'n'roll", nell'energia di "Through the Fire" e nella roboante "Stop". Il debutto di Apollo non cambierà la storia dell'hard rock ma vi farà scuotere la testa, su tutti i fans degli Spiritual Beggars che qui troveranno di che godere.

Matteo T.

LE "CLASSIFICHE" DI FINE 2016

Non starò qui a ricordare quanti e quali interpreti musicali ci hanno lasciato nel corso dell’anno (argomenti trattati nel merito e con dovizia di particolari ovunque nella carta stampata e nel web) ma prima di segnalare quattro, cinque titoli che non devono mancare nella vostra collezione di dischi mi soffermo con poche righe su due accadimenti legati alla musica che più mi hanno colpito. Il 2016 sarà ricordato come l’anno dello scandalo “secondary ticket”. La tecnologia ci aiuta a “stare meglio”, ci aiuta a lavorare meno (e in meno persone ahimè) ci aiuta ad essere più democratici. La tecnologia permette a qualcuno di comprare 20/30 mila biglietti in uno/due minuti eludendo la barriera del massimo di 4/6 ticket acquistabili da una singola persona. I fan, quelli veri che risparmiano due mesi per accaparrarsi l’agognata entrata nella pit non fanno manco in tempo a registrarsi che i biglietti, tutti, sono già terminati. Come è possibile uno schifo del genere? Semplice. Dietro la tecnologia c’è l’uomo e l’uomo è da sempre “programmato” per metterlo in quel posto. C’è un modo per rimediare a questa stortura del mercato? Si! Abbandonare la barca e lasciarla affondare. La seconda cosa che mi ha colpito, accaduta qualche giorno fa è la bancarotta della società inglese TeamRock, proprietaria delle riviste musicali Classic Rock e Metal Hammer. Qualche anno fa aveva speso milioni di sterline per far sua due delle più popolari riviste presenti nel panorama musicale. Ora in quattro giorni ha portato il libri contabili in tribunale e lasciato a casa circa una settantina di persone (tra giornalisti, grafici, …). Una vera disdetta. Se penso che Classic Rock di fatto è l’unico magazine che ancora oggi riesce a farmi scoprire qualcosa di interessante mi viene quasi da piangere. Speriamo che qualcuno rilevi le riviste, non credo serva un rilancio in grande stile, anche se la crisi del mercato cartaceo è oramai irreversibile. Ed ora passiamo a quanto di memorabile, a mio parere, ci ha lasciato questo 2016. Anno che di certo non ha brillato per chissà quali novità di genere. La musica incisa non rende più una lira, difficile che qualcuno (nuovo o vecchio) si concentri a scrivere e suonare qualcosa di clamoroso, anche se devo dire non mi è dispiaciuto il ritorno dei METALLICA. Comincio con i TAX THE HEAT il cui debutto discografico “Fed To The Lions” è uscito nella prima parte dell’anno su Nuclear Blast. Il look non è dei più convincenti, ma il loro retro rock misto blues mi ha convinto molto di più dei compagni di scuderia Scorpion Child. Andando controcorrente non posso dimenticare lo strano rientro dei nord irlandesi THE ANSWER con “Solas” (Spinefarm Record). Intimista, intriso di folk, melodico, quasi tedioso. Strano per l’appunto, qualcosa di simile ai Cult del periodo post hard rock. RIVAL SONS, THE CADILLAC THREE, BLACKBERRY SMOKE e THE TEMPERANCE MOVEMENT sono le quattro band da cui mi aspettavo il salto nello spazio. Non c’è stato. Dischi nella piena normalità, ascoltati e rimessi nel cassetto. Peccato. Meglio di loro, sicuramente i WHISKEY MYERS di “Mud”. Ho invece adorato dalla prima all’ultima nota il comeback dei PURSON con “Desire’s Magic Theatre” (Spinefarm Records). Mi ha riportato a certi lavori che uscivano nei primi duemila a Detroit. Acidi e blues rock gli elementi della ricetta. Ottimi. Alla fine dell’anno, in piena crisi mi sono buttato a palla sul nuovo BAD TOUCH “Truth Be Told” e, soprattutto, sul ritorno della bellissima Taylor Momsen e dei suoi THE PRETTY RECKLESS. “Who You Selling For” (Razor & Tie Records) è il mio disco dell’anno e “Take Me Down” la canzone che più ho urlato a squarciagola nei miei 50 mila chilometri percorsi negli ultimi dodici mesi. Alla prossima! E buon anno a tutti i lettori, a Walter e Matteo. Stay tuned!

Alessio Carraturo

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Cosa (mi) è rimasto in musica del 2016? Premesso che la storia oramai si ripete da anni, ovvero che le uscite sono talmente numerose che uno dovrebbe specializzarsi in un solo genere (disciplina che non mi interessa coltivare) non resta che mettere in risalto "per aree" alcune uscite. Tra i big l'anno è iniziato al meglio con Anarchytecture degli SKUNK ANANSIE, un album che conferma la verve dei tempi migliori. Speravo poi di poter rivedere in tour i THE JEZABELS (album The Brink) ma i problemi di salute della tastierista hanno modificato i piani della band australiana (al momento pare che la situazione si sia risolta). Meritevole di un ascolto anche il ritorno al passato di SANTANA IV. Sul fronte italiano il top lo ripartisco tra Emidio Clementi (il suo progetto SORGE cresce ad ogni ascolto ed è di un livello superiore) ed i BUNUEL di Iriondo / Capovilla / Valente che per l'occasione han reclutato Eugene Robinson dei californiani Oxbow in un progetto al fulmicotone coronato da una performance live come non ne vedevo da anni. I MARLENE KUNTZ sono tornati con l'ottimo "Lunga Attesa" e per chiudere non dimentico "Folfiri o Folfox" degli AFTERHOURS che, piaccia o no l'Agnelli televisivo, han pubblicato uno dei migliori album della carriera. Passando al rock melodico buona la prova dei THE UNION OF SINNERS AND SAINTS dell'ex Petra John Schlitt e bravi gli emergenti TEMPT di provenienza New York, talmente anomali per il mercato americano da trovar casa solo in Europa. E come non citare i MAVERICK: una band che avesse centrato due dischi su due come han fatto loro 25 anni fa avrebbe ricevuto gloria globale (...però mi sa che questa globalizzazione fa acqua da più parti). Sempre attivo anche il mercato delle ristampe e ne segnalo alcune irrinunciabili: l'inedito dei BLACKTHORNE del 1994, la ristampa del cd degli HARD KNOX e la meravigliosa raccolta dei pezzi dei LOVE/HATE antecedenti all'uscita di "Blackout In The Red Room". E il 2017? Sul fronte italiano ho calendarizzato le nuove uscite di UMBERTO MARIA GIARDINI, ANGELA BARALDI ed EDDA mentre per quanto riguarda gli eventi live se ad Aprile il FRONTIERS ROCK FESTIVAL 4 giustamente canalizzerà l'attenzione del popolo melodic-rock a giugno arriveranno i GUNS'N'ROSES del faraonico reunion-tour già campione di biglietti venduti. Sarà questa, credo, la cartina al tornasole per capire se (e in che misura) ha senso ancora nel 2017 parlare di sesso, droga, ma soprattutto rock'n'roll. L'entusiasmo per l'evento, al di là dei soliti diffidenti, è comunque alle stelle. Per farla breve: chi vivrà... vedrà.

Walter Bastianel

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Che dire… bah, questo aspro e arido 2016 è stato un anno che non ha regalato grande musica, quella con la “M” maiuscola, da ricordare e riascoltare davanti al fuoco tra vent’anni. Sono stati dodici mesi di buone uscite (e di altre meno buone) ma la maggior parte sono passate senza lasciare tatuaggi indelebili. Segnalo quindi un po’ di dischi a caso, album che hanno dimostrato di essere una spanna sopra agli altri. A livello di hard rock moderno come non segnalare i SIXX A.M. con Prayers For The Damned Vol.1 (anche il secondo è buono, ma inferiore) mentre in ambito classic rock due album su tutti: il debutto dei giovani inglesi INGLORIOUS e il nuovo degli IMPERIAL STATE ELECTRIC di Nicke Anderson. In All Through The Night l’ex leader degli Hellacopters conserva quel tocco magico che non riuscirebbe a perdere nemmeno se s’impegnasse! Per quanto riguarda il caro vecchio sleaze la medaglia d’oro a pari merito se la aggiudicano i francesi BLACKRAIN con il divertente Released e gli svedesi SWEET CREATURE di Martin Sweet dell’ottimo The Devil Knows My Name. A proposito, tornando al caminetto di prima, se ci siete davanti e vi preparate ad una serata in relax segnalo Book of Shadows II, lo splendido secondo capitolo acustico di ZAKK WYLDE. Buon Anno!

Matteo Trevisini

METALLICA – Hardwired... To Self-Destruct

Blackened

2016

…uhm, ardua la faccenda in cui mi sono cacciato con le mie mani volendo parlare dell’ultimo doppio album dei quattro di Frisco. Chilometri di recensioni, critiche e saggi sono già stati stilati minuziosamente e tutti i verdetti e le condanne sono state eseguite “de facto” già lo stesso giorno della pubblicazione. Un album doppio, a tratti pantagruelico nelle sue proporzioni, già metabolizzato, digerito e pronto ad essere sputato insieme a critiche feroci e alle volte di maniera (come se sparlare di un disco importante di una band storica portasse a chi scrive giovamento psicofisico... dici di no? Potrebbe anche essere! dnW). E’ naturale che all’uscita di nuovi lavori di bands iconiche ci sia questa cascata mediatica dove tutti si debbano schierare per forza mentre gli “haters” si divertono sadicamente a trovare il pelo nell’uovo piagnucolando sui capolavori delle suddette bands e dei meravigliosi e ormai lontani tempi d’oro. Io voglio scrivere Basta! La bands crescono e maturano, talvolta riesce bene, altre volte male, l’ispirazione va e viene o se ne va del tutto, è assolutamente naturale. Un anno fa era successo già a “The Book of Soul” degli Iron Maiden (un album a mio parere pretenzioso, noioso e pesante come un cinghiale sullo stomaco la notte dopo il cenone di Natale!) passare sotto le forche caudine dei recensori e critici globali. Il sottoscritto ha atteso pazientemente e lo ha ascoltato assimilandolo piano piano fino alla seguente conclusione: “Hardwired… To Self-Destruct”, il tanto atteso nuovo lavoro dei Metallica, è il disco migliore che abbiano fatto negli ultimi 25 anni. Se siete i metallari duri e puri che piangono ancora sulla tomba di Cliff Burton e non vedono oltre il trittico iniziale chiamato “Kill, Ride, Master” a questo disco ci avrete già messo una pietra tombale sopra. Se invece fate parte di quella più ampia categoria silente che ha apprezzato e ha seguito negli anni le evoluzioni e – perché no – anche alcune evidenti involuzioni dei ‘tallica non inciamperete nel subdolo tranello di bollare questo disco per quello che in realtà non è. Sì, è un disco paraculo, disseminato di esche che vanno a ricordare qualche vecchio capolavoro (un quadro d’insieme molto ben delineato con atmosfere cupe e tematiche che richiamano “… And Justice for All”) ma con arrangiamenti groovosi e moderni che ricordano i due “Load”. Di thrash old school qua c’è poco! Ci sono semplicemente i Metallica targati 2016, tornati a prediligere la forma-canzone nonostante in alcuni punti non riescano proprio a non essere prolissi. Chiariamo subito che se quest’album fosse stato ridotto nel minutaggio di alcuni brani e alcuni di essi fossero stati usati solo come b-sides, portando così il disco ad essere singolo della durata di un’ora, avrebbe rasentato la perfezione (troppi se, troppi se... ndW). Ma, si sa, la coppia Ulrich/Hetfield ha sempre preferito ingrassare i loro ultimi album all’estremo come se la qualità andasse di pari passo con il minutaggio. Va bene, basta… andiamo al sodo! (meno male, ho letto solo attenuanti finora, ndW). Il primo dei due dischi ha poche cose che si possano definire negative. Già dai tre irruenti minuti di Hardwired si capisce che il vento è cambiato, ma è solo l’anticamera di un susseguirsi di pezzi avvincenti: l’epica Atlas, Rise! si stampa subito in mente: i Metallica si autocitano, rendono omaggio ai riff classici del metal anni ’80, Maiden compresi. Now That We're Dead sarebbe stato un singolo perfetto ai tempi del Black Album, un mid tempo memorabile con un chorus che si aggrappa alla corteccia cerebrale. Arriva Moth Into Flame (ispirata dalla vita e dal talento di Amy Winehouse... posso suicidarmi anch'io? ndW), altro brano breve e veloce dove Hetfield si esalta. La cadenzata e ritmata Dream No More stupisce per freschezza con un buon Kirk Hammet ed il ritorno a tematiche Lovecraftiane: Cthulhu è vivo! Splendida chiusura affidata agli otto minuti di Halo On Fire, ballad che cresce in un vortice ritmico ed elettrico impressionante. Confusion apre le danze del secondo disco, non è male anche se la lunghezza le taglia le gambe. Ritmiche cadenzate, abusate nei due Load, continuano nella successiva ManUNkind, brano che gira un po’ a vuoto ma dalla sua ha un'ottima pacca che fa risaltare la produzione di Greg Fidelman (il confermato ingegnere del suono) e le dinamiche della coppia Ulrich/Trujillo. Peccato per il trittico formato da Here Comes Revenge, Am I Savage e Murder One (dedica al compianto Lemmy), i veri corpi estranei di un lavoro che, non ci fossero proprio stati, avrebbero alzato notevolmente il voto in pagella. Fortunatamente si finisce con l’incazzatissima Spit Out The Bone, uno speed metal veloce e violento intriso delle tematiche fantasy care a Hetfield. Lasciate stare i pregiudizi e i preconcetti che i ‘tallica hanno generato in 35 anni di carriera, cadute di stile incluse, e ascoltatevi quest’album liberi da ogni freno inibitore o paletto. Vi accorgerete che è un disco onesto, vero ma soprattutto colmo di canzoni che finalmente non sfigureranno nelle scalette dei prossimi tour al fianco degli storici cavalli di battaglia dei quattro cavalieri neri di Frisco. Bentornati!

Matteo Trevisini

ARCANA 13 – Danza Macabra

Aural Music

2016

“… io, come grande inquisitore, ti condanno! Copritele il volto con la maschera del demonio, inchiodatela! Che il fuoco purificatore la riduca in cenere e che il vento purificatore possa cancellarne ogni traccia!”. Sì, proprio cosi, con questo stralcio tratto da “La Maschera Del Demonio”, il film di Mario Bava del 1960, inizia l’impressionante debutto di questa band italiana. Tutto in questo piccolo gioiello artigianale brilla per genialità e passione. Danza Macabra è un progetto nato dalle menti dei romagnoli Andrea Burdisso e Simone Bertozzi, coadiuvati da Filippo Petrini e Luigi Taroni: unire l’hard rock/doom anni settanta dei primi Black Sabbath all’iconografia “spaghetti-horror” degli anni 60/70 di cui l’Italia è sempre stata orgogliosa protagonista. Già la copertina, disegnata appositamente dal maestro Enzo Sciotti, è un omaggio a questo immaginifico mondo fatto di paura, cellulosa e sangue rigorosamente vintage. Dall’amore per l’hard rock sepolcrale ai suoni analogici fino alle melodie che richiamano i Ghost (perché è bene ribadirlo, con o senza paramenti sacri, i Ghost sono una band immensa!) la band italiana è tanto brava, quanto ruffiana, nell'inserire al momento giusto il passaggio giusto tratto da pellicole ormai entrate nella leggenda di maestri del calibro di Lucio Fulci, il già citato Mario Bava, Pupi Avati e Dario Argento. L’album sorprende per questa certosina perfezione e, viste le melodie vincenti, gli si può perdonare la poca originalità. Da Arcane XIII, Land Of Revenge a Oblivion Mushroom la band inanella atmosfere sulfuree, ritmi pesanti su refrain sempre ariosi e di facile impatto. Di tutto rispetto la cover dei Goblin Suspiria, che rinvigoriscono rendendola ancor di più orrorifica, la cupa Blackmaster (ma cosa non è cupo in questo “platter”?), la bomba melodica The Holy Cult Of Suicide e per finire i sette minuti acidi e lisergici di Hell Behind You. Popolo delle tenebre! ... gli Arcana XIII possiedono tutto quanto per diventare famosi e osannati a livello internazionale e questa gemma nera sta qui a dimostrarlo! Entrate a far parte della setta prima che la massa se ne accorga e li faccia diventare “mainstream". Orgoglio tutto italiano, Dieci “cum laude”!

Matteo T.

OPERATION MINDCRIME – Resurrection

Frontiers Records

2016

Secondo capitolo della trilogia inaugurata nemmeno un anno fa da Mr.Geoff Tate con il monicker eloquente di Operation Mindcrime. Nonostante le critiche feroci il primo capitolo aveva dalla sua una chiarezza d’intenti su dove andare a parare, indipendentemente dalla qualità proposta. Ne venne fuori un disco più che buono, abile a mescolare il sound degli ultimi veri Queensyche (Promised Land) a sonorità neo-prog e perfino “nu metal” che, insieme ad arrangiamenti più che buoni, definirono un album che lasciò ben sperare nel futuro dell’ all-stars-project del singer tedesco-americano. In questo Resurrection viene a galla invece tutta la confusione della trilogia, come se le buone intuizioni si fossero esaurite dopo il primo capitolo: arrangiamenti fini a se stessi, grossi nomi (ai confermati Simon Wright, John Moyer, Brian Tichy, Kelly Gray si aggiungono gli ospiti Tim “Ripper” Owens, Blaze Bayley e David Ellefson) che tuttavia non portano al disco alcun sussulto (o quasi). Quattro intro devono passare prima che arrivi la prima canzone (quattro intro!) e da subito si avverte una paura in sottofondo, la paura di osare già delle stesse corde vocali di Geoff che – complice una produzione piatta – dona veramente pochi picchi a questa sua ultima fatica. Da salvare solo la collaborazione a tre su Taking On The World (insieme a Tim “Ripper” Owens e Blaze Bayley). Buone idee ma proposte male si trovano anche in Left For Dead, Invincible e nella melodia di Which Side You Are On ma queste poche bolle d’aria non bastano a salvare dall’annegamento in un mare di noia. Fa "paura" pensare che tra un po' toccherà pure sorbirsi il terzo capitolo di questa trilogia.

Matteo Trevisini

JACKYL - Rowyco

Mighty Loud Entertainment

2016

I primi tre dischi major dei Jackyl (due Geffen anni 1992 e 1994, uno Epic 1997) sono lavori imprescindibili per chi si definisce un seguace del rock di strada. I cinque georgiani vennero proposti in un periodo di scarso interesse per le sonorità proposte, ma riuscirono comunque a guadagnarsi uno spazio laddove il grunge cominciava ad avere già il fiato corto e il new metal si sbracciava con il punk finto ribelle (“Basket Case” è del 1994) per primeggiare nelle classifiche che conta(va)no. Guardando video come "Down on Me" e "When Will it Rain" possiamo capire come i nostri avessero poco in comune con le paillettes del Sunset Boulevard, preferendo un rock viscerale vicino a gente come Dangerous Toys, Every Mother Nightmare e Spread Eagle. Il passo verso un hard rock di matrice sudista (già presente in un dei loro manifesti “The Lumberjack”) sarà poi quasi obbligato negli anni a venire. Ma veniamo all’oggi! Jesse Dupree non ha mai mollato, questo gli va riconosciuto, e a venticinque anni dall’esordio lo ritroviamo ancora qui, nel pieno della forma ad urlare sul microfono. Non ho più contato le uscite della band, dovrei andare giù in cantina visto che non ne ho mancata alcuna, sta di fatto che ancora una volta siamo di fronte ad un lavoro che non delude le attese. Jesse mantiene uno status di forma invidiabile fin dalle prime tracce: “Disasterpiece” e “All Night Rodeo” su tutte. I riff sono rocciosi, anche troppo, il basso pompa a palla con un Chris Worley sugli scudi dietro le pelli. L’intermezzo semi-acustico di “Just Beacuse I’m Drunk” vi farà amare questo disco, che ovviamente consiglio solo a chi i Jackyl li ha tatuati sul cuore.


Alessio C.

BULLETRAIN - What You Fear The Most

Aor Heaven

2016

Secondo disco anche per i Bulletrain, dopo il debutto di due anni fa con Start Talking, e decisa sterzata verso lidi street rock di chiara matrice americana ma con quel genuino, quanto moderno, tocco scandinavo che ha portato in luce negli anni una miriade di bands dalle terre nordiche. Il disco è godibile pur non facendo gridare al miracolo e prosegue sulla scia che ultimamente in molti hanno inaugurato, ovvero quello di ergere a proprie guide spirituali gli Skid Row di 25 anni fa. Aggiungeteci un cucchiaio di HCSS e Crazy Lixx a piacere ed avrete l'abusata formula in cui si muove il “treno proiettile”. Certo il paragone è solo a livello di sonorità e non certo di qualità, soprattutto dal lato “testi”. Nonostante ciò i Bulletrain del carismatico singer Sebastian Sundberg e del bravo guitar player Mattias Persson riescono ad impacchettare un prodotto competitivo con più di un brano vincente come l’energica Memory Lane, la veloce Love Lies, l’anthemica Wet, Tired & Lonely e la pimpante Old Lighthouse. Un po’ più banali risultano essere brani invece come Can’t Get Away, la cattivissima Fight With Me o la ballata stucchevole We Salute You. Globalmente un discreto ritorno che evidenzia una splendida produzione ma qualità a macchia di leopardo. Un sette in pagella lo guadagnano, con la promessa di impegnarsi nella ricerca di un songwriting più corposo.

Matteo Trevisini

AIRBOURNE – Breakin’ Outta Hell

Spinefarm

2016

E’ stato maledettamente difficile ma forse (e dico forse) gli Airbourne hanno finalmente costruito e consolidato una propria identità grazie ad un curriculum di tredici anni di carriera, la bellezza di tre album (questo è il quarto) e centinaia di concerti. Ora, finalmente, si tende a parlare di un nuovo disco degli Airbourne senza citare il nome AC/DC nelle prime due righe di ogni articolo. Certo con il nuovo Breakin’ Outta Hell il gruppo non esce dal seminato creato dagli album precedenti fatto ovviamente di tanti AC/DC (aargh cacchio! Bisogna pur nominarli no?) ma anche di tanta ma tanta personalità nelle melodie e nei testi. La qualità primaria dei fratelli O’Keeffe è di aver sempre saputo scrivere dei piccoli gioiellini di semplice hard rock con dei chorus fatti apposta per essere cantati sguaiatamente con una birra in mano e cento altre già nello stomaco (cosa che ai padri putativi nominati addietro non riesce più da qualche decennio). L’album inizia sparando cannonate del calibro della title track, del delizioso mid-tempo Rivalry o delle sguaiate Get Back Up e It’s Never Too Loud For Me che fanno letteralmente saltare dalla sedia grazie all’esplosiva produzione dell’ormai fidato Bob Marlette. Da questo punto esatto la band australiana va in loop calando di tono con la ripetitiva e scontata Thin The Blood e la sua sorellina I’m Going To Hell For This. Down On You fa tirare un sospirone di sollievo con il fantasma del vecchio poeta Bon Scott che occhieggia da dietro l’angolo, ma l’album ha preso ormai una deriva verso il basso facendo balenare alla fine anche un po’ di noia. Insomma incrociamo le dita sperando che gli Airbourne non abbiamo catturato dai pluricitati, oltre al dna, anche una certa piattezza compositiva.

Matteo Trevisini

THE BLACK MOODS - Medicine

Another Century

2016

E’ il rock che “gira” ora, quello proposto dal trio di Phoenix. Mainstream si dice. Che ai giorni significa non sapere a chi accostare per dare un orientamento all’ascoltatore. La stessa casa discografica ci ha preso dentro un po’ tutti, dai Black Crowes ai Foo Fighters. E d’altronde se tu li ascolti dall’inizio “Someone To Save Us”, traccia numero uno sembra un pezzo rock alternativo con un rifforama alla Led Zeppelin e un cantante che potrebbe prendere il posto di Myles Kennedy nel prossimo album di Slash. Poi passi a “Say It For The Last Time” e ti si spegne la luce. Cosa è sta roba? L’eccitazione rock dei primi Jet diventa un qualcosa di indefinito, sorta di “meltin pot” rock inglese inizi anni duemila. Da saltare a piè pari. Nel disco tuttavia spicca il lavoro davvero eccelso di Johannes Lar al basso, il vero motore a scoppio della band. Sia chiaro, le potenziali hit ci sono, “Right Now Anywhere” e “Killers In The Night” non scherzano ed hanno un airplay invidiabile, ma la band manca di quel quid, quella personalità che li prenda dal mazzo e li faccia diventare una carta vincente. Ecco, ora ci sono. Al quinto-sesto ascolto mi sento di scomodare gli Idlewild. Avete presente? No? Youtube e via di corsa, che anche oggi avete imparato qualcosa.

Alessio C.

GRACE POTTER - Midnight

Hollywood Records

2015

Accantonati, momentaneamente spero, i suoi Nocturnals, la bella e sensuale Grace si adopera in quello che di fatto è considerato il suo debutto solista (esiste in realtà una sua opera prima indipendente datata 2004 e quasi introvabile). Artista molto “quotata” in patria, dove sono innumerevoli le collaborazioni di pregio, da noi è di fatto sconosciuta. Un peccato davvero. Anche se devo dire che questi dodici pezzi composti, suonati e prodotti in compagnia di Eric Valentine hanno un “piglio” troppo pop. Capisco le mire major della nostra (o dell’etichetta?) ma l’approccio ai primi pezzi, “Hot To The Touch” e “Alive Tonight”, mi ha lasciato piuttosto spiazzato. Per carità, in sede di recensione possiamo fare gli “intellettuali” e trovare in “Your Girl” quel tocco funky anni settanta ma il resto scivola con grande fatica a meno che non si sia fan purosangue dei sintetizzatori che hanno infastidito le nostre orecchie per tutti gli anni ottanta (ricordate?). Ho dato due chance alla ballata piano e voce posta alla fine “Let You Go”, ma nulla nemmeno qui. Ti vogliamo “nuda e cruda” Grace non travestita da una Cindy Lauper qualsiasi. Che poi Cindy il suo perché all’epoca ce l’aveva eccome.

Alessio C.

WEDGE – WEDGE

Heavy Psych Sounds

2015

Debutto omonimo della band berlinese dei Wedge che ti calcia con i suoi stivaletti di pelle rossa nel tunnel del tempo, facendoti rotolare in una spirale di suoni acidi e flower power come se il tempo si fosse fermato tra la Swinging London e la California dei trip cosmici. Ormai il retro rock si è intrufolato ovunque e ogni band è pronta a sfornare il suo bel disco vintage. Qua c’è poco spazio per i suoni stoner e cadenzati dei loro più illustri concittadini Kadavar, qua c’è energico garage rock anni ’60 come se ad Alexander Platz una sera si fossero incontrati gli spiriti di Cream, Doors, Mc5, Blue Cheer e Fuzztones. Non sono i primi e non saranno gli ultimi a mescolare questi ingredienti ma intanto il loro debutto, con solamente sette brani, regala mezz’ora abbondante di ottime composizioni, non originali ma sicuramente ben riuscite e trascinanti. Il trio “crucco” formato dal leader, il singer e chitarrista Kiryk Drewinsky (ex Magnificent Brotherhood), dal bravissimo genio “tuttofare” David Gotz che suona basso, organo, piano, mellotron (e posso assicurare che dal vivo suona tutto quasi contemporaneamente, testimoni i miei stessi occhi) e dal solido batterista Holger Grosser impasta fin dall’iniziale Easy Chair gli ingredienti suddetti con una freschezza esplosiva che stupisce. Looks'n'Savvy, Makeyerselfree sono inondate da suoni saturi ma puliti e impreziosite da tappeti di organo elettrico. Il divertente singolo '61 SG dedicato alla Gibson di Kiryk è un rock’n roll ad alta gradazione con la voce urlata del singer che costruisce una melodia sfiziosa mentre discreto è il lavoro, soprattutto in fase di arrangiamento, in The Fight. Sentita e stra-sentita The Spider & The Cat ma comunque divertente nel suo incedere swing. Chiusura con il botto grazie a Never Learn che ci dona un ottimo ritornello molto ma molto “sixtees”. Punto primo: dategli un ascolto su You Tube e guardate il bel video. Punto secondo: quando capitano dal vivo dalle vostre parti non perdeteveli!

Matteo T.

Clicca sul flyer per i dettagli!

HARD KNOX - Psyco's R Us Divebomb Records 1993/2016

Ristampa di quelle indispensabili da parte dell'americana Divebomb. Di provenienza Utah gli Hard Knox (solo omonimi di altri acts) pubblicarono il presente unico cd nel 1993 godendo di visibilità locale (area in cui si narra fossero delle icone, del resto lo Utah non è che fosse al centro dei circuiti hair metal americani, è possibile) e poco altro. La band ed il disco però sono micidiali, di quelli che ti attaccano frontalmente, ti prendono e ti portano via senza scampo. Raggiunsero l'apice aprendo il co-tour di Slaughter e Saigon Kick, quando la coppia era capace di riempire le arene (americane). Qualche anno fa tre membri si sono ritrovati per una suonata e da lì forse è nata l'idea della ristampa, forti anche del fatto che il cd originale, negli anni, aveva acquisito prezzi improponibili. Ma se è vero che spesso (quasi sempre, diciamolo pure) se una band non è arrivata al sognato contratto è perchè comunque mancava di qualcosa, non era il caso degli Hard Knox. Chi ama l'hair metal di band aggressive tipo Wild Side, primi Guns, Dirty Looks, Skid Row e naturalmente AC/DC (quelli più incazzosi, beninteso) deve avvicinarsi agli Hard Knox. Non ha neppure senso citare questo o quell'altro pezzo perchè si parla di un disco riuscito da inizio a fine, figlio amato e coccolato di una stagione irripetibile di cui ne è fiero testimone. Clicca sulla copertina per ascoltare il disco. Segnalo solo l'aggiunta di quattro tracce demo (demo si fa per dire, sono pezzi più che finiti) che, se possibile, valorizzano ancor più questo monolite dell'hair metal più incorrotto. Oggi, capiamoci, siamo molto, ma molto al di sotto in termini di... tutto. E non è affatto nostagia. Insieme a quella dei DEAD ON una delle ristampe più importanti (e ben curate) del comunque eccellente (e da tenere sempre d'occhio in quanto in continuo movimento) catalogo Divebomb. Lunga vita.

Walter B.

VIOLET JANINE - Between Red & Blue Lions Pride Music 2016

Non fosse stato per il video "Down On My Knees" mai mi sarei avvicinato ai Violet Janine, ma l'immagine di Janine Nyman è di quelle che bucano lo schermo rock. Tuttavia oramai la figura femminile, se è pur vero che aiuta alla visibilità, è talmente abusata che basta fin là. Album relativamente breve, primo punto a loro favore. Raffinata cantante lei, secondo punto a favore. Buoni pezzi di hard rock scandinavo, semplici e senza fronzoli di tastiere (per fortuna, che il voler fare gli Europe nel 2016 a tutti i costi ha rotto... qualche rimando agli Europe non manca nel disco ovviamente, ma del resto può la scena hard rock scandinava pensare di prescindere da J. Tempest & Co., che lo riconosca o meno?) e dai cori canticchiabili, terzo punto a favore. Cameo di Tony Martin su "So Much More", quarto punto a favore. Tony Martin ha mai inciso qualcosa su un disco risultato brutto a conti fatti? Sarà anche lavoro, ma evidentemente la bontà artistica il singer inglese la sa riconoscere per decidere di metterci la voce e preservare l'integrità artistica. O no? Quel che è certo è che Lions Pride Music continua ad inanellare gran bei dischi in questo 2016, ottima label!

Walter B.

THE CADILLAC THREE – Bury Me In My Boots

Big Machine Records

2016

Uno dei comeback più attesi dell’anno era sicuramente quello del trio di Nashville dei The Cadillac Three che con il loro album Tennessee Mojo del 2014 avevano collezionato recensioni entusiastiche per il miscuglio di country southern grezzo e sbevazzone in un lotto di canzoni che erano (e sono) un vero e proprio inno alla baldoria alcolica fatta di stivali, cappello e camicie scozzesi macchiate di olio d’auto. La band nata dalle ceneri degli American Bang aveva l’arduo compito di bissare la vena compositiva del debutto. Jaren Johnston, Kelby Ray e Neil Mason si sono chiusi in studio dopo la serrabanda di interviste, tour e festival in giro per il mondo per provare a dimostrare che la vena non è svanita come una sbronza al mattino seguente. Qual è quindi il responso di questo Bury Me In My Boots? Non è negativo ma neppure si può gridare al miracolo. La partenza acustica di Bury Me in My Boots che, all’improvviso, esplode in una slide strascicata non poteva essere delle migliori. La bandiera confederata sventola già orgogliosa in questa perla country southern d’impatto dal testo che racchiude tutta la filosofia alcolica del trio (“bury me in my boots… and don’t forget the whiskey!”). La qualità dei brani è altalenante spostandosi da “pastiche” sudiste come Slide, Drunk Like You, Graffiti che faticano ad uscire dal recinto dei meri luoghi comuni alle atmosfere di Buzzin’, un brano diverso dal target. Sembra tuttavia che il trio sia indeciso se sondare strade nuove oppure rimanere nel comodo divano della riproposizione del più agricolo country hillbilly elettrizzato... ma per dio, capiamoci, non è che il songwriting di Jaren Johnston si sia impoverito all’improvviso! C'è pure da tener conto che negli ultimi anni i suoi servigi sono stati richiesti da tutte le più grandi star di Nashville, da Tim McGraw a Jake Owen, passando per Keith Urban fino a trovarlo nei credits dell’album solista di Steven Tyler "We’re All Somebody From Somewhere". Brani come Party Like You, la divertente Soundtrack To A Six Pack e l’atmosferica White Lightning sono qui a dimostrarlo. Arrivano però anche brani come This Accent oppure Peace Love & Dixie che sembrano troppo simili ad altri (più riusciti) del debut. Tirando le somme i Cadillac Three confezionano un secondo album sicuramente buono ma troppe aspettative ne evidenziano una scrittura monotematica ancorata un po' troppo al trittico “alcool, pupe e orgoglio sudista”.

Matteo Trevisini

THE VINTAGE CARAVAN – Arrival

Nuclear Blast

2015

Giovanissimo trio islandese proveniente da Álftanes, quattro case di legno sparse su di una penisola meridionale dell’isola di ghiaccio…eppure negli ultimi due anni hanno scalato tutte le gerarchie metal del vecchio continente grazie anche a questo loro album, in verità uscito nel maggio dell’anno scorso per Nuclear Blast...ma quest’anno l’Islanda è di moda e quindi sarebbe un errore madornale essersi persi questo piccolo ma monolitico gioiellino di hard psichedelico. Due album ottimamente recensiti come l’omonimo debutto del 2009 ed il seguente Voyage del 2012 ed un’infinità di concerti in tutta Europa incoronati dalle partecipazioni a festival prestigiosi come il Roadburn, il Wacken e l’Hard Rock Hell. Band acida, aggrovigliata nelle spirali siderali dell’hard psichedelico degli anni settanta, ma con code strumentali e gragnuole di pugni stoner sparsi qua e là nei dieci brani del disco. Nulla di originale ma fatto decisamente in modo sopraffino tenendo ben presente che il rosso lungocrinito leader Óskar Logi (voce e chitarra), il barbuto bassista Alexander Örn ed il drummer Stefán Ari Stefánsson sono del 1994 (!!!). E’ un album che va affrontato come un lungo viaggio ancestrale e quindi non ha nemmeno senso descrivere e giudicare canzone per canzone questo Arrival che si cosparge e avviluppa intorno al corpo ed il cerebro dell’ascoltatore per poi non staccarsi più… Last Day Of Light, Monolith e l’esemplare Babylon fanno vedere i muscoli di questa giovane band…hard rock martellante che dà filo da torcere ai migliori Graveyard e ai sempre troppo sottovalutati Spiritual Beggars. Intensi, cosmici come in Eclipsed che è un crescendo spaziale verso il chaos sonico ricco però di melodie vincenti e come Shaken Beliefs ed il singolo Crazy Horses, una corsa pazza e psicotica nei meandri della mente umana. Ma i Vintage Caravan sono anche quelli di brani lunghi e sognanti come Innerverse (…come non pensare ai migliori Rainbow o Uriah Heep!) o alla cavalcata epica e straniante di Winter Queen…quasi nove minuti di viaggio spazio-temporale negli anfratti glaciali di mondi lontani, un brano che racchiude tutti i pregi possibili ed immaginabili di questo strepitoso trio vichingo. C’è poco da fare, Arrival dimostra maturità, genio, dinamismo ed una freschezza compositiva molto rara al giorno d’oggi al punto che con umiltà ed esperienza la band di Óskar Logi potrebbe arrivare in cima: il varco è stato già aperto!

Matteo Trevisini

SANK ROCK - Restart

Dallas Records

2015

Gli Sank Rock sono una delle hard rock bands più note e longeve della Slovenia. Si formarono infatti nel 1982 e da allora hanno retto al passare delle mode (e di una guerra civile). Giusto qualche avvicendamento di formazione nel corso degli anni, nulla di che, ed una separazione attorno al 2010 durata l'arco di 4 anni e comunque superata al punto che recentemente sono tornati sul mercato (in tutti i sensi, è proprio il caso di dirlo, il cd infatti è stato inizialmente venduto nei supermercati locali allegato al pacco da 6 della locale birra Lasko!) con "Restart". Alla chitarra è tornato l'asso Bor Zuljan dopo la breve parentesi di Rocky Petkovic (col quale la band pubblicò "Senca Sebe" nel 2007, un vero gioiellino se qualcuno intende allargare i propri orizzonti), ma si è perso il tastierista originale Davor Klaric. Alla batteria siede oggi Roman Ratej al posto di Alex Uraniek. Non sottolineo a caso o pedantemente alcuni componenti della band: Bor, Davor e Roman sono infatti turnisti di alto profilo che nel corso della carriera hanno registrato anche sui dischi a nome Devil Doll al punto che non fosse stato proprio per i Devil Doll forse mai avrei scoperto anche gli Sank Rock, commettendo così un errore imperdonabile. Gli sloveni sono infatti una band formidabile ed oggi, venuti meno i Gotthard con la scomparsa di Steve Lee, verosimilmente la miglior band di genere hard rock melodico (discografia alla mano) dell'Europa Continentale ancora in circolazione. Pagano una inesistente distribuzione e notorietà nell'Europa Occidentale, ma questo è e rimarrà un problema/limite solo per coloro che credono in un pianeta musicale Occidente-Centrico. E questo "Restart" quindi? Quattro canzoni nuove più alcuni singoli della carriera ripresi e risuonati (in maniera fedele all'originale) che mi lasciano un beffardo sorriso. Beffardo sorriso perchè tra gli amanti (esclusivamente italiani, va specificato) del rock melodico "la produzione" è tema sempre dibattuto, poi però ti arrivano questi forti di una qualità generale che pochissime bands di genere (facciamo del catalogo Frontiers, tanto per citare una delle label guida) possono oggi vantare e tuttavia nessuno sa chi siano. E meno male che, secondo alcuni, la globalizzazione è un valore aggiunto della modernità...

Walter Bastianel

VOLBEAT – Seal The Deal & Let’s Boogie

Universal

2016

Con il passare degli anni e con l’incedere dei dischi e del successo conquistato dai danesi Volbeat in tutto il mondo i dubbi e le perplessità sul loro reale valore si sono sprecate. La band di Michael Poulsen è da considerarsi un "one trick pony" come dicono gli americani. Ovvero i Volbeat sanno fare solo un trucco e lo hanno già svelato nei primi loro dischi e adesso lo ripropongono stancamente con zero idee e tanta noia? Certo è che “Guitar Gangsters & Cadillac Blood” del 2008 era un signor album: frizzante, pieno di canzoni spettacolari e con quel sound tutto loro che mescolava i Metallica con Johnny Cash, ma poi? Il successo ovunque e le lodi sperticate accompagnate ad altri album buoni ma con la riproposizione “copia/incolla” del mix suddetto solo con meno enfasi, meno idee e meno fantasia negli arrangiamenti. La conferma viene da questo “Seal the Deal & Let’s Boogie” che ricicla tutte le idee precedenti senza però presentare canzoni veramente valide. Le corde vocali di Poulsen, iniettate del dna di Elvis Presley, ripropongono sempre le stesse melodie autocitandosi mentre gli arrangiamenti paiono usciti da una catena di montaggio con lo stesso stampo di produzione. Ad un primo ascolto tutte le canzoni, più o meno, sembrano perfette, ma quanto c’è qua dentro di non preparato a tavolino per continuare a piacere? Poco. Ma non ha importanza, tanto anche quest’album venderà caterve di copie. I Volbeat sono una buona band (o almeno lo erano) questo non si discute e specialmente dal vivo sono una garanzia di divertimento, hanno iniziato molto bene ma adesso dovrebbero fermarsi e capire dove vogliono andare a parare nel futuro. Puoi basare una carriera facendo sempre quello, per carità, ma in questo caso le canzoni devono essere perfette sennò la noia arriva ed è maledettamente difficile farla andare via distratti da tante altre uscite. Fossi in loro farei una riflessione…

Matteo Trevisini

BULLETBOYS – Elefante

Cleopatra Records

2015

…e se vi dicessi che questo Elefante è una delle migliori uscite recanti il logo Bulletboys in copertina mi credereste? Oddio, non che ci volesse nemmeno poi tanto. La band californiana non è mai stata tra le prime scelte del movimento “hair metal” di fine anni ’80. L’album omonimo diede la notorietà alla creatura dell’ex chitarrista dei King Kobra Mick Sweda e del clone di David Lee Roth Marq Torien, ma fu veramente troppo poco. Non servì neppure un discreto secondo disco (Freakshow, del 1991) per decretarne la fine artistica e farli cadere in una spirale da cui non si sono più rialzati (e sono passati 25 anni). Dopo i giorni di gloria dell’arena rock e l’arrivo del grunge la band è rimasta in mano al solo Marq Torien coadiuvato dal bassista Lonnie Vincent facendo collezione di album a dir poco orrendi (qualcuno si ricorda di Acid Monkey?). Negli ultimi decenni la band ha vivacchiato tra cambi di line-up, tour in club di quarta categoria e presenze fisse nei cartelloni dei festival revivalisti spuntati come funghi in ogni angolo degli States. Quindi, all’uscita di questo Elefante, era lecito non aspettarsi niente di trascendentale ed invece Marq e soci stupiscono per avere incanalato in un disco da studio una manciata di brani finalmente convincenti e divertenti da riascoltare a volume illegale. L’hard rock americano moderno di Rollover e della seguente Tsunami apre una breccia nel muro di diffidenza, attenzione! Non c’è traccia delle sonorità per cui sono conosciuti i Bulletboys, sembra infatti di sentire il miglior Scott Weiland degli ultimi album degli Stone Temple Pilots. Nonostante ciò Marq (che di originale non ha mai avuto molto) dimostra di avere ancora una signora voce, capace di interpretare le diverse atmosfere dei brani con appeal ed estensione vicine ai tempi d’oro, ma con più maturità e meno tamarraggine giovanile. Affascinanti l’ariosa melodia di Symphony, i giri ipnotici della più dark The Villain, la ballata melliflua Kin Folk (e qui la voce soul di Marq raggiunge vette non indifferenti!). Peccato solo per la produzione che appiattisce ogni brano ed impasta un po’ troppo la sezione ritmica. Uno dei pezzi migliori è sicuramente Saving You From Me ma anche le melodiche Superhuman Girl e Bitch Is Back non sono da meno infiocchettando un dischetto piacevole che supera alla buon ora la sufficienza piena e si merita più di un ascolto!

Matteo T.

THE LAST VEGAS – Eat Me

AFM Records

2016

Un vecchio proverbio dice che non si giudica un libro dalla copertina (tantomeno un disco!). Per fortuna, perché questo nuovo Eat me non prometteva per nulla bene con una torta dai colori improbabili in primo piano sulla cover ed uno sfondo arcobaleno da far venire il diabete agli occhi. Ed invece dopo il passo falso di due anni fa con l’album Sweet Salvation (passo falso?!? ndW), che ne aveva frenato la marcia spedita verso l’empireo hard rock del nuovo millennio, tornano i Last Vegas con il loro settimo disco più in forma che mai. La band di Chicago, attiva dal 2003 (in realtà ci sono due uscite full lenght-cd già a partire dal 1999 con lo stesso nome, ma sono considerati dei demo dalla band e non conteggiati in discografia ufficiale, ndW) e con ben sette album in saccoccia non cambia per nulla le coordinate sonore, nè inventa nulla di nuovo ma tutto quello che fa lo fa bene curando l’aspetto “canzone” e focalizzando nel modo migliore il concetto che "per fare rock’n roll ci vogliono i ritornelli!”. L’inizio è una sequela quasi perfetta di canzoni orecchiabili e deliziosamente efficaci a cominciare dall’acida Bloodthirsty per proseguire con la “catchy” Here We Go Again dove le vocals di Chad Cherry sono in primo piano. Il funky hard di Hot Fudge è bollente e farebbe ballare perfino un morto, idem per i ritmi circolari di Along For The Ride. Nell’aria di sente la puzza di sala prove dei primi Aerosmith: in questo album c’è tutto lo scibile delle sonorità anni settanta, dall’hard americano, al funky ed il classic rock tutto sudore caro ai Faces, filtrato con una massiccia dose di sleazy moderno ed incazzato. La qualità continua a pulsare fluida con un altro brano lascivo e sensuale come Voodoo Woman: le chitarre della coppia Adam Arling e Johnny Wator tagliano che è un piacere su riff sempre carnosi e potenti. Love’s Got Nothing On Me è la classica ballad targata The Last Vegas che porta in dote un mood vincente, altro colpo è Hard To Get Over (You’re So) tutta coretti e gioventù selvaggia, lo scettro dell’hard americano del nuovo millennio è saldamente in mano a loro ed ai Buckcherry! Quasi punk è To Be Treated che – in verità – da il “La” per la fase calante dell’album che finisce in modo anonimo. Sia il mid-tempo di Anything It Takes ma soprattutto la quasi industrial From Hell (non centra nulla con l’atmosfera ed i suoni di questo disco) fanno storcere un po' il naso: nove brani era il numero perfetto e ci si poteva fermare là. Ma non lamentiamoci perchè i Last Vegas con Eat me centrano il bersaglio e regalano una delle più calde uscite di questo 2016.

Matteo Trevisini

VEGA – Who We Are

Frontiers

2016

Aor di classe, a tratti pop, gli echi del “leopardo sordo” nemmeno tanto in lontananza, sfumature moderne e chorus energici ma comunque estremamente patinati, si possono scrivere tante cose sui Vega dei fratelli Martin e del biondo singer Nick Workman ma non che non siano riconoscibili. Quarto album in studio per la band inglese e quarto lavoro che dona una manciata di adorabili canzoni da canticchiare in auto. Niente di nuovo, niente di strabiliante, solo un lavoro onesto dove il classico trademark della band viene portato avanti in modo sicuro e senza grossi colpi di sonno. La produzione di Harry Hess dona profondità e potenza a partire dall’anthemico inizio di Explode. Gli ingredienti classici, ma saporiti, ci sono tutti: le melodie a presa rapida di We Got It All o di Every Little Monster, l’emozionante ballata Nothing Is Forever, un singolo giusto come White Flag. Su tutto la voce muscolare di Nick Workman che dipinge i brani con personalità e gusto. No, non si può proprio dire nulla ascoltando brani come For Our Sins, Generation Now oppure Ignite, i Def Leppard stessi ucciderebbero mezza Sheffield per scrivere ancora pezzi cosi. Certo il retrogusto derivativo (ormai è veramente dura essere originali) e qualche canzone che assomiglia ad altro già sentito non mancano, i soliti triti e ritriti stilemi del genere ci sono tutti ma i Vega sono bravi ad amalgamare ottimamente gli ingredienti con anche un pizzico di ironia, specie in un mondo piuttosto serioso come quello del melodic-rock. Ora non resta che andarli a vedere il 1 ottobre a Padova nella loro unica data italiana.

Matteo T.

Il report del concerto di CHRIS HOLMES al Motoraduno dei Wild Bunch (Trieste):

Clicca sulla locandina!

Il report del concerto degli ANTHRAX a Majano (Udine):

Clicca sulla locandina!

THE DEAD DAISIES - Make Some Noise

SPV Records

2016

Terzo disco per questa band (vogliamo chiamarlo progetto?) che dalla sua nascita ha visto un girandola di componenti impossibile da seguire. Rimane il nucleo fisso del precedente “Revolution”, rappresentato da Lowy alla chitarra, Mendoza al basso e soprattutto l’ottimo John Corabi che ancora una volta offre una prestazione sopra le righe. Tutto bene allora? Direi di no, ho letto un po’ in giro e sembra che questo sia il disco della rinascita dell’hard rock più sanguigno e roccioso. Io l’ho trovato privo di spunti. Con una produzione “monstre” a coprire gravi pecche di songwriting. Puoi avere il migliore lead guitar sulla piazza (e Doug Aldrich non ha bisogno di presentazioni) ma se poi non riesci a scrivere canzoni memorabili rimarrai per sempre una “entità incompiuta”. Un peccato, perché la title track lasciava davvero presupporre tutt’altro con i suoi riff al fulmicotone e i grandi chorus ottantiani. Ma già dalla successiva “We All Fall Down” capisci che qualcosa non torna, per non parlare delle tracce seguenti “Song And A Prayer” e “Mainline”. Il resto è una lenta agonia che a stento ti fa arrivare fino alla fine. Rimandati a settembre. Anzi bocciati per questa volta. Mi spiace.

Alessio C.

DGENERATION - Nothing Is Anywhere

Bastard Basement Records

2016

Devo avere un conto aperto con la grande mela se ogni volta che cerco qualcosa che mi faccia sussultare mi (tele)trasporto da quelle parti. Sono due le band che in questa estate mi hanno accompagnato in giro per l’Italia, da nord a sud. Un quintetto tutto femminile di cui vi parlerò molto presto e, soprattutto, il rientro dopo tre lustri e oltre dei DGeneration di Jesse Malin e Danny Sage che alla fine degli anni novanta, quando la spinta propulsiva dell’alternative hard rock sembrava sul punto di liquefarsi, rappresentavano gli unici portatori sani del virus “street rock” di californiana memoria. Tre album imprescindibili e poi la fine di tutto. Con il singer ad abbracciare una interessante carriera solista di triste cantastorie tra i locali malfamati della immancabile New York City. Tutti ritornano, questo lo abbiamo capito oramai. La reunion dei DGeneration passerà in silenzio, questo è scontato, ma poco importa. Non è la gloria che i cinque cercano cantando a squarciagola “Militant”. E’ il rock marcio dei bassifondi, eredità perduta del CBGB, quella che si dipana in tutti i tredici pezzi del disco. Alcuni, lo ammetto, assomigliano troppo alla deriva cantauturale del buon Jesse. Mi riferisco in particolare a “Lonely Ones”, “Dance Hall Daze” e “Rich Kids”. Ma le schegge della iniziale “Queens Of A”, di “Apocalypse Kids” o della seguente “21st Century Blues” sono pane per chi ha celebrato il passato di questi cinque figuri. Vero è che sono finiti i tempi di “No Way Out”, ma un disco come questo merita comunque una menzione particolare.

Alessio C.

SINFUL SOCIETY - Sinful Society Autoproduzione 2016 Il prevedibile ottimo prodotto di produzione finnica. Quattro pezzi di hard rock fulminante pilotati dalla voce di Riina Tuulia, calata perfettamente nel ruolo sia in termini di qualità che di performance. Il parallelo coi defunti Vanity Ink viene naturale stanti le condizioni al contorno. C'è chi snobba le autoproduzioni, gli ep, i demo e non ascolta che dischi interi, produzioni finite (magari costruite a tavolino) fatte di e come non si sa bene. Ma per cortesia... quattro pezzi ammorbanti suonati e registrati assieme bastano sempre su disco. Il resto si fa dal vivo. Da avere.

Walter B.

CAPTAIN BLACK BEARD - It's A Mouthful Perris Records 2016

Per anni (ed anni) la Perris è stata la discarica delle bands, fossero glam metal o melodic rock, che gli altri scartavano. Col consueto processo di rivalutazione oggi molte di quelle paiono decenti se non persino buone, non fosse che la cosa può solo far riflettere sullo stato generale dell'arte. Fatto sta che Perris è diventata nel mentre, un po' come è Frontiers su scala maggiore, un approdo sicuro. Se esci su Perris implica che schifo non fai. Ed è questa la ragione per cui avvicinarsi ai Captain Black Beard. Esteticamente sono tra i tanti, sono pure svedesi (ulteriore aggravante)... solo la label ed il fondoschiena di copertina possono catalizzarne l'attenzione. Ed a conti fatti il binomio ha funzionato. Disco (il terzo della carriera) altamente consigliato: un bell'hard rock melodico di stampo ottantiano, pure anthemico e romantico qua e là, non forzato o inutilmente spinto in termini di (anti)produzione. Giusto il titolo di un pezzo se qualcuno vuole avventurarsi nell'ascolto: "All I Need". Se piace questo ci sono buone chance che il disco faccia al caso vostro.

Walter B.

SNAKE BITE WHISKY - Two Steps To Oblivion

Autoproduzione

2016

Australiani che paiono statunitensi: guardando e leggendo copertina e nome uno sa subito cosa aspettarsi. Cinque pezzi di rock di strada polverosa, di boogie-blues sbracato, di sleazy senza fronzoli. Nulla che farà emergere la band oltre la soddisfazione da post-serata di vendere una maglietta e forse qualche copia dell'ep. ma è una vita che la ruota del rock gira così e chissà... forse finirà che anche gli Snake Bite Whisky avranno prima o poi i 5 minuti di visibilità di spalla a qualcuno che conta (i Guns'n'Roses?). Staremo (starò, mi sa) a vedere.

Walter B.

WITCHWOOD – Litanies From The Wood

Jolly Roger Records

2015

Allelluja! Allelluja! Con le tonnellate di bands che vengono ormai da ogni nazione che abbia un negozio di strumenti musicali e che si dedichino alla riscoperta del “vintage”, del retro-rock e dei suoni cari al periodo 60/70 fa piacere scoprire di avere tra i più fulgidi rappresentanti una band sottocasa o quasi. Lasciamo perdere per un attimo Stoccolma, Svezia, Inghilterra perchè i Witchwood vengono da Faenza!… e con Litanies from the Woods debuttano in pompa magna con un album stellare per scrittura, dinamismo, freschezza e fantasia. Per tutti gli amanti dell' hard prog sporcato di folk e atmosfere oscure ed ancora per tutti i fans di Uriah Heep e Jethro Tull si tratta di un “must” assoluto da godersi un po’ alla volta come un viaggio interiore. La maturità della band padana (ex-Buttered Bacon Biscuits) a livello tecnico è impressionante fin dalla torrenziale Prelude/Liar per proseguire con canzoni sempre più lunghe, sfaccettate di una profondità e varietà di colori, come in The Golden King oppure Shade Of Grey. Uno dei dischi più a fuoco degli ultimi anni e stupisce non poco che al giorno d’oggi non serva allontanarsi troppo da casa per avere in mano dischi preziosi: albums che nei decenni futuri produrranno ancora autonomamente ossigeno puro per il genere.

Matteo Trevisini

BLACK RAINBOWS – Stellar Prophecy

Heavy Psych Sounds Records

2016

Solo sulla carta d’identità i romani Black Rainbows provengono dalla città eterna: di eterno infatti tra i solchi del loro nuovo fiammante album Stellar Prophecy c’è solamente l’infinito dell’iperspazio profondo! Dopo il precedente Hawkdope, uscito un anno fa, tornano ancora più spaziali che mai. Il quinto disco del trio è un viaggio nel vuoto profondo e glaciale della via lattea tra hawkwind, monster magnet, l’hard fumigante dei seventees e lo stoner rock più fumato e stonato del deserto californiano. Il cantante e chitarrista Gabriele Forti esplode in tutto il suo fuzz violento già dall’opener Electrify portandoci in territori classici con Woman, uno dei picchi del disco, ma i binari infiniti e oscuri verso gli ampi spazi psicotici cominciano la loro discesa nel nero con Golden Widow ma soprattutto con Evil Snake e It’s Time To Die dove il “kraken” sonico avvolge tutto quanto con i suoi tentacoli di acido rumore. Niente di nuovo, per carità, ma quello che bolle in pentola è comunque gustoso e molto saporito! Altissimi livelli con Stellar Prophecy, un disco da avere per ogni aficionados del genere. Alla Stazione Termini prendete il Galaxy Express 999 che vi porterà su Andromeda e sulle altre galassie sconosciute e buon viaggio! All aboard!

Matteo T.

THE 69 EYES - Universal Monsters

Nuclear Blast

2016

69 occhi sono tanti! Ed ognuno guarda all’indietro, al passato, ai grandi classici della band finlandese. Uno dei comeback più attesi dell’anno è proprio questo Universal Monsters degli Helsinki Vampires per eccellenza: dopo un quadriennio di silenzio, i paladini del goth’n roll pubblicano l’undicesimo album della loro storia. Raramente la band di Jyrki ha sbagliato in studio creando sempre ottimi dischi e non svelando particolari cali di creatività, sempre con un orecchio alle radio rock ed ai ritornelli catchy. Li avevamo lasciati con X, accolto ottimamente da fans e critica: un album lucido che non produceva nessun colpo di sonno ma anzi regalava brani memorabili. Universal Monsters è un ritorno all’antico e con una varietà di atmosfere più marcata: dai classici refrain rock’n roll ad alto tasso di ottani come il secondo singolo Dolce Vita o la più abusata Jet Fighter Plane, dove fanno il verso al migliore Billy Idol in salsa dark, il fantasma dei sempre amati Sister of Mercy aleggia sulla lussureggiante melodia di Blue ed in quella più rocciosa di Never. Ma c’è anche il dark possente ed oscuro di Blackbird Pie, c’è il gotico vellutato di tristezza e brina invernale di Lady Darkness, ci sono echi quasi new wave nella splendida Jerusalem ed il rock’n roll sgangherato di Stiv & Johnny (omaggio dichiarato ai due pirati Bators e Thunders) nella conclusiva Rock'n'Roll Junkie dove il DNA dei 69 Eyes esce dirompente. Il ritorno in consolle di Johnny Lee Michaels, produttore di capisaldi come “Blessed Be” e “Paris Kills, si sente nelle sfumature e negli arrangiamenti di tastiere e synth donando all’album atmosfere mai dimenticate dai die-hard fans. Tirando le somme Universal Monsters non ha qualità uniforme ma resta comunque due spanne sopra tutto il magma gotico che c’è in circolazione… ce ne fossero di dischi cosi!

Matteo T.

TSO - "In-sanity"

Irma Records

2016

Benvenuti nel mondo del T.S.O. che ad un primo sguardo sembra una sigla come tante altre ma che in realtà apre un mondo oscuro e alle volte molto doloroso, quello del Trattamento Sanitario Obbligatorio. Ora avrete le idee già un po’ più chiare. Il T.S.O. è un atto di tipo medico e giuridico che consente l'effettuazione di determinate terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale che, pur in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuti il trattamento imposto. Perchè tutto questo? Perché la band giuliana dei TSO oltre che il nome ne ha preso anche il contenuto racchiuso all’interno di questo acronimo: un liquido nero di solitudine, angoscia e disperazione, come un vortice che trascina verso il fondo non lasciandoti respirare. Tutto questo e molto altro è stato riversato tra i solchi del disco di debutto che, guarda caso, si intitola In-Sanity. Forti di un contratto con la Irma Records, storica etichetta bolognese, la band di Trieste nasce dalla mente di Andrea Abbrescia (già noto nell’underground italiano grazie ai Lume assieme all’amico Franz Valente de Il Teatro degli Orrori e chitarrista nel bel debutto degli Elbow Strike) alla chitarra e voce, il fratello Marco Abbrescia (Sloth Machine) al basso e Tobia Milani (Doppia Personalità) alla batteria. In-sanity è un debutto breve tuttavia non ci sono tracce easy listening tra i sei dilatati brani che mescolano grunge, rock seventees, psych o qualsiasi diavolo di follia sonora. Ci sono le ombre psicotrope degli Alice in Chains frullate a miasmi desertici stoner e lamenti blues psichedelici. L’opener The Big What è hard anni settanta focoso e deflagrante, come se gli Zeppellin fossero nati negli anni novanta a Seattle. Rain sprigiona l’umidità delle campagne, imbevute di pioggia ed emarginazione, dello stato di Washington: si, ancora Grunge, acido e lisergico. Saurez già dallo strano titolo rimanda a qualcosa… mmmh… centra South Bound Saurez degli Zeppelin??? Direi di sì sentita la ritmica che fa volare alto il dirigibile e l'eco di Jimmy Page in ogni nota della chitarra di Andrea Abbrescia. Blues cupo con l’alito smarrito di Layne Staley in Slow: voglia di chiudere gli occhi, piangere e lasciarsi cadere all’indietro nel baratro. Sol Niger ed i suoi quasi dieci minuti sono l’esempio lampante della pazzia sonora della band. Sembrano i Pink Floyd sporchi di fango, persi nel deserto californiano nei dintorni di Palm Springs, colla bollente come lava e cactus pungenti come aghi ipodermici. White Flag è una jam alcolica tra i Nirvana e i Verdena che degnamente conclude questi 33 minuti di urticante voglia di un’altra dose. Aspro e per niente amichevole nell’approccio questo debutto vi conquisterà lentamente a suon di ripetuti sganassoni per propagarsi come una malattia mentale in tutto il corpo. Se capitano dalle vostre parti sappiate che dal vico sono ancora più orgasmici!

Matteo T.

DEVIL'S GUN - Dirty 'n' Damned

Black Lodge

2015


Pericolosi. Così definirei gli svedesi Devil's Gun in una parola. Gli ingredienti sono il boogie rock'n'roll degli AC/DC e la depravazione metropolitana di Spread Eagle e Roxx Gang. Spiccano voce e carisma di Jocke (omonimo del noto frontman degli Hardcore Superstar), qualità che promuovono i Devil's Gun nella prima fascia dei tanti che, da sempre, vivono sulla propria pelle le sonorità dei canguri. Essenziali per gli appassionati, consigliati agli altri.

Walter B.

BABY JANE - Make it sick

Autoproduzione

2012

Australiani (da non confondersi con gli omonimi svedesi) che portano le chiappe in USA per farsi produrre dal master Michael Wagener. Basterebbe specificare che John Corabi duetta nell'opener per destare l'interesse di molti (e l'omonima title track è di quelle che restano), ma la realtà è che più di metà disco è di assoluto livello. Il suono, manco a dirlo, rimanda ai Velvet Revolver ma poi ti arriva addosso "Bittersweet" e allora intuisci che i Baby Jane hanno i The Cult nel sangue. E diventano imperdibili.

Walter B.

LOVE AND A 38 - Nomads

Autoproduzione

2016

Band americana da tenere d'occhio. Non suonano il genere che prediligo e mi sarebbe quindi facile liquidarli come la bella copia dei Rival Sons (band che personalmente trovo sopravvalutata) tuttavia, proseguendo con gli ascolti, spunta l'amore tanto per i migliori Soundgarden, quanto per i Foo Fighters fino a certo spirito decadente inglese alla Manic Street Preachers (in questo senso grande merito va al cantante). Per come percepisco ed assorbo io il rock questi Love And A 38, a pelle, mi paiono comunque da avere.

Walter B.

DR. BOOGIE - Gotta get back to...

Dead Beat Records

2015

Non perdiamo tempo: esiste forse qualcuno che ama il rock'n'roll che potrà non amare i Dr. Boogie? Non mi pare possibile. Losangelini nei fatti ma americani di New York che più americani di New York non potrebbero essere. Se cercate il suono dei vecchi Kiss, degli Starz, dei New York Dolls qua avete di che gioire. Inutile dilungarsi, hanno già mezzo merchandise esaurito (ed una ragione ci sarà... o no?), se vi interessano fossi in voi farei in fretta, molto in fretta.

Walter B.

SNAKEBITE - Princess Of Pain

Maniak Attack Records

2015

Non parlatemi di bands tedesche. I tedeschi sono capaci in tante cose, ma non fatemi ascoltare troppo il metal in Deutschland gemacht. Notevoli sono invece le pochissime (una manciata proprio) band teutoniche (estendendo la conta ad Austria ed al cantone svizzero) dedite allo sleazy fino al glam metal. La probabile ragione (mi sono proprio chiesto il perchè) deriva dal fatto che la quadratura tedesca giova ad un genere che mediamente è affollato di sbandati e sbandatismo in termini di produzione. Non da meno sono questi formidabili Snakebite. Provare con l'opener "Road To Nowhere": se piace questa potete andare tranquilli fino in fondo. L'(auto)determinazione tedesca è proprio roba che nasce da lontano nel tempo.

Walter B.

FIERA DELLA MUSICA 2016 - Azzano Decimo (PN)

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Il report della due giorni del FRONTIERS ROCK FESTIVAL 3!

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FREE FALL – Power & Volume

Nuclear Blast

2013

Se gli svedesi Free Fall si possono permettere di fare i retrò con un disco che di moderno non ha nulla io posso permettermi di recensire un disco uscito già tre anni fa. Ormai il tempo non ha più nessun significato. Questa band fa parte di una marea di gruppi che ormai da un decennio sta recuperando i suoni che andavano “di moda” svariate generazioni fa. La maggior parte sono delle mere copie e si perdono nei meandri di qualche negozio di dischi, altre invece hanno creato un vero e proprio filone di revival rock che ha portato una ventata frizzante nel mondo del classic rock e molti dischi “da avere” (per citare a caso: Graveyard, Temperance Movement, Rival Sons, Airbourne, The Answer, Wolfmother e potremmo continuare). I riff di Mattias Bärjed sono la quintessenza dell’old school hard rock – niente di più, niente di meno – ma questo combo svedese è riuscito a piazzare sulla ruota dieci brani senza tempo di una qualità pazzesca mescolando insieme pochi ingredienti base e tutto il loro talento e freschezza. Ampie cucchiaiate di Ac/Dc “Bon Scott era”, un paio di manciate di Motorhead ed una spruzzata di psichedelia et voilà… il gioco è fatto! La title track apre le bordate di questi quattro svedesoni con un chorus immortale e immorale nella sua carica ”…I'm a calf made of gold, I'm the king of rock'n'roll, I've got fire I've got soul and power... and volume... and power… and volume… and power… and volume, turn it up, turn it up, louder, louder, louder, loudeeer!” e chi siamo noi per controbattere alle parole del singer Kim Fransson, voce grattugia nella miglior tradizione del rock’n roll più sporco e bastardo. Che raffica di mitra sono Free Fall, Midnight Vulture, e Top Of The World dalla produzione sporca, polverosamente analogica ma d’impatto. Le canzoni di molti album di questo genere suonano alla lunga tutte uguali perdendo di consistenza di ascolto in ascolto, ma con i Free Fall succede l’esatto contrario. Con i sei minuti di Attila e la seguente World Domination si entra attraverso le porte della mente con una pillola colorata sotto la lingua: matrice psichedelica di scuola Hawkwind e ritmi ipnotici, rock’n roll anthemico e scatenato con le splendide Love Bombing e Damnation per poi concludere con le atmosfere western di Meriola Blues e la jam finale di Meat. I Free Fall non inventano nulla ma dimostrano che per fare un album bomba basta saper scrivere canzoni e loro lo fanno in modo eccelso. Altro colpo della Nuclear Blast che dimostra di avere naso fino a scovare band dalle palle d’acciaio! Vi mancano gli Ac/Dc grezzi? Fate vostro questo piccolo grande gioiellino d’oro massiccio (la copertina di che colore è?…Oro! Ecco, appunto).

Matteo T.

MONSTER TRUCK - Sittin’ HeavyMascot Label Group2016

A tre anni dall’acclamato debutto “Furiosity” i quattro canadesi, accasati presso la Mascot, ci riprovano con queste undici nuove infuocate tracce. Hanno girato il mondo supportando, cito a memoria, Slash, Vista Chino, Alice in Chains e Rival Sons, che neanche a farlo apposta ne delineano i confini sonori. Un hard rock massiccio, a volte un po’ stoner a volte più sleaze. I nostri sanno come costruire un brano che sia al tempo stesso accattivante e non smaccatamente frivolo. Sentitevi “Don’t Tell Me How To Live” e “She’s A Witch” giusto per capire cosa intendo. Ma non ci sono molti filler all’interno di questo album. I nostri sembrano dei novelli eroi southern e con tutto il rispetto per i compagni di scuderia Black Stone Cherry, li surclassano in ogni dove. E anche quando decidono di mollare la presa elettrica (in termini di furore), parlo di “Black Forest” e “Enjoy The Time”, i nostri lo fanno con classe cristallina. In attesa del nuovo Massive nel genere non ho ascoltato nulla di meglio in questo primo quarto di 2016. Tenetene conto!

Alessio C.

PLACEBO - MTV Unplugged Universal

2015

E’ tempo di anniversari anche per i Placebo di Brian Molko e quale modo migliore farlo con un sontuoso doppio live in acustico per festeggiare un compleanno in modo "originale" che sembrava negli ultimi anni ormai desueto… l’Mtv unplugged, figlio di quei frizzanti anni novanta, la culla anche dei nostri Placebo. Apriamo una parentesi (per i più giovani) su questo format di successo creato da Mtv (quando la “M” stava per Musica) che ha regalato parecchi dischi eccezionali a cominciare da quello di Eric Clapton, per passare poi ai Nirvana, all’unplugged da brividi dei Kiss che diede il “la” alla storica reunion, a Rod Stewart con Ronnie Wood...and Seated. E vogliamo parlare dell’unplugged degli Alice in Chains? (io ti cito pure quello di Mariah Carey tra i belli! ndW). Praticamente tutti gli artisti fecero all’epoca la loro bella comparsa davanti alle telecamere con le spine degli strumenti staccate anche se non tutti trasformarono questi speciali show in album ufficiali. Negli ultimi anni la “moda” dell’unplugged è andata sciamando diventando inutile come molti dei programmi del palinsesto di Mtv. Brian Molko e compagni decidono quindi di uscire dagli schemi e festeggiare proprio rispolverando il vecchio format di Mtv con una performance intima, registrata a Londra lo scorso 19 agosto 2015. In primo piano, fin dall’iniziale Jackie (cover di Sinead O' Connor) la voce di Brian Molko, splendida e struggente nella sua profondità. Brian recita i suoi brani dando loro una sfumatura diversa come in For what it's worth o nella storica 36 degrees, parla e dialoga con il pubblico, racconta e scherza dando ancora di più la sensazione di essere ad un convivio tra amici molto intimi. Because I want you, il classico Every you every me (cantato insieme alla splendida voce femminile di Majke Voss Romme) e la struggente Song to say goodbye. La distorsione elettrica è sostituita da strumenti inusuali come l’accordina, gli archi ed il flauto o il kanun che coferisce un’atmosfera levantina a Post Blue. Ci sono tutti i grandi classici: da Meds a Protect me from what I want, da Too many friends a Without you I'm nothing per finire con un’altra classica cover del repertorio Placebo come Where is my mind? dei Pixies ed il cavallo di battaglia The bitter end. Il dark rock alternativo tipicamente “british” dei Placebo non perde un’oncia della sua melanconia pur privato dell’elettricità scura e decadente che è parte stessa del dna della band. Molko crea magia dalla fragilità costruita con il feeling che solo i grandi artisti sanno riprodurre in modo cosi cristallino. Comunque - e sia chiaro - la voce di Molko è talmente unica che rientra nei canoni tipici dell’affermazione “piace o non piace” ma un’operazione come questa (e la recensione stessa!) è rivolta a coloro che amano la sua voce e sanno apprezzare gli innegabili talenti della band. Se cosi non fosse mi sto chiedendo che senso ha che siate arrivati fin qui a leggere.

Matteo T.

PS: Usare questo live con una bella bottiglia di vino rosso (Cabernet Sauvignon se è possibile!), luci soffuse (sono preferibili le candele...) e la pace della completa solitudine. Amen.

BLACKRAIN - Released

UDR GmbH

2016

Non c’è più la Sony a supportare i quattro di Parigi, per quel poco che contasse vista l’emorragia che ha colpito il mercato discografico. Hanno tenuto però sul lato produzione, convincendo l’ottimo Jack Douglas a garantire servigi e suggerimenti, immagino. Sono di parte, adoro il modo di musicare le proprie emozioni di Swan e compagni. Con un orecchio alla glam generation degli anni ottanta (con inclusione di Bon Jovi e Def Leppard) ma cercando di non apparire vecchi e prolissi. Come fai a non supportare una song alla stregua di “Killing Me”? C’è la sofferenza di “Living in Sin” di bonjoviana memoria con tutto quello che ne consegue.

Ha senso suonare nel 2016 questa musica? Si. No. Non lo so. Non seguo i trend moderni e, sinceramente, se qualcuno mi chiedesse quale è il genere che tira oggi non saprei dare una risposta. I nostri sembrano aver rallentato un pochino i ritmi adottando in alcuni casi un suono fin troppo epico. Mi riferisco a pezzi come “For Your Love”, “Fade To Black” ed “One Last Prayer” che non dispiacciono per come sono costruiti e arrangiati ma quando ti presenti con “pistole e rose” tatuate su tutto il corpo qualche sferzata di energia in più non avrebbe fatto male. A chi piace lo zucchero filato…

Alessio C.

THE TREATMENT - Generation Me

Frontiers Records

2016

Dopo un debutto folgorante del 2011 e un seguito così così, gli inglesi The Treatment, scommessa albionica dello street metal in versione “Aerosmith meets AC/DC”, approdano in casa Frontiers. Con ottime intenzioni, almeno a parole. Ero curioso di avere tra le mani questo platter, che assieme al debutto degli Shiraz Lane rappresenta la batteria di missili della casa discografica partenopea sul fronte tanto caro a noi di NoRespect! Persi per strada il singer originario Matt Johnson (vero motore del combo) e il chitarrista ritmico Ben Brookland i nostri si presentano con un look “impresentabile”, scusate il gioco di parole. Capisco che vestirsi come gli ennesimi cloni dei Guns ha poco senso, ma apparire alla stregua dei System Of A Down, cito a caso, è a dir poco fuorviante. Ma lasciando perdere queste quisquiglie e approcciando gli undici pezzi del lavoro, la perplessità non fugge dai miei pensieri. La partenza a sprint di “Let It Begin” fa ben sperare, perché dopo pochi passaggi ti ritrovi a canticchiare il ritornello che si staglia su un riff roccioso e ben congeniato. Ma è solo un brivido, perché la successiva “The Devil” è freddina alquanto e la successiva “Tell Us The Truth”? Beh se metti una canzone del genere in un disco vuol dire che sei quasi alla frutta. Al suo ascolto ho spento tutto e chiuso lo stereo. Salvo riprendere in mano la recensione un paio di giorni dopo. Un pot-pourri di metal classicheggiante fuori contesto. Per fortuna che i cinque si riprendono con la title-track e la ballata di turno “Backseat Heartbeat”, scontata ma persuasiva, salvo poi ricadere con “We Are Beautiful” nello stesso calderone metal di cui sopra. Pazienza finita. Disco bocciato. Band che di fatto ha detto quello che doveva dire con il suo primo lavoro.

Alessio C.

Si "legge" proprio che non li hai visti al Frontiers Rock Festival. Sono stati urgenti, nervosi, compatti come nessun'altra band della due giorni, punk'n'rock, in una parola "inglesi". Non ci fossero stati i Last In Line headliners non so come andava a finire la mia classifica finale del Festival. Comunque "Generation Me" l'ho preso japan edition, con una canzone in più. Che di questi è tuttora necessario non farsi mancare proprio nulla.

Walter B.

JOHNNY THUNDERS 'In Cold Blood' - Nina Antonia

Pipeline Edizioni – 2016

"Nina Antonia racconta una vicenda tanto intensa quanto drammatica senza sfociare nella retorica, nonostante il rischio fosse concreto. Per questo, le pagine di In Cold Blood sono come un film asciutto, dai dialoghi crudi e dalle immagini forti che talvolta disturbano. Vietato ai minori, per tanti motivi. Perché la droga forse non mina il talento degli artisti veri ma di certo lascia segni, sulle braccia e nel cuore".

Era ora! Finalmente anche l’Italia ha la sua edizione di questo piccolo grande libro che è più di un memoriale ma un vero e proprio atto di amore e amicizia. Uscito per la prima volta quando Johnny Thunders era ancora tra noi in questa valle di lacrime, scritto da Nina Antonia nel 1987, l'unica biografia autorizzata di John Anthony Genzale per la prima volta tradotta e pubblicata in Italia. L'edizione di questo libro ricalca fedelmente il formato originale 20x30 ed è stata aggiornata con nuovi capitoli e foto, insomma grande formato su carta lucida e parecchie foto veramente notevoli. Naturalmente la storia parte dal Queens quando John Anthony Genzale vede la luce il 15 luglio 1952 e racconta le gesta artistiche ma anche la vita personale ed il tunnel imboccato da Johnny insieme ai suoi demoni interiori che non lo hanno abbandonato nemmeno per un momento per liberarlo e donargli pace eterna solo all’interno di una spoglia stanza di un albergo del Quartiere Francese di New Orleans il 23 aprile 1991. Johnny Thunders è stato una delle icone più splendenti degli anni settanta, il fratello minore di Keith Richards e vero cordone ombelicale tra il rock ed il proto punk di fine sessanta dei Velvet Underground, degli Stooges di Iggy Pop, il rock’n roll anni cinquanta di Chuck Berry e Eddie Cochran ed il glam rock inglese dei primi anni settanta. Stella cometa con una delle band più influenti per le generazioni future ovvero i New York Dolls con cui ha vissuto i pochi successi ed i molti eccessi. Già schiavo dell’eroina quando si sciolgono nel 1976, fonda gli Heartbreakers insieme a Jerry Nolan e Richard Hell con cui illumina stavolta tutta la scena del punk inglese alimentando ancora di più l’immagine ribelle e stravolta del rocker “nato per morire giovane”, il vero looser che preferisce l’oblio tossico alle luci della ribalta. Autore di album entrati nella storia: da ricordare solamente quelli che ogni rocker che si rispetti dovrebbe possedere nella sua collezione, ovvero il debutto omonimo dei New York Dolls del 1973 e Too Much Too Soon dell’anno successivo, lo splendido L.A.M.F. degli Heartbreakers del 1977 gli album solisti So Alone, In Cold Blood e Que Sera Sera. Nina Antonia lo ha conosciuto, lo ha intervistato e ne era amica quindi nessun’altro meglio di lei può tratteggiare la figura di Johnny in modo completo senza entrare in un vortice fatto di scandali e disperazione. La vita del chitarrista italo-americano è raccontata in tutta la sua interezza senza falsi moralismi, per quello che è: un talento immenso bruciato troppo in fretta e annegato nel malessere e nella solitudine. Amici e colleghi tantissimi ma, una volta spentesi le luci, Johnny rimaneva solo ed il dolore era troppo forte, anestetizzarlo è stata l’unica soluzione pur sapendo che la parola “fine” per lui era scontata. Libro da avere e da gustare dall’inizio alla fine insieme ai compagni di merenda di Johnny, gente del calibro di Iggy Pop, di Stiv Bators, di Sid Vicious, di Michael Monroe e di tante altre leggende imbevute nel mito sudicio del Sex, drugs & rock’n roll… qualcuno di loro è sopravvissuto altri – come Johnny – hanno pagato pegno.

Matteo Trevisini

AEROSMITH – Rocks Donington 2014

Eagle/Universal

2015

Avevamo lasciato gli Aerosmith in sede live al disco del 2005 Rockin' the Joint registrato nel noto club all'interno dell'Hard Rock Hotel di Las Vegas, accolto bene all'epoca dai fans grazie all'ottima scaletta che mixava egregiamente i classici della band con canzoni più recenti. Sono passati dieci anni da quel disco ed anche parecchie tonnellate di acqua sotto i ponti. Da allora gli Aerosmith hanno elargito solamente un album in studio, il chiaccherato e debole Music from Another Dimension del 2010, con l'aggiunta di un paio di tour in giro per il mondo e tante, ma tante, ma tante ancora, polemiche tra Steven Tyler ed il resto della band che ha scorato la fede dei fans in un tiramolla alquanto frustrante. La fortuna della band è che, alla soglia della vecchiaia, quando Steven Tyler, Joe Perry, Brad Whitford, Tom Hamilton e Joey Kramer accendono i motori e si presentano, strumenti in mano, su un palco insieme l'alchimia di un tempo cancella tutte le polemiche ed i gossip e non ce n'è più per nessuno. Quale modo migliore di festeggiare lo show di chiusura del celeberrimo Download Festival 2014 in quel di Donington Park davanti una marea urlante di fans in delirio? Doppio album con l'aggiunta del supporto video per provare il massimo e più completo piacere sia con le orecchie ma anche con gli occhi e godersi, comodamente seduti sul divano di casa, l'esperienza unica che regala ancora oggi un concerto degli Aerosmith. Un set list vario con pochissimi brani pescati dall'ultimo album (per fortuna!) con un equilibrato mix dei classici anni settanta e qualche hits degli anni '90 e 2000. L'inizio è perfetto con una Train Kept a Rollin' che stende letteralmente il pubblico al primo round. Steven sembra in forma ma sarà un'illusione di breve durata. Eat the rich e l'immortale Love in an Elevator con la band che fa faville quando schiaccia il pedale sull'acceleratore, ma Steven Tyler va in palese difficoltà sulle lente... non una grande idea mettere in fila Cryin', Jaded e Livin' On the Edge che mandano quasi al tappeto il self-control di Steven: d'altro canto l'esperienza gli fa tenere la barra del timone facendo sfiorare più volte gli scogli alla nave ma mai facendola affondare (mi stai dicendo che le qualità balistiche del comandante Schettino non varrebbero quelle del comandante Tyler? ndW). Bisogna dare merito alla band di aver lasciato così com'era la registrazione senza aver “ritoccato” le linee vocali rendendo il concerto non solo un'autocelebrativo greatest hits completo di urla pre-registate tra un brano e l'altro. E' il fedele documento di una serata memorabile sia per la band sia per i fans accorsi all'autodromo di Donington: dove non arriva più la voce arriva l'istrionismo da rockstar senza uguali. Avendo la fortuna di avere all'interno del cofanetto anche il dvd forse è meglio gustarselo prima con gli occhi! Janie's got a gun, Last Child, Same old song and Dance, la sorpresa di No more no more e la classicissima Toys in the attic. I don't want to miss a thing merita solamente per capire cosa si prova quando tutto il pubblico canta una canzone al posto tuo. Come Together, Dude (Looks Like a Lady), Walk This Way gli evergreen per il gran finale... Dream On, Sweet Emotion e la bomba finale lanciata sulla folla stremata ovvero l'immortale Mama Kin con un Tyler che urla sguaiato e felice “...Keepin' touch with Mama Kin, Tell her where you've gone and been, Livin' out your fantasy, Sleeping late and smoking teaaa!!!”. Gigioni e autocelebrativi, non perfetti e per questo unici, divertenti ma ancora pungenti, gli Aerosmith sono come un vecchio Luna Park dove le rotaie delle montagne russe scricchiolano in continuazione ma i vagoni sfrecciano che è un piacere facendo urlare i ragazzini (cioè noi!) di gioia e stupore. Se volete i dischi “live” per eccellenza dei bostoniani andate a bussare alle porte di Live! Bootleg! del 1978 o del potente A Little South of Sanity del '98 mentre se volete due ore di piacere godetevi Rocks Donington 2014 Live sulla Tv di casa...

Matteo T.

SIMO - Let Love Show The Way

Mascot Records

2016

Ok, già lo sento il buon Walter che mi dice al telefono “sei vecchio, pelato, con la pancia… non puoi che ascoltare questa roba” (Mannò, cosa dici! Un democratico come me! Ora però ridatemi il Glam Metal e gli Shotgun Messiah, possibilmente subito. - ndW). Come non dargli torto. Anni addietro avrei scartato dischi come questo manco fossero infetti. Ora non più. Mi piacciono le copertine, il look vintage e, soprattutto, il gracchiante suono “vinilico” (meglio dire analogico?) che esce da chitarre “storte”, basso e batteria. Simo è un ragazzo di vent’anni che da sempre respira questo tipo di musica, vabbè l’avete capito immagino, parliamo di hard rock venato di blues anni settanta, i Cream, Jimi Hendrix, quelle cose lì che da un po’ hanno invaso di nuovo gli scaffali virtuali dei negozi (on line). Che dire? Mi piace il suo modo di maltrattare l’ascia, a livello di songwriting a mio parere siamo ancora distanti dai mostri sacri ma in linea con i migliori che ultimamente si sono avvicinati al genere (dai Winery Dogs ai California Breed passando per la Brotherhood di Chris Robinson, ma scordo come minimo una decina di nomi). L’alternanza tra pezzi hard, “Two Timin’ Woman”, blues lancinanti, “I’ll Always Be Around” e classiche ballate, “Please Be With Me”, rende il disco piacevole anche se occorre sottolineare come alcune tracce siano delle vere prove di resistenza. Penso ai quasi dieci minuti di “I’d Raither Die Invane” che ci trasporta direttamente in territorio Gov’T Mule rendendoli non propriamente digeribili. Che poi, magari, per qualcuno è pure un pregio. Da maneggiare con cura.

Alessio C.

KULA SHAKER - K2.0

Strangefolk

2016

Il ritorno di Crispian Mills e dei Kula Shaker

Il celebre soggiorno dei Beatles in India ebbe luogo nel 1968, quando la band si recò per frequentare un corso di meditazione trascendentale presso l'ashram indiano di Maharishi Mahesh Yogi. Seguirono a ruota i Rolling Stones e Pete Townshend degli Who, stregati pure loro dalla filosofia indiana, dalla ricerca di un mondo “migliore” e di una diversa interpretazione dell’io interiore. L’infatuazione delle bands inglesi per la cultura e la filosofia indiana fu un uragano di proporzioni bibliche in occidente dove la gioventù dell’epoca fece proprie molte usanze di quel misterioso paese e per tutti gli anni settanta nella musica, nella moda e nella cultura "“pop” in generale furono presenti rimandi a quel meraviglioso quanto esotico paese tanto da divenire una vera e propria icona hippie. Basti pensare al successo ottenuto dal “godfather of world music” Ravi Shankar, amico di George Harrison e virtuoso del sitar, presente nel “bill” del festival di Monterey (1967), Woodstock (1969) e al Concerto per il Bangladesh del 1971. Con l’avvento del Punk prima e dei “vuoti” e plastificati anni ottanta tutto questo fu spazzato via da suoni preconfezionati per il nuovo pubblico di Mtv. A metà anni novanta in Inghilterra, in pieno fervore Britpop, si udì chiara e distinta nell’etere una nenia indiana esplodere nelle case di mezzo mondo: “…Govinda Jaya Jaya, Gopala Jaya Jaya, Radha-Ramana Hari, Govinda Jaya Jaya..”. Sul finire dell’anno 1996, tra un singolo degli Oasis ed uno dei Blur, i Kula Shaker di Crispian Mills scalarono le charts inglesi con una deliziosa canzone in sanscrito. Il loro debutto K arrivo al numero uno con vendite notevoli, catapultando in giro per il mondo il loro rock psichedelico forte debitore degli anni sessanta, di un hammond onnipresente molto Deep Purple, abbondantemente irrorato di misticismo e melodie indiane. Purtroppo la qualità artistica del secondo disco (…in alcuni casi superiore al debutto) di Peasants, Pigs & Astronauts del 1999 non controbilanciò il successo in termini di vendite mandando a catafascio i sogni di gloria della band. Nonostante tutto la band, con soli due album in carniere, i Kula Shaker passarono alla storia (si parla di milioni di copie) grazie a singoli come "Tattva", "Hey Dude", "Govinda", "Hush" (…si proprio quella Hush!) e le tonanti "Sound of Drums" e “Mystical Machine Gun”. Riformatisi in sordina a fine del decennio successivo hanno pubblicato Strangefolk nel 2007 e Pilgrims Progress tre anni dopo, dischi di qualità (soprattutto il secondo) ma con la pesante assenza della componente indiana ormai facente parte del DNA della band londinese. Oggi, con questo nuovissimo K2.0, l’India ritorna, se non protagonista almeno presente con melodie, qualche sitar ed un flavour da tramonto in riva al Gange (…volendo proprio richiamare l’acclamato debutto fin dal titolo). L’inizio è dei migliori con il primo singolo “The infinite sun”, un brano che rimanda ai fasti di vent’anni fa danzando su dolci e calde melodie monsoniche. Holy Flame è un discreto folk pop che fa da apripista a Death of Democracy che ha quel sapore psych molto sixtees tipico della band. Il sentiero che i Kula Shaker hanno intrapreso in questi album post-reunion è un classic rock imbevuto di country inglese malinconico come in Here Come My Demons che inizia tenue per poi esplodere fragoroso in un riff di chitarra marziale. Le ballate calde e profumate sono sparse nell’album come a voler frenare i sussulti elettrici, basti ascoltare 33 Crows (country puro!) oppure High Noon. C’è poco da fare, Crispian Mills è uno che le canzoni le sa scrivere maledettamente bene! Oh Mary riporta le atmosfere indiane in primo piano e Hari Bol (The Sweetest Thing) le accentua richiamando (…adesso si!) il primo ed insuperato K. C’è spazio anche per il sudato funk negroide di Get Right Get Ready per finire con Mountain Lifter che regala un'ultima perla psichedelica. Come richiama senza mezzi termini il titolo questi sono i Kula Shaker del 2016 e gli ormoni sonici della gioventù sono andati (e mai più torneranno) lasciando spazio a canzoni più pacate e quasi folk. Molta qualità, qualche raro caso di autocitazionismo, consapevolezza, maturità ed una manciata di pezzi che entreranno di diritto nelle set-lists della band. Se siete degli amanti del talento un po’ chic ed un po’ indie di Crispian Mills dategli una possibilità… se, invece, non li avete mai ascoltati, beh... i primi due album sono obbligatori per ogni amante del rock con la “R” maiuscola.

Matteo Trevisini

Il report del concerto dei GHOST a Pordenone tre giorni prima della consegna del Grammy Awards a Los Angeles!

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WOLFMOTHER – Victorious

Universal

2016

C’era una volta, agli albori del millennio, una new wave australiana del rock classico riciclato e riverniciato con suoni moderni e accattivanti tali da far scalare le classifiche ad un manipolo di bands come Jet, The Vines, Datsuns (neozelandesi) fino ai Wolfmother di Andrew Stockdale. Quando nel 2004 vennero notati con il loro primo EP erano un trio che sembrava perso nelle pieghe del tempo tra i sessanta ed i settanta tuttavia non era solamente revival vintage che piaceva ai ragazzini ed alle radio alternative. I Wolfmother lo dimostrarono ampiamente l’anno successivo con l’omonimo debutto, un favoloso concentrato di riff monolitici e acidi alla MC5 e Blue Cheer, una voce da far concorrenza a Robert Plant ma soprattutto una manciata di canzoni solide, frizzanti e fresche, come se il ’71 non se ne fosse mai andato. Diventare gli alfieri della neopsichedelia del nuovo millennio al punto che l'album ha venduto quasi un milione e mezzo di copie e la band ne ha celebrato il successo con prestigiosi tour e con ospitate importanti alla Tv americana, David Letterman Show e The Tonight Show di Jay Leno compresi. Passata la sbornia Cosmic Egg del 2009 regalò un album di puro, semplice e solare hard rock seventies con canzoni ancora valide, pur abbandonando il lato sperimentale e psichedelico, sufficiente a riportare la band sulla bocca di tutti. Nacque anche una collaborazione del loro leader con Slash che lo invitò a cantare un brano sul suo primo solista. Da allora... il nulla. Un andirivieni di musicisti all’interno della band, un disco solista, sbiadita brutta copia dei suoni già riciclati dalla band stessa, fino al noioso New Crown del 2014. La discesa verso l’oblio non viene frenata da questo nuovo Victorious, un concentrato di deja vù e luoghi comuni: dieci brani dal riff facile e dai testi semplici e banali con un Andrew Stockdale che sembra sempre in difficoltà nel trovare una via personale nella costruzione di una canzone. E’ un album che al primo ascolto ti aggancia con riff maneggioni e d’impatto e libera ritornelli che sembrano suggerire l’arrivo di cose buone, ma alla fine poco o niente resta in testa. Non tutto è da buttare, vedi gli splendenti echi southern di Gypsy Caravan, la solare e bucolica Simple Life o i suoni stoner desertici di Happy Face, ma si tratta veramente di poca roba. Victorious è un pugno di sabbia in mano, ti scivola via, e all'ascoltatore non resta null’altro che la delusione: il sapore aspro dell'ennesima occasione sprecata...

Matteo T.

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THE GRAVELTONES – Love Lies Dying

Absolute Marketing

2015

Alla fine della fiera la bibbia inglese Classic Rock Magazine ci aveva visto giusto adocchiando questo duo anglo-australiano già ai tempi del loro debutto Don't Wait Down, di un paio di anni fa, portandoli alla ribalta con articoli e svariate recensioni nonché candidandoli a Best Newcomers. Jimmy O e Mikey Sorbello hanno fatto di tutto per piacere a più gente possibile registrando singoli devastanti come Bang Bang, Catch me on the Fly o Forget about the Troubles, unendo la semplicità blues alternative dei White Stripes con la grezza energia rock 'n roll dei Jet o dei The Hives. Oggi, a distanza di due anni, si ripresentano con il secondo disco che, si sa, ”è sempre il più difficile nella carriera di un artista!”. Love Lies Dying è più oscuro, se vogliamo con un “flavour” blues ancora più blues (quello nero pece). Meno immediato e commerciale del debutto ma non per questo meno entusiasmante. La giusta metafora potrebbe essere questa: se il primo disco ti pugnala in fronte, il secondo ti penetra dalle orecchie all'animo, ascolto dopo ascolto, come colla appiccicosa. La mancanza di strumenti non è mai stata un problema: la batteria di Mickey è una tempesta di tecnica, fantasia e potenza che ricorda il miglior John Bonham mentre Jimmy O è capace di interpretazioni che tappano tutti i buchi, una chitarra magica e dei signori testi che raccontano vere storie da crooner di razza. L'energia che sprigionano fin dai primi due pezzi, World on a String e Fancy Things, è impressionante. Sono in due ma sembrano un esercito! Jimmy ringhia e digrigna invece di cantare, spettacolare biglietto da visita e ideale cordone ombelicale con il mood del primo disco. Le radici che impregnano il lavoro dei Graveltones escono in tutto il loro fulgore: profumi di Stones e zolfo in This love's gonna Break mentre tutto il sudore e la disperazione delle piantagioni imbeve il ritmo tribale e zeppeliniano di Running to You. Jimmy O soffre mentre canta, rapito da un rito voodoo e Mikey Sorbello – novello gigante sciamano – avvolge queste meravigliose e primordiali nenie demoniache con un ritmo da Africa nera. L'ipnotico riff della cadenzata In the Throes sembra partorito dalla mente di Jimmy Page e fa da anticamera al vecchio rock'n roll senza tempo di I'm a Ghost, accompagnato da un organo molto sixtees. La crepuscolare Back to You sembra uscita dall'ugola catramosa di Tom Waits con Jimmy che sussurra regala brividi di piacere prima di esplodere in Kiss & Fuck off con un'agguerrito hard rock dove l'intimidazione verbale è puro punk old-school! Big Money è un pezzo lento e cantilenante distruttivo come una molotov all'altezza del ritornello prima di ripiegare nell'ombra e lasciare spazio alla dolce ballad Together Again che, come brezza primaverile, si porta via le ultime note. La consistenza e l'attitudine che il duo delle meraviglie ha dimostrato nel confezionare questo incandescente lapillo vulcanico di sudicia violenza blues ha del miracoloso. Come un elefante in una cristalleria, Love Lies Dying non lascia nulla d'intero oltre la consapevolezza di essere al cospetto di un grande album di una piccola (grande) band.

Matteo Trevisini

OPERATION MINDCRIME - The Key

Frontiers Records

2015

Come potremmo iniziare una recensione della nuova fatica di Geoff Tate schivando le beghe tragicomiche che hanno funestato la stampa di settore negli ultimi anni tra lui ed i suoi ex compagni di band? Da che parte stia la maggior parte dei fan l'hanno capito anche i muri visto l'entusiasmo con cui è stato accolto Condition Human, il nuovo capitolo marchiato Queensryche, con il sostituto Todd LaTorre. Alla fine delle recriminazioni Michael Wilton, Scott Rockenfield e Eddie Jackson hanno continuato per la loro strada riportando la band verso lidi classici, verso il metal vecchio stampo dei primi lavori. D'altro canto Geoff Tate, libero dal fardello della sua ex band, si è sentito libero di costruire quello che più gli piaceva senza nessuna restrizione. L’album, come tutto il progetto, è stato accolto in modo negativo sia dai fans che dalla stampa che hanno bocciato l’idea di Tate a causa di una caterva di pregiudizi e risentimento. E' un vero peccato perché il primo capitolo di questa trilogia è la cosa migliore uscita dalla mente del vocalist da tanto, ma tanto tempo. The Key non è un capolavoro, ma è ricco di buone intuizioni che lasciano ben presagire sulla qualità del materiale che arriverà a compimento dell'opera. Geoff è partito da un idea per poi costruirci un progetto intorno, dalla trama del concept fino a plasmarci intorno i suoni e perfino i musicisti. Ha riunito gente del calibro di David Ellefson (Megadeth), John Moyer (Disturbed), Simon Wright (ex-Ac/Dc e Dio), Brian Tichy (ex-Whitesnake tra i tanti) ed i chitarristi Scott Moughton e Kelly Gray (già nel giro Queensryche). Lo stesso Tate ha ribadito più volte che questa non è una band ma un progetto a tutto tondo che nell’arco di tre dischi vedrà la collaborazione di svariati musicisti perché - ribadisce - ha scoperto il piacere di collaborare con gente diversa per un fine comune sottolineando che è già stato con una band tanto a lungo da aver bisogno di dinamiche diverse e più eterogenee. Certo è che l’idea di scegliere come monicker del progetto proprio Operation Mindcrime non è stata una scelta felice per ammaliarsi la maggioranza dei suoi fans visto il potere scatenante di quelle due parole... La storia del concept fa riferimento alla chiave del titolo, una chiave importante con il potere di cambiare il mondo, la concezione del tempo e dello spazio e migliorare il “modus vivendi” del genere umano, ma anche peggiorarlo qualora venisse usata per scopi malvagi. Choices inizia cantilenante e cresce come una vera intro che si rispetti. Burn ha un riff cattivo ed un ritornello d’impatto dove Tate urla un apocalittico “…give me gasoline, i’ll burn everything, i’ll make it rain like fire in hell…”. Re-Inventing the Future, il primo singolo, è anche il brano che si avvicina di più alle sonorità dei Queensryche dei tempi d’oro con un bridge che esplode in un chorus evocativo. Ready to Fly rallenta con sfumature prog e un’atmosfera autunnale che ricorda molto il meraviglioso Promised Land. Qua e là si sente l’assenza degli intrecci chitarristici che solo Chris De Garmo sapeva creare e che rendeva unico il sound dei Ryche tuttavia la prova vocale che Tate pareggia il conto senza lasciare dubbi. Dopo l’intermezzo di Discussions in a Smoke Filled Room arriva Life or Death? dove – a sorpresa – a cantare è Mark Daly che dona al pezzo tonalità più oscure e dark grazie ad una voce roca che rende il brano molto anni ’90. E’ la giusta atmosfera per introdurre la canzone più “particolare” di tutto l’album, ovvero Geoff Tate che si da al Nu Metal industriale! The Stranger ha ritmi sincopati e stranianti: superato il primo momento di sorpresa ci si accorge che il brano non è brutto come sembra al primo ascolto, forse con un arrangiamento meno effettato avrebbe reso meglio. Hearing Voices è un capitolo trascurabile per colpa di un ritornello monotono e lo rende il primo passo falso di un viaggio finora sorprendente. L’atmosfera torna pacata (ma un velo di tensione si mantiene lungo tutto l’album) con On Queue dove i chiaroscuri sono pennellati da una chitarra e da un sax che profumano di prog d’altri tempi. La chitarra orientaleggiante dell’intermezzo strumentale di An Ambush of Sadness dà il via alla trasognata Kicking in the Door per concludersi con un altro splendido esempio di progressive senza tempo come The Fall e qui il sax fa capolino per regalare un break veramente entusiasmante. Liberate la mente da tutte le sirene spietate che avete ascoltato cantilenare su questo disco, concedetevi un bel calice di vino rosso, accomodatevi sul divano e con luce soffusa godetevi il viaggio che vi propone il redivivo Geoff, chissà che non scopriate che il vostro ex-cantante preferito tanto ex non lo è più. Lasciategli provare questa benedetta “chiave” e chissà che non riesca ad aprirvi qualche portale magico verso il paese delle meraviglie.

Matteo T.

FREDDIE WOLF - Utopia/Distopia

Autoproduzione

2015

Per il suo primo lavoro da solista Freddie Wolf (ex-cantante degli Stick It Out e dei New Babylon) fa le cose decisamente in grande. Libero da restrizioni dovute a contratti o paletti imposti da case discografiche, il singer latino-americano (naturalizzato italiano!) pubblica un doppio album-concept dallo splendido artwork: il primo è Utopia, il disco bianco e solare, il secondo Distopia, ovvero il lato oscuro della personalità di Freddie. Un progetto ambizioso con tanta carne al fuoco e collaborazioni di prim'ordine a rendere l’opera ancor più ricca di fascino. Tra gli ospiti figurano Gianpaolo Caprino e Andrea Angelini degli Stormlord, Alex Lofoco e Mimmo Cavallo (Zucchero, Mia Martini, Albano), Jonna Coletta (The Guestz), Gianna Carlotta (Pandemonium)... La white side è formata da 11 canzoni arricchite di molta melodia e di arrangiamenti pomposi: si passa dall’opener Be The One, dai chiari rimandi a certo power melodico nord europeo, a momenti più prettamente hard rock come quelli di Mud & Glory fino a rimandi pop come in My Beautiful Ruin. I richiami alle atmosfere care ai Queen non pregiudicano l’originalità del primo disco che evidenzia la capacità di Freddie nel ricercare la melodia, sia essa pop, new wave o perfino reggae. La dark side è un più canonico contenitore di canzoni metal, dal retaggio power con spruzzate goth e dark, notevolmente più energico del primo disco. Man Of Evil spicca per il chorus mentre altri ottimi episodi sono Obscurum Per Obscurius e le anthemiche Brand New Babylon e Der Golem. Freddie Wolf si guadagna un plauso per il mastodontico lavoro svolto anche se probabilmente un unico disco con i migliori episodi sarebbe stata la perfetta quadratura del cerchio. Comunque sia, buona la prima!

Matteo Trevisini

ROCK RESCUE 811 – Un Mondo Migliore

Aura Records

2015

I Rock Rescue 811 sono di Trieste e nascono da un'idea del cantante Alessandro Zocco e del bassista Gabriele Petterin. Fanno del rock italiano, ne più ne meno, quello dei primi anni novanta, vecchia scuola, figlio dei Litfiba, dei Timoria e di tante band che nell'ultimo decennio del secolo scorso fecero fiorire un genere che in Italia non aveva mai attecchito prima, strozzato dalla ricerca della melodia sanremese. Attenzione però, questi il loro lo fanno bene senza mai risultare fuori tempo massimo, ma anzi verniciando il disco di debutto di fresca patina, attuale e personale. Un Mondo Migliore propone una grande varietà di sfumature nelle dieci canzoni, a cominciare dall’hard rock tipicamente anni ’80 de Il Viaggiatore col suo ritornello geniale (”Sarò grato pure a te, omino dell’aldilà!”). Peccato per la produzione che rende i suoni un po’ impastati ma – nonostante ciò - ci piace! Il Sole e la Luna è un altro buon pezzo, melodico e decisamente più italiano. Il cantante Alessandro Zocco ha una timbrica impostata sui classici canoni da “rocker padano” (con tutti i pro e i contro che questo comporta) ma il disco scivola bene al punto che le chitarre sorprendono per fantasia: bravi Fabio Doller alla ritmica e Ramon Carmeli alla solista! Il sentiero intrapreso è quello giusto se si ascoltano la lenta Soldatini o la profonda Perdonami. Rock Rescue è invece il classico pezzo veloce, costruito per far saltare il pubblico durante i concerti, molto “arena rock” americana carico di coretti e chitarre. La sezione ritmica di Gabriele Petterin (basso) e Lorenzo Ciuciat (batteria), pur soffocata dalla registrazione, si fa comunque notare per precisione e compattezza. Scrittura e struttura dei pezzi sono buoni e tolta qualche ingenuità credo possano lavorare molto bene nel futuro per migliorare e, soprattutto, farsi riconoscere tra le centinaia di bands che in Italia propongono lo stesso genere.

Matteo T.

DOPPIA PERSONALITA’ - B.O.D.P.

Music Force

2015

Anche per quest’altra band triestina rimaniamo sui testi in lingua italiana... i Doppia Personalità di personalità ne hanno tanta (perfino troppa!). Questo B.O.D.P. è il quinto album ed è una raccolta dei pezzi tratti dai precedenti lavori che dimostra pienamente le capacità nel costruire melodie d’impatto unitamente a testi divertenti sopra ritmi e groove coinvolgenti. Melodia italiana mescolata all'impasto sonoro internazionale: ogni canzone è storia a sè, facendo girare l’ago della bussola impazzita tra pop, ska, elettronica, rock alternativo, musica popolare da sagra. Un “crossover” arricchito dalla prestazione vocale di Giovanni Milani, uno che sfoggia talento, interpretazione e sa pure essere originale a cominciare dall’evocativa Mrs. Byron, canzone che dà inizio alle danze (vere e proprie!). Vittima Di Lei è pieno rock italiano anni ’90 dove emerge la bravura della band giuliana a trovare la melodia giusta al momento giusto. Why e Maschere sono canzoni eleganti che lasciano trasparire il lato più trasognato della band. Altri highlights sono Triangolo Delle Bermuda e Amor Felino dove anche una fantasiosa e potente sezione ritmica si erge sugli scudi. Suoni che rimandano ai Muse più marziali prima di passare in un baleno al funky radiofonico di Chili Peppers memoria o a certe cose surreali di marca Primus: decisamente tutto molto buono anche se tutta questa personalità, centrata e focalizzata in modo meno esteso potrebbe portare in futuro a cose molto ma molto interessanti: li aspettiamo quindi al varco!

Matteo Trevisini

SKUNK ANANSIE - Anarchytecture

Carosello2016

E' una delle uscite che più aspettavo. In molti ne parleranno e moltissimi ne scriveranno, non ha quindi senso unirmi a recensioni e recensori in voga e tiro subito la (mia) conclusione: un piccolo gioiello da tempi moderni che soddisfa i fans e ragionevolmente ne porterà di nuovi. Missione compiuta, a quale risultato ulteriore dovrebbe puntare una nuova uscita? Mi interessa piuttosto fare una valutazione diversa ovvero individuare quali tracce potrebbero inserirsi regolarmente nelle scalette live a venire, incastrandosi nella sfilza dei classici e pluripremiati singoli della band. "Love Someone Else" senza dubbio, canzone stellare nonchè probabile linea guida per nuove bands che si affaccino alla ribalta pop-rock, "Victim" diventa ammaliante dopo ripetuti ascolti, ma potrebbe non bastare. "Beauty Is Your Curse" centra il bersaglio, "In The Back Room" è il pezzo che invece proprio pretendo nei live (una specifica sui biglietti del tipo "prezzo biglietto 40 euro - include l'esecuzione di ITBR"), pura Cass-Lewis-funky-groove-negritudine. Pezzo assolutamente clamoroso. "Bullets" e "Without You" farebbero la fortuna di qualsiasi band, ma qui si parla degli Skunk Anansie. "That Sinking Feeling" è una sorta di "I Believed In You" del disco precedente decostruita e ricostruita, eppure vorrei conoscere quel fans che non vorrebbe entrambe parte di una set-list! Tra "We Are The Flames" e "I'll Let You Down" una deve per forza diventare un nuovo inserimento ed allora opto per la seconda. Ho volutamente lasciato per ultima "Death To The Lovers", pur in posizione quattro, perchè è quella che mi pare realmente in grado di ritagliarsi persino un posto nella memoria collettiva. L'album si intitola "Anarchy Tecture" o "An Archytecture": preferisco la prima lettura in ordine all'unicità del suono della band sin dagli esordi, anche se oramai la rifinitura di se stessi ne fa una meravigliosa costruzione anche estetica oltre che egregiamente funzionante. Se qualcuno pensava che Skin (o la band) potessero subire contraccolpi a causa dell'esposizione mediatica di X-Factor ha capito poco e male, perchè Skin è una rockstar vera, vive e si abbevera alla fonte della ribalta, ne trae linfa ed ispirazione. Solo che a differenza di altre icone conserva un approccio umano, quasi "friendly" direi, l'approccio che le consente quelle incredibili "nuotate" sopra le teste di migliaia e migliaia di fans durante i concerti, senza sicurezza appresso. Quanti frontman possono vantare un amore incondizionato simile, uomini o donne che siano?

Si sta parlando di quella che probabilmente è la rock band più in palla della ribalta internazionale tutta, nulla di meno. Perchè questo sono oggi gli Skunk Anansie. Perderne il concerto sarebbe un errore imperdonabile, specie se qualcuno si chiede cosa sia assistere allo show di una grande rock band all'apice della carriera sia in termini artistici che atletici.

Walter Bastianel

Da Donington (UK) il report del giorno 3 del DOWNLOAD FESTIVAL 2015!

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W.A.S.P. – Golgotha

Napalm Records

2015

Vi ricordate Nanni Moretti in Palombella Rossa? “…come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!". Probabilmente Nanni Moretti non si azzarderebbe nemmeno sotto tortura a schiaffeggiare Blackie Lawless e ad urlargli questa iconica frase senza rischiare una testata in pieno setto nasale ma è vero, le parole sono importanti, come l’integrità e l’iconografia, soprattutto quando si parla di una band storica del metal anni ottanta come i W.a.s.p. Il sangue, la violenza, "We Are Sexual Perverts", L.O.V.E. Machine, i ghigni da teppista di Chris Holmes, le seghe circolari, The Torture Never Stops, Animal (Fuck Like a Beast), i fuochi d’artificio, le modelle nude sgozzate sul palco... i W.a.s.p. sono stati questo ed altro con testi sempre oltre il limite (per la gioia bigotta di Tipper Gore ed il suo P.M.R.C.). Il dilemma è strettamente ontologico e non di caratura artistica (a quella ci arriveremo analizzando l’album) ma a voi non da fastidio ascoltare un disco dove un Blackie (ormai chiamiamolo pure Whitey!) inneggia a Dio ed a Gesù, come un predicatore pronto a ripulirsi dai peccati? Ascoltereste ugualmente i Motley Crue se i loro testi parlassero di come sono stai bravi a far attraversare il Sunset Bouvelard ad una vecchietta in difficoltà? E se gli Stryper di punto in bianco facessero un disco inneggiante a Belzebù? E se il reverendo Manson improvvisamente si limitasse a descrivere un bel tramonto autunnale mentre si diletta a pescare placidamente lungo un fiume non stonerebbe un po’? Che dite? Blackie, pardon Whitey, ha trovato la fede e la redenzione e forse era il caso di accantonare per sempre il nome W.a.s.p. pubblicando questo nuovo Golgotha a suo nome (come fosse un nuovo inizio). Ormai è da decenni che la band non è più una band bensì un’emanazione artistica, nonchè feudo privato, di Mr. Lawless che gestisce il “brand” a suo piacimento, un marchio. Ma veniamo all’album che non è affatto brutto anzi, ma chiariamolo subito non è assolutamente - come letto da più parti – il miglior disco partorito dalla mente di Whitey dagli anni Ottanta. Pur essendo un ottimo “chef” Blackie resta comunque uno degli artisti più autocitazionisti in circolazione e molti pezzi ricordano da vicino melodie saccheggiate a piene mani qua e là lungo tutta la propria discografia: in questo caso è stato comunque bravo a (ri)mescolare bene tutti gli ingredienti. I meriti evidenti di questo Golgotha sono la caratura dei pezzi, di livello superiore alle ultime prove, andando a formare un utile “bigino” dei suoni e delle atmosfere care a Mr. Lawless. Gli highlights del disco sono da ricercare nelle ballate e nei pezzi più lenti dove emerge tutto il talento di Blackie nel cesellare melodie epiche. La splendida Miss you ricorda da vicino certi capolavori contenuti nell’innarrivabile The Crimson Idol e lo stesso vale per la title track a conclusione del platter, otto intensi minuti dove il nostro “redento” urla a pieni polmoni nel ritornello"Jesus i neeed youuuuu”... più chiaro di cosi! A conti fatti se siete da sempre degli ultras ferventi al credo della “vespa” Golgotha vi piacerà proprio perché musicalmente resta nei recinti sicuri di quello che la band propone da sempre. Per quello che invece hanno rappresentato a livello iconografico, beh… metteteci una croce sopra (ops!).

Matteo Trevisini

LA "CLASSIFICA" DI FINE 2015 di Alessio Carraturo

Nel giorno in cui scopro che la Burning Hearts Records è resuscitata (notizia vecchia mi direte) e ha dato da poco alle stampe il nuovo CD dei GIUDA, band romana capace di creare parecchio rumore negli ultimi anni, mi si chiede (eccerto! ndW) di dare qualche voto ai dischi usciti in questo avulso 2015. Lo so, sono sempre più vecchio e quindi tra una ristampa dei Led Zeppelin (vogliamo parlarne?) e un Radio Broadcast CD (avete presente quella nuova moda che ha visto, nell’anno in chiusura, la ristampa di un sacco di “porcheria” live che ripropone date live trasmesse all’epoca via radio e quindi con una qualità sonora tutt’altro che da buttare) i cinque lavori che salvo sono, in ordine sparso:

MOONSHINE - Moonshine (Lion Pride Music) Il southern rock mischiato al blues del delta con un tiro incredibile. Per carità nulla di nuovo (registrazioni dei primi Novanta già pubblicate la prima volta in tiratura limited qualche anno fa, ristampate quindi nel tardissimo 2014 per entrare a pieno regime in circolo nel 2015) sotto l’albero di Natale, ma se vi piace il genere ascoltatevi The Devils Road e compratevi il disco. Alla voce l'ex Babylon A.D. Derek Davis. Detonanti.

77 – Nothing’s Gonna Stop Us (Century Media Records)

Sono finiti sotto Century Media e già questo è un biglietto da visita “gold”. Che dire? Con me sfondano una porta aperta. Sin dal loro esordio considero gli spagnoli gli eredi migliori degli AC/DC era Bon Scott. Per nulla originali e proprio per questo imprescindibili.

ART OF ANARCHY - Art Of Anarchy (Century Media)

Ci mancherà Scott, inutile negarlo. Solista o con i redivivi STP aveva ancora parecchie cose da raccontarci. È grazie a lui, al suo modus operandi, che un progetto nato per caso non è rimasto l'ennesimo fuoco fatuo. Una band, questa, nata già “defunta”, senza alcuna possibilità di esibirsi in giro per il mondo ma per questo 2015 posso dire con pochi dubbi che AOA è stato il disco che più ho ascoltato e apprezzato. Stay tuned Scott!

WE ARE HARLOT – We Are Harlot (Roadrunner Records)

La Roadrunner piazza nel 2015 un buon colpo. Danny Worsnop (ASKING ALEXANDRIA) ben assecondato da musicisti di primordine ci regala un estratto di hard rock stradaiolo modernamente indirizzato niente male. “Denial”, il primo singolo estratto, ne rappresenta in pieno le potenzialità. Difficile dire se i quattro avranno un futuro. Oramai fare un disco è cosa del tutto superflua, quindi…

MAMMOTH MAMMOTH - Volume IV (Napalm Records) I veri eredi dello scandinavian rock primordiale (parlo di Gluecifer e primi Hellacopters) sono loro. Vengono dall’altra parte del mondo (Australia) e con il loro quarto volume si confermano alla grande, sulla strada del garage rock più sulfureo, in pieno stile Datsuns e D4. Per chi ancora ha un po’ di memoria.

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LA "CLASSIFICA" DI FINE 2015 di Walter Bastianel

Sempre più arduo stilare classifiche (estese o complete): finchè si tratta di spulciare tre/quattro titoli uno non dovrebbe avere grosse difficoltà, ma andare oltre... vediamo quindi stavolta com'è andata. In ambito rock vado sul sicuro col ritorno degli SHOOTING STAR, band che in dieci secondi netti riorganizza un prospetto annuale in loro assenza. Anche il cd dei WE ARE HARLOT ha centrato il bersaglio: tra vintage e modern, certo solismo alla Ted Nugent, impatto solare, ottime canzoni e un tiro della madonna. Giusto un paio di riempitivi, ma è roba che sparisce nel computo generale. Per l'Italia del melodic rock il cd dei ROOM EXPERIENCE mi pare sia stata la miglior uscita: sarà il ritorno di Steve De Biasi dopo tanti anni o la verve compositiva, ma mi piace pensare che un ipotetico comeback dei Gunshy (una precedente band di Steve appunto) non avrebbe suonato molto diverso. Anche i WASP con "Golgotha" hanno confezionato un buon disco: certo l'entusiasmo eccessivo che leggo in giro (c'è chi lo colloca tra i top della band) lo lascio a costoro. Sempre dagli States aspettavo l'esordio dei navigati KICKIN VALENTINA (ex-Rockets To Ruin): attesa non tradita, disco ideale per chi ama ancora del buon sleazy hard rock suonato col piglio e la competenza che ti aspetti. Altri piacevoli ascolti sono stati i sempre fortissimi THE DARKNESS, i glamsters francesi PLEASURE ADDICTION, gli emergenti THE TIP (cercateli!), i tedeschi SNAKEBITE e per finiregli irlandesi STEREO NASTY, a ricordarmi che quando cerco del classico heavy di stampo Judas Priest non posso prescindere dall'arcipelago nord-europeo. Piacevole sorpresa il dvd dei BOULEVARD canadesi, indispensabile per i fan dell'aor anche nel 2015. A monte di tutto, comunque, l'unico vero Capolavoro che registro nell'anno è il reading musicato di "Notturno Americano" ad opera di EMIDIO CLEMENTI (coadiuvato dai Giardini di Mirò). Riduzione dell'opera letteraria di Emanuel Carnevali è una di quelle uscite irripetibili che elevano una carriera da ottima ad inimitabile. Emidio Clementi merita stima e grande rispetto, non fosse altro, per fare da decenni quanto e più gli è possibile per donare luce alle parole di questo inimitabile visionario del primo Novecento. Grazie Emidio. Sono andato oltre i quattro iniziali stimati, stai a vedere che l'annata è stata interessante. Ah, per chiudere... la nostalgia. Tanto per rinverdire gli anni Sessanta, anni in cui spopolava il 45 giri, il singolo dell'anno è "Seconda Madre" di UMBERTO MARIA GIARDINI. Roba che, va da sè, un paese schiavo dell'apparenza non potrà che recepire, se mai lo farà, tra 40 anni. Ma anche questo, in fondo, è ciò che (mi) affascina della musica. - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

LA "CLASSIFICA" DI FINE ANNO 2015 di Matteo Trevisini

Gli Inglesi dicono: “Opinions are like assholes, everyone's got one”, ovvero i pareri sono come i buchi del sedere ognuno ha il proprio... quindi il meglio di questo 2015 in musica è strettamente personale e non proverò assolutamente ad inculcarvi che questi siano i migliori dischi usciti in questi 12 mesi. Sicuramente sono quelli che a me hanno dato energia, ispirato, tenuto compagnia e fatto da colonna sonora nei momenti belli e meno belli a cominciare dai BACKYARD BABIES con il loro ritorno "Four By Four" e i BUCKCHERRY con "Rock'n Roll", due dischi che in palestra hanno fatto il loro dovere motivazionale con tutta l'energia sprigionata! Colonna sonora invece nei viaggi in auto sicuramente lo splendido album di debutto omonimo dei DEVIL CITY ANGELS ed i mid-tempo desertici di "Rebel" dei rinati LYNCH MOB. Lo stakanovista George Lynch ad inizio anno ha piazzato un altro gran album con il progetto SWEET&LYNCH: "Only To Rise" è stata una vera piacevole sorpresa! La calda estate è stata baciata dall'hard blues dei DEAD DAISIES e del loro "Revolucion". A casa invece, davanti ad un buon bicchiere di vino, le note suadenti, ultra-chic e ogni tanto quasi epiche di un altro grande ritorno, "XIV" dei TOTO. Insomma per ogni stagione o per ogni momento della giornata c'è stato qualche album, qualche artista oppure una sola singola canzone: gli album precedenti sono quelli però che sono riusciti a catalizzare nella loro interezza tutta la mia vis emotiva: avanti con il 2016... intanto Auguri!

SHOKKER - Shokker

Autoproduzione

2015

Leggo Illinois, associo Chicago. La capitale americana dell'hair metal più ortodosso (indimenticabili le compilations Chicago Metal Works degli anni 80/90) dopo The Last Vegas, Bad City ed Hessler (già sciolti) attira la mia attenzione con gli Shokker. Un 3-tracks E.P. che è tutto attitudine e tecnica. Marca il territorio la chitarra di Casey Tremont e canta Rachl "Raxx" Quinn, fascinosa vocalist ben poco avvezza ai fronzoli. Difficile intuire se approderanno ad un disco, bisognerebbe vivere là per sapere se la situazione americana sia ancora ricettiva alle sonorità proposte. A Los Angeles, per i miei gusti, da anni si scherza troppo (anche se i Salem's Lott fanno eccezione), a Chicago invece non si è mai cincischiato e pare nemmeno questa volta. Avanti così quindi e dita incrociate, che un ipotetico full lenght degli Shokker diverrebbe oggi, paradossalmente, se non una "ventata di novità" almeno una boccata di ossigeno. Clicca sul banner per ascoltare l'opener "Adrenaline"!

Walter Bastianel

SHIRAZ LANE – Be the slave or be the change

Autoproduzione

2015

Anni ed anni di ascolti... cd, dischi, cofanetti, youtube e nonostante questo si attende sempre con trepidazione la sorpresa, la scossa, l’input da qualsiasi band o artista in genere che ti dia quella dose di rock’n'roll che ti fa esaltare. Ogni tanto queste sorprese arrivano da dove meno te le aspetti, mettendo su controvoglia un disco o ascoltando un promo mandato da qualche band giovane di belle speranze che attende desiderosa che qualcuno non ne peschi la pagliuzza più corta. I giovanissimi finlandesi Shiraz Lane rientrano in questa ristretta cerchia, la cerchia dei dischi a cui non cambieresti una virgola tanto sono perfetti. Certo, direte… facile farlo con un E.P. di soli cinque pezzi. Beh, signori, se gruppi più quotati e pompati non ci riescono con un album intero complimenti a questi imberbi capelloni per non essere riusciti ad inventare nulla ma riuscire nel non facile compito di rendere spettacolare quello che già è stato detto venticinque anni fa da bands da libri di storia. I ragazzotti di Vantaa sono insieme dal 2011 ma solo quest’anno hanno cominciato a raccogliere i frutti del loro impegno, prima con la pubblicazione dell' E.P. in oggetto e successivamente con la firma del contratto per Frontiers Records che il prossimo anno pubblicherà il loro primo full-lenght (e li porterà alla terza edizione del Frontiers Rock Festival). Mica male no? La prima traccia Mental Slavery è il manifesto sonoro: gli Skid Row dei tempi d’oro mescolati a suoni leggermente profumati di modernità tanto cara ai Crazy Lixx. Insomma puro street metal scalciante, spudorato ma dannatamente maturo, con un chorus che stende al primo ascolto. Il cantato di Hannes Kett è spaventosamente potente e ricco di una personalità già spiccata. Provate a sentire il mid-tempo Behind The Ball, con rimandi ai Dangerous Toys. Money Talks è un pugno in stile Slave to the grind: campanaccio pesante e refrain che s’inchioda in testa. Sezione ritmica di Joel Alex al basso e Ana Willman alle pelli precisa e potente, Out there Somewhere è un’altra splendida canzone sospesa tra Guns e glam scandinavo di nuova generazione… I wanna know is your glass half full, empty or in-between/ You can't have happiness without a little rain! Story to Tell e si finisce col botto! …As the years have gone by nothing has changed / All these lines on my face got a story to tell! Sei quasi perplesso alla fine dei 22 minuti. Che sia stato un sogno? O è proprio tutto cosi figo? Testi non stupidi, pacca incredibile, tecnica invidiabile e linee melodiche stratosferiche. Sarebbe un crimine se la Frontiers non obbligasse la band a mettere “in toto” tutte queste cinque gemme nell’album in uscita. Nel dubbio recuperate subito questo piccolo grande gioiello sonoro!

Matteo T.

THUNDERMOTHER – Road Fever

Despotz Records

2015

Me le vedo proprio le Thundermother chiuse in una baita di legno con i vasi di fiori alle finestre ad impastare i suoni semplici ma ruvidi di questo loro secondo album e, come le marmotte della Milka, impacchettare con le loro manine ogni singolo cd con tanto amore, entusiasmo e devozione per il sacro fuoco del rock’n roll. Probabilmente si incavolerebbero a morte con il sottoscritto ribattendo che questo Road Fever è stato invece vomitato negli scantinati umidi di una sala prove nella periferia di Stoccolma tra effluvi di piscio e ampli fischianti. Le ragazzacce tornano con il secondo album dopo il già buono Rock’n roll Disaster dell’anno scorso, maturate dopo aver macinato, chilometri su chilometri in giro per l’Europa, concerti ad alto tasso di ottani. Ora è stato fatto centro pieno con un album di semplice hard rock scalciante forte debitore del duo sacro Motorhead e Ac/Dc anche se tornano alla mente, qua e là, anche le seminali Runaways di Joan Jett e Lita Ford. Con pezzi come ‘It’s Just A Tease‘, ‘Alright Alright‘, ‘Deal With The Devil‘, ‘Roadkill‘ o ‘Give Me Some Light‘ non c’è tempo per fare disquisizioni sociali ma si tratta solamente di muovere il piedino e darci dentro. Dalla loro hanno freschezza e rabbiosa potenza che avvolgono tutti i brani anche se il punto di forza rimane l'essenzialità della proposta. Le Thundermother sanno fare una cosa che altre band “all female” scandinave non hanno mai saputo fare (un nome a caso? Mmmhhh vediamo... Crucified Barbara!) ovvero scrivere canzoni che restano in testa già al primo ascolto! Le chitarre di Filippa Nässil e dell’italianissima Giorgia Carteri vomitano riff killer affilati come lamette di un rasoio arrugginito: provate la seconda traccia FFWF come esperimento e sentirete che graffi! La cantante Clare Cunningham, irlandese “doc” di Dublino, ha personalità e doti vocali mentre la sezione ritmica di Tida Stenqvist e Linda Ström (basso e batteria rispettivamente) martella in modo semplice, ma deciso.

Se sul comodino accanto al letto avete le foto di Bon Scott e Lemmy ad augurarvi sogni d’oro andate sul sicuro qui, queste ragazzine tanto carine quanto casiniste vi regaleranno mezz’ora di divertente deja-vu. Perchè alla fine il rock’n roll non è maschio, il rock’n roll è di chi lo ha dentro e lo sa esprimere con talento ed entusiasmo. Non ci sono maschietti e femminucce ma solamente ottimo o pessimo e decisamente queste cinque rockers fanno parte della prima categoria. Avanti cosi ragazze, vi aspettiamo ancora in Italia per una nuova festa rock’n roll!

Matteo T.

Da Donington (UK) il report del giorno 2 del DOWNLOAD FESTIVAL 2015!

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ELBOW STRIKE – Planning Great Adventures Go Down Records

2015

Esiste una piccola grande band tra le innumerevoli pieghe dell’underground italico che si chiama Elbow Strike e che è la creatura di Chris T. Bradley, giramondo italiano (di mamma inglese) che ha fatto dell’esperienza su e giù per il globo la sua arte, assorbendo esperienze e sensazioni per poi tramutarle in gomitate ultraterrene da spartire a destra e a manca. La band nasce nel 2005 in Olanda, ad Haarleem, dove la prima formazione pubblica l'EP She Can Destroy. Successivamente Chris, grazie al singolo White Bird In The Black Sand, intraprende un viaggio che lo porta nel 2007 fino a Los Angeles come ospite radiofonico. Vi rimane per tre anni nei quali nascono collaborazioni che lo porteranno a suonare con vari gruppi in giro negli States. A seguire, per altri tre anni, Chris decide di andare in Thailandia ed a Tokyo, dove trova l'ispirazione per dedicarsi alla stesura di questo disco: l’esordio esce per la lungimirante Go Down Records. Il risultato è un melting-pot di stili ed influenze amalgamate finemente in un unico cratere grondante hard rock. Moderno? Sicuramente, ma sempre di hard rock stiamo parlando…c’è di tutto dentro il concept fantascientifico di Planning Great Adventures: stoner, post-grunge, hard psichedelico, southern rugginoso e blues onirico che profuma di entusiasmo e sincerità senza paraculaggini di sorta. Basti sentire l’opener Elbow Strike Mofos e la pacca che la band dimostra di avere: idee chiare e capacità di arrangiamento notevoli che la trasformano in una hit potente, ideale rampa di lancio dell’intero platter. La chitarra svela un feeling ed un groove fantastici che innalzano di una spanna tutto il lavoro. Cosmic Pleasure si addentra nei meandri degli anni novanta con suoni dilatati e lisergici che esplodono in un chorus inaspettato come una sberla in faccia Mommaiscookingchips inizia tribale e desertica per trasformarsi in un retro hard che puzza di anni settanta. Monster è hard nervoso che dibatte la coda cercando di uscire dalla gabbia. Arriviamo a Stoneman (guardatevi il video!) un hard blues ciondolante dalla ritmica avvolgente, puntellato da un coro ipnotico. Tokio Town è un inno d’amore alla capitale del Sol Levante, pezzo in cui l'atmosfera southern evidenzia anche le qualità melodiche della band. U.f.o. è rabbiosa, con un cantato “Clutch style”, per poi svelarsi in un ritornello praticamente sleaze, con tanto di campanaccio a dettare i ritmi. Pezzo che racchiude svariati stili, tuttavia l'impressione è che se fosse meno lunga sarebbe un singolo perfetto! La sezione ritmica pulsa e ansima dando nervo e fantasia: drumming mai noioso quello di Marco Mattietti su cui si impastano a meraviglia le corde di Simone Rosani. Waiting for the sun è la ballata che ti porta tra le roulotte dei sobborghi delle metropoli nord-americane… lo Scott Weiland d’annata ne sarebbe fiero! Ancora echi di Seattle nell’oscura We’re not alone prima di Winter Night, dark psichedelico a concludere il viaggio tra luci giallastre di notte fonda.

Tirando le somme un ottimo esordio per una band poliedrica che presenta un lavoro d’impatto, ben scritto, ben prodotto e con sonorità, se non originali (qualcuno lo è forse ancora?), almeno amalgamate con gusto e cucinate a puntino, pronte per essere sfornate e gustate da coloro che non si fermano ai grandi gruppi ma mirano a scovare piccoli gioiellini confezionati ad arte. Attenzione però, mettetevi in posizione di difesa, pericolo gomitate da tutti i lati del ring!

Matteo Trevisini

MIKE TRAMP – Nomad 2015 Target Records

Non c’è storia… Mike Tramp, con la voce che possiede, riuscirebbe a smuovere il cuore e l’animo anche cantando la lista della spesa. Messi in soffitta (per sempre?) i suoi White Lion, Mike ormai si dedica a pieno regime alla carriera solista provando a far breccia nei cuori dei fans non solo con la melodia, ma anche cercando una profondità nei testi che lo faccia considerare un cantautore di spessore. Il caro Mike punta a questo registrando con regolarità album acustici o vagamente “sporcati” di elettricità, con echi west-coast da una parte e folk dall’altra, dando prima di tutto spazio alla forma canzone e prestando attenzione ai particolari e alle sfumature da dare ad ogni singola canzone. Questo "Nomad" è il nono solo-album del bardo romantico danese e conclude così un’ipotetica trilogia cominciata con "Cobblestone Street" del 2013 e proseguita con "Museum" dello scorso anno. E' quindi naturale che le coordinate stilistiche rimangano le stesse, a cominciare da "Give It All You Got": chitarre leggere come piume e una batteria che da il ritmo come il battito d’ali di una libellula. Tra questa melanconia, tuttavia, Mike alla fine infonde speranza recitando “You can’t give up, you don’t give up… you give it all you got". Assolutamente nulla di nuovo, ma è fatto deliziosamente bene e con massima cura! Mike sa quali corde toccare e si insinua proprio lì a smuovere la polvere! "Wait Till Forever" è un mid-tempo più hard rock con un hammond che tratteggia e colora ancor più le melodie autunnali fino a ricordare certe cose belle dei sempre poco compianti Freak of Nature. Ancora l’organo a riempire "Counting The Hours" che resta appesa ad un riff elettrico - “I’ve been looking for answers in the palm of my hand” - intona Mike alla continua ricerca del suo io. La splendida "Bow And Obey" dalla melodia sepolcrale, una nenia che in un mare di tristezza fa comunque vedere la luce alla fine di una strada tracciata da un folk senza tempo. La voce calda e sinuosa ci abbraccia ed avvolge anche in "High Like A Mountain" mentre "No More" è la canzone più frizzante e "radio friendly" dell’intero disco e ricorda certe cose fatte da Jesse Malin. E' inoltre l’unico testo politico e sociale che presenta Mike in questo lavoro. La sezione ritmica alle volte risulta troppo semplice da risultare banale, come in "Stay", ma non intacca il valore di un album vero come l’abbraccio di un amico. "Moving On" conclude l’album e la voce struggente di Mike dipinge un altro quadro dalle tinte abbozzate con l’onnipresente hammond a riscaldare l’animo come un caminetto in inverno… “Every mistake that I made in my life, all of the things that I didn’t realise, I’d never let in through this door”. Semplice semplice, ripeto, ma carico di feeling rurale e malinconico, ideale colonna sonora per una gita tra i boschi e le campagne sporcate di giallo e rosso dall’autunno. Maggior fantasia negli arrangiamenti avrebbe giovato a qualche brano ma è l’unico neo di un album godibile che presenta un Mike Tramp ancora in forma smagliante e ormai maturo alle redini della carriera. Certo il leone bianco è lontano, libero di correre nella savana e al momento non c’è bisogno di doverlo richiamare per chiuderlo nuovamente in gabbia…

Matteo Trevisini

Da Donington (UK) il report del giorno 1 del DOWNLOAD FESTIVAL 2015!


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TURBOWOLF - Two hands

Spinefarm Records 2015

Ma di quale tipo di droga misteriosa fanno uso i Turbowolf??? Cosa fumano questi pazzoidi di Bristol??? Non ci è dato sapere ma qualunque sostanza – naturale o sintetica che sia – ha fatto un gran bene al cervello di questi allucinati! Usciti dal ricco calderone underground inglese con il primo omonimo album nel 2011 e subito incensati dalla critica d’oltre Manica con recensioni altisonanti ed interviste esclusive su Kerrang! e Metal Hammer arrivano a pubblicare, quattro anni dopo, il secondo album tra fanfare e trombe che annunciano il Giudizio Universale. Niente di tutto ciòtu per carità, solo la solita stampa inglese tanto patriottica quanto poco incline al giudizio oggettivo. Questo Two Hands non salverà le sorti del rock ma vi farà passare comunque una buona mezzora dentro l’albero di Alice nel Paese delle Meraviglie! Perchè questo è: un vortice caotico di generi, a tratti anche mescolati con grazia tossica, tra rock & roll, psichedelia, classico stoner, punk rock e elettronica, di tutto un po’ insomma! Ma questo Vaso di Pandora contenente blob informe riesce a far fuoriuscire un disco di sorprendente originalità e frizzante energia: ascoltare per credere! Chitarre fuzzy e riff circolari sopra i vocalizzi spiritati di uno scatenato Chris Georgiadis. Andatevi ad ascoltare le bombe sonore Rabbit's Foot oppure Good Hand e ditemi se non sono delle canzoni deliziosamente da incubo post atomico… sembra che la III Guerra Mondiale stia per scoppiare tra suoni pompati ma ipnotici e testi complottisti, ma chiaramente antimilitaristi. Il flipper impazzito della band spara la pallina tra umori sabbathiani ma col groove che ricorda i Clutch ed un elettrizzante quanto intelligente patchwork sonico dal retrogusto punk rock! Incasinati? E pensate che tutto questo delirio vi farà ugualmente innamorare dei Turbowolf. Provate a dormire tranquilli dopo American Mirrors questa notte, se ci riuscite! Avete visto i video di Solid Gold o quello di Nine Lives, ditemi voi se non ho ragione! Siete ancora qua a leggere? Dateci un taglio e schiacciate il tasto “play” e… salutatemi il Bianconiglio!

Matteo Trevisini

BACKYARD BABIES - Four By FourGain – Sony Music2015

Diciamolo subito e non ci pensiamo più: non ci voleva tanto a riprendere in mano le redini dei Backyard Babies dopo sette anni e incidere un nuovo album. Nicke Borg e Dregen hanno di fatto approfittato di una pausa delle rispettive carriere soliste, ripreso a bordo i due desaparecidos (Johan e Peder) e raffazzonato ben nove pezzi che di certo faranno fatica a entrare in una ipotetica scaletta per le imminenti date del tour. Perché alla fine arriviamo sempre lì. Il disco oramai è solo il pretesto per imbracciare armi e bagagli e guadagnare qualche soldo suonando in giro, vendendo qualche maglia in attesa di un nuovo giro (album solista, band nuova, collaborazione…). Dobbiamo farcene una ragione e prendere per buono quello che arriva. Il nuovo “Four By Four” si presenta con una copertina a mio parere meravigliosa e spara in apertura il meglio di sé. Il campanaccio di “Thirteen Or Nothing” è irresistibile, “I’m On My Way…” rientra nei classici canoni BB, con un drumming tirato e cori punky a palla, esattamente come la successiva “White Light District”, vetta artistica dell’intero lotto. Per quanto mi riguarda l’ascolto si ferma qui. La nenia di “Bloody Tears” ti costringe a prenderti una pausa (di riflessione?) e a skippare alla successiva “Piracy”, discreta, prima di arrendersi totalmente all’ascolto di “Never Finish Anything” e mollare la presa. Sia chiaro, io sono contento che i quattro siano tornati in pista ed ho una gran voglia di andare a vederli a Trezzo il prossimo mese. Resta il fatto che 15/16 euro per prodotti del genere cominciano a diventare davvero troppi e non biasimo chi punta ad un “passaggio gratuito” di lavori concepiti senza anima e ascoltabili una, al massimo due volte.

Take care.

Alessio C.

FM - Heroes And Villains Frontiers Records2015

Ci sono bands che pur brillando di luce propria, una brillantezza potente e cristallina, non sono mai riuscite a sfondare nel mercato mainstream venendo relegate dalla sfortuna, dalle vicissitudini e dall'ingiustizia in un angolo polveroso della soffitta. Un classico esempio di questo vergognoso volere divino sono gli FM. La band di Londra è sempre stata troppo americana per il mercato inglese e troppo inglese per il mercato americano trovandosi così a metà del guado quando serviva sfondare su entrambe le coste dell'Atlantico. Gli anni '80 sono passati così, tra album strepitosi in mezzo ad un mare (pardon... ad un oceano per rimanere in tema) di occasioni perse, porte in faccia ma anche qualche soddisfazione, seppur effimera. Dal 1984 al 1995 la band dei fratelli Overland le tentò tutte per avere la visibilità meritata: dischi superbi, tra cui le gemme "Tough It Out" ed il più grezzo "Takin' It To The Streets" guadagnarono ottime recensioni ma null’altro, tante pacche sulle spalle ma zero boom commerciale, fino all'ottimo "Dead Man's Shoes" del 1995, uscito in piena era grunge, che diede il colpo di grazia tanto che la band decise di sciogliersi. Il 27 ottobre 2007 al Firefest di Nottingham gli FM, a gran richiesta, sono tornati dando vita ad una seconda giovinezza fatta di tour e altri grandi dischi sempre al di sopra della media, grazie a quella classe che li ha sempre contraddistinti. Messi sotto contratto dalla Frontiers (e ciliegina sulla torta la prima calata italiana della loro storia al secondo Frontiers Rock Festival) esce così in pompa magna il loro nuovo album. Con "Heroes and Villains" però stiamo parlando di altro. Non è un album di hard melodico nostalgico per tentare di tenere vivi i fasti di un passato troppo lontano, bensì un album vivo, che pulsa di canzoni ottime e profuma di fresco e vitale come non mai. E' un album che si affianca ai capolavori dei tempi che furono con la consapevolezza che gli FM mai si siano seduti sugli allori per pubblicare, oggi, un pugno di canzoni che calzano a pennello con le produzioni degli ultimi anni. Gli FM centrano l’obiettivo che ai Def Leppard manca da venticinque anni. Fatevi il favore di ascoltare "Digging Up The Dirt", il brano d’apertura nonché primo singolo, vi sfido a trovare un recente brano dei Lep di Joe Elliott migliore. Ora che ci penso, però, il confronto non regge: cancellate le ultime righe perché gli FM non meritano di essere paragonati a nessuno perché sono sempre stati riconoscibili. Merito, soprattutto, della voce calda e bluesy di Steve Overland, uno che - in barba agli anni che passano – sfodera una prestazione da far invidia persino a Mr. Paul Rodgers (...e ancora maledizione a questi paragoni!). "The Best Thing About Me" stringe il cuore con il suo romanticismo mai di maniera ed il chorus che esalta una melodia stellare. Il disco non presenta cali, anzi canzoni come "Life Is A Highway" e "Fire & Rain" hanno proprio tutto quello che serve! Melodia, testi mai banali ed un feeling unico ed un plauso va anche alle chitarre di Jim Kirkpatrick. Ciò che stupisce, ribadisco, sono proprio la caratura e la qualità di ogni singolo brano, mai un cedimento o un momento poco ispirato. A tal proposito basta ascoltare la sensazionale ballad "Incredible": chi è quel fesso che dopo l'ascolto avrebbe ancora coraggio di dire che l’hard rock oggi abbia già detto e dato tutto? Le pompate "Call On Me" e "Cold Hearted" fanno apprezzare il lavoro in cabina di regia: suoni cristallini a regalare ulteriori sfumature allo sfaccettato gioco dei chorus. Ed ancora potenti e cromate sono "Shape I’m In", la sculettante "I Only Want To Rock & Roll" fino alla splendida "I Want You". Se bands come gli FM continueranno a sfornare dischi di questo livello la nostra bramosia non patirà mai la fame ma anzi le nostre orecchie ed i nostri cuoricini romantici resteranno belli pasciuti per lungo tempo!

Matteo Trevisini

F. F. S. (Franz Ferdinand Sparks)

Domino Recordings

2015

Il vecchio Bangs diceva (più o meno) che si deve scrivere della nuova uscita della band già pluriosannata come se non avesse un passato, quindi anche senza conoscerne alcunchè. C'è giusto da stare un attimo più accorti. Dei Franz Ferdinand me ne parlò StEvE (uno che non mi legge, quindi non mi querelerà per abuso del nome) anni fa (un paio dopo il 2000), lui che su queste bands arriva sempre tra i primi, se non per primo. Ovviamente misi le sue raccomandazioni in coda, sbattendomene. Mica è uno che capisce di musica, lui. E' ragionevolmente probabile sia questo l'approccio ai consigli d'ascolto/acquisto che reciprocamente negli anni ci siamo scambiati. Però mi ricordo (quasi) sempre tutto quello che (alcuni) mi segnalano. Non so (praticamente) nulla dei Franz Ferdinand, non avevo un loro disco fino a due settimane fa, avevo messo il naso in qualche video, li vidi però live alla tv anni fa ospiti del David Letterman Show. Che il buon David, battute (clamorose) a parte, in studio ha sempre anticipato le mode in musica (e non solo) perchè se uno va al Letterman vuol dire che è arrivato in cima o ci arriverà di lì a poco. Giusto i Bat For Lashes forse non se li sono cagati in tanti, ma insomma pure di questi venni quantomeno a conoscenza così (...e non sono mica male a dirla tutta). Recentemente è uscito FFS, For Fuck's Sake secondo alcuni, ma per me è solo Franz Ferdinand Sparks. Sarebbe? Sarebbe che i Franz Ferdinand (scozzesi) si sono messi assieme al duo degli Sparks di Los Angeles per questo progetto datato 2015. Gli Sparks nascono nel 1971, hanno una discografia lunghissima alle spalle e sono genericamente incanalati nel filone glam rock (ragionevolmente tra i primi!). Li conoscevo di nome, un pezzo lo si trova in molte di quelle orrende compilations di glam rock che andavano "di moda" vent'anni fa (se non sono trenta). Stranezza di una band americana che suonava più inglese degli inglesi (un po' come i The Killers, per capirsi). Ho partecipato al concerto degli FFS all'Home Festival di Treviso il 3 settembre perchè il prezzo del biglietto era basso (con 18 euro ti potevi anche vedere in apertura dei modesti, ma osannati, Interpol ed un ottimo Jack Savoretti) e perchè c'era aria di concerto di band che "va vista adesso, al top della forma". Dal vivo sono stati realmente avvincenti ed ho così scoperto che questi Franz Ferdinand vantano in formazione almeno due fuoriclasse e mezzo (Alex Kapranos e Nick McCarthy sicuri, ma anche Paul Thomson) ed un quarto (il bassista Bob Hardy) apparso un po' defilato. Il fatto è che sul palco c'erano anche i fratelli Mael (gli Sparks, per capirsi) nei nomi di Russel, quello dal riconoscibile falsetto, e Ron, il "nazista" alle tastiere, uno che un po' di scena la ritaglia per sè. Oggi che posseggo il cd (direttamente la limited, per pochi spicci le canzoni in più sono ben quattro) degli FFS c'è da dire che pezzi come i singoli "Johnny Delusional", "Piss Off" o "Call Girl" (ma direi tutti) sono penalizzati dal formato fisico, mentre acquistano una bella carica live (cosa che non vale per gli Interpol, per i quali è ben vera la regola opposta) ed il merito non può quindi che attribuirsi alle capacità dei musicisti. Il mio pezzo preferito rimane "Dictator's Son" mentre uno che comunque va alla grande è "The Man Without A Tan". New wave eighties in "So Desu Ne" e ancora ottimo mix di FF e Sparks lungo "Collaborations Don't Work" (già il titolo funziona) e "Save Me From Myself". E' un bel disco per chi apprezza il rock inglese sporcato di glitter tardo settantiano, io sono partito proprio da qui. Dopo un paio di giorni però ho recuperato anche "Right Words, Right Thought, Right Actions". Ora non mi resta che prepararmi alla sarcastica romanzina ("non sai niente") di StEvE...

Walter B.

URIAH HEEP in concerto

Lignano Sabbiadoro (UD), Arena Alpe Adria - 31/07/15

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DIMINO – Old Habits Die Hard Frontiers2015

Se vi capita di leggere artista e titolo di quest’ album e pensare alla salumeria di Mino che avete sotto casa, quella che vende la coppa più buona del vostro rione, avete sbagliato strada! Dovete mangiarne di polenta prima di definirvi esperti di rock. Il consiglio che vi posso dare è prendere il primo volume dell'enciclopedia del rock e guardare alla lettera A, sfogliare febbrilmente le pagine e trovare gli Angel, band americana di fine anni settanta, presi sotto contratto dalla Casablanca per farli diventare l'antitesi dei leggendari Kiss, principale introito della casa discografica di Neil Bogart. La band di Washington DC era molto, ma molto, di più che solamente il lato “bianco” e paradisiaco dei più demoniaci Kiss, era una fenomenale macchina che generava uno dei più celestiali pomp-rock del suolo americano. Solo che a parte qualche fugace apparizione nelle charts il successo (come lo intendevano i discografici, ergo dollari!) non arrise e la band di Gregg Giuffria si sciolse nei primi anni Ottanta per entrare direttamente nella storia con album seminali come Helluva Band, On Hearth As It Is In Heaven (titolo emblematico!) e il più commerciale White Hot. Di quella band il cantante e membro fondatore era Frank Dimino, voce possente e ricca di pathos che, dopo lo scioglimento spariva inesorabilmente dai radar ricomparendo ogni tanto solo quando gli Angel tornavano nei negozi con qualche antologia o qualche estemporanea reunion. La “nostra” Frontiers è riuscita nella titanica impresa di scovare il buon Frank che ormai vive da anni a Las Vegas ed a costruirgli a tavolino il primo disco solista grazie all’aiuto di molti colleghi e amici. Ma non temete, Old Habits Die Hard non è stato registrato solamente per le paradisiache orecchie dei fans sfegatati dell’ ”Angelo” ma, anzi, sarà una piacevole sorpresa per molti che si accosteranno per la prima volta a questo singolare personaggio italo-americano. Gli ospiti non sono di poco conto se si parla di Oz Fox (degli Stryper), Paul Crook (ex-Meat Loaf), Eddie Ojeda (dei Twisted Sister), Rickey Medlocke (ex-Blackfoot ed ora con i Lynyrd Skynyrd) e perfino Punky Meadows (suo band mate negli Angel!). L'album rappresenta una bella sorpresa pur non portando nulla di nuovo (…e ci mancherebbe!) ma le canzoni sono di livello e scorrono piacevoli regalando più di qualche sorriso. Il primo gruppo che viene in mente? Sicuramente i Deep Purple di Ian Gillan dove l’hammond va a riempire con gusto gli spazi vuoti e la voce stessa di Mr. Dimino ricorda, in alcuni frangenti, quella della storica Mark II del “profondo porpora”. Le corde vocali reggono molto bene sia sull’hard rock scarno di Never Again o di Rockin’ In The City, sia su una ballata più corposa come la notturna Even Now (ritornello da brividi!). Tonight’s The Night sembra uscita dal catalogo sguaiato degli Hanoi Rocks, che deliziosa stranezza! La chiusura è invece affidata al blues di Stones By The River dove si evidenzia la versatilità e l’esperienza della voce di Frank. E' un album poliedrico che passa da un genere all’altro mantenendo però ben saldi gli stivali negli anni settanta, merito di atmosfere calde e corpose che sapranno dare un po’ di refrigerio agli appassionati che avranno il coraggio di scoprire un disco di nicchia fatto con classe, esperienza, bravura e feeling. Basteranno? Intanto incrociamo le dita nella speranza che sia lui uno degli ospiti del prossimo Frontiers Rock Festival. Il resto si vedrà…

Matteo Trevisini

La Bella Estate Festival (EDDA, UMBERTO MARIA GIARDINI...)

Belluno - 26/29 Agosto 2015

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THE DARKNESS – Last Of Our Kind

Kobalt Label Services

2015

Ma guarda cosa ti combinano Justin Hawkins e compari! Tirano fuori dal cilindro un disco, al quarto tentativo, che forse - e dico forse - è il migliore della loro carriera! Giunti al secondo album dalla reunion, tra l'entusiasmo dei fans inglesi, del 2011 dopo il modesto "Hot Cakes" ci riprovano con questo "Last of our kind" che esce a breve distanza dalla pubblicazione di "Open Fire", il primo singolo già in "heavy rotation" nelle maggiori radio di settore europee.In questo disco i nostri hanno trovato finalmente la quadratura del cerchio per essere considerati una band seria e di talento e non solo la copia del nuovo millennio degli Spinal Tap. I Darkness sono sempre esagerati, roboanti e ridicoli nella loro ironia, tipicamente “english”, di non prendersi mai sul serio pur facendo le cose esattamente al contrario ovvero in modo dannatamente serio! Questo è un disco dove tutto è focalizzato con massima cura e nulla è lasciato al caso; la cosa che stupisce ancor più è leggere che il “mastermind” dietro alla perfetta produzione sia proprio il chitarrista Dan Hawkins! "Barbarian" è l’opener che migliaia di bands sognano di scrivere una volta in vita ed è il personale tributo all’Immigrant Song di Zeppeliniana memoria… epica, profonda, ruggente e con un Justin che va a competere con le urla di guerra di Robert Plant. Seconda gemma la già citata "Open Fire" che inizia con un plagio lampante di "She Sells Sanctuary" dei Cult per poi trasformarsi in una canzone dal chorus sfavillante. Sembra incredibile ma il falsetto di Justin in tutto il disco è tenuto a freno e posizionato nei punti giusti senza risultare mai fuori luogo o fastidioso come capitato più volte in passato. La fluidità generale che fa scorrere il disco senza nessun calo è lampante e sembra di avvertire sotto i mustacchi da hipster le risate di un Justin Hawkins riuscito, dopo anni di droghe, vizi e corse ai piedi di un burrone scuro e profondo, a far ripartire il bolide più potente di prima. Basta con produzioni pompose al limite del kitch ed arrangiamenti tronfi e roboanti: in questo disco l’asticella è stata tenuta debitamente bassa dando spazio a suoni secchi e ritmiche grazie ai quali a brillare è la title track, semplice ma efficace vera gemma del platter, con un chorus che ne fa brillare la genialità di scrittura. "Wheels Of The Machine" è suadente mentre "Hammer & Tongs" è semplicemente rock con la “R” maiuscola… "Roaring Waters" ha una struttura non perfettamente allineata e la rende non facile da assimilare ma è un’ombra istantanea. L’album infatti scorre leggero ed a stupire è la ricerca vocale di Justin: non più solo urla e falsetti ma molto altro, una gamma che mette in risalto la maturità tecnica del funambolico leader. "Sarah O’ Sarah" è uno splendido esempio di solare clima bucolico da picnic su un verde prato inglese. Non ci sono più solamente gli Slade, i Queen e gli AC/DC nelle coordinate di una band che pare aver trovato il suo habitat naturale e, soprattutto, personale. Un plauso al lavoro dietro le pelli della brava e bella Emily Dolan Davis che – a sorpresa – a già lasciato la band venendo sostituita da Rufus Taylor, figlio di Roger storico drummer dei Queen (la quadratura del cerchio per i Darkness che hanno sempre avuto a cuore la band di Freddie!). Justin canta nella title track:“When the arrows fall like rain We'll survive and rise again We are the last of our kind”... arrogante, come sempre, ma probabilmente sincero. I Darkness sono sopravvissuti e sono soprattutto risorti come una fenice. Lunga vita agli ultimi della loro specie!

Matteo Trevisini

SAMMY HAGAR & FRIENDS

Frontiers Records

2013

Gli americani hanno un modo di dire per definire uomini come Sammy Hagar - “Larger than life” - un personaggio fuori dal normale e che trascende il personaggio da lui stesso creato: nato povero, con un padre pugile ed alcolizzato si è fatto da solo nel vero senso della parola. Sì lo so... mi sveglio solo ora ma questo è il classico album che finisce nel mucchio, in mezzo a tanti altri e non si ha mai voglia di inserirlo sul piatto perchè c'è sempre qualcosa che attira di più, la novità oppure la band “cool” sulla bocca di tutti, mentre questi tipi di album prendono ingiustamente la polvere sugli scaffali, in disparte. Il Red Rocker ha sempre avuto il tocco di Creso in tutto quello che ha fatto… sempre! Fortuna? Trovarsi nel posto giusto al momento giusto? Intraprendenza? Può essere, ma sotto il suo sorriso a mille denti bianchissimi e ad una simpatia a dir poco contagiosa ci sta un uomo con due palle grosse e potenti tanto quanto le sue corde vocali d’acciaio. Dal nulla è diventato negli anni ’70 il cantante dei Montrose, prototipo di super gruppo di hard rock americano tutto bave alla bocca e zero fronzoli. Lasciatisi in malo modo ecco spuntare una carriera solista di successo che spara il biondo californiano nelle charts a stelle e strisce. Già qui un curriculum di tutto rispetto ma ecco che nel 1985 arriva la chiamata dei fratelli Van Halen orfani di Diamond Dave. Che fare? Rischiare un fiasco o continuare nella più edificante e remunerativa carriera solista? Sammy, da buon avventuriero, non ci pensa due volte e accetta portando ripetutamente i Van Halen (ehm… pardon!I Van Hagar) al primo posto di Billboard (cosa mai riuscita alla band in precedenza). Ma anche questo idillio si rompe e Sammy torna alla carriera solista. In parallelo pensa bene di sfondare nel mondo del business fondando un brand della ristorazione (Cabo Wabo Cantina) e vendendo milioni e milioni di bottiglie della sua personalissima Tequila (lui stesso in svariate interviste ammette, divertito, che ha guadagnato più dollari con queste due attività che come vocalist!). Evidentemente non pago, insieme ad un paio di amici come Chad Smith (Red Hot Chili Peppers), Michael Anthony (Van Halen) e Joe Satriani mette su i Chickenfoot e che succede? Anche qua due album notevoli, tours in tutto il mondo... insomma ancora un centro quasi perfetto!). Siete convinti con me che effettivamente abbia il tocco del re Creso? Tutto quello che Red Rocker tocca diventa oro fino! E che ti combina ora il nostro Sammy? Decide di mettere su un progetto che puzza, mal che vada di divertissement e ben che vada di festa tra amici, per raggranellare qualche dollaro e sentirsi ancora giovani celebrando il passato, circondato da amici famosi e (magari) annoiati. Uno va a pensar male da subito ma è qua che ci si sbaglia... e di grosso! Sammy Hagar & Friends è un gran disco. Contiene belle canzoni, sonorità che spaziano dal country all'hard rock, dal blues a ballate dal flavour caraibico e raccoglie una valanga di ospiti felici di dare una mano al vecchio amico. Il tutto è permeato da una evidente atmosfera rilassata e sincera: questo il merito di un disco che non inventa nulla ma fa venir voglia di rimetterlo su appena finisce. Covers, pezzi inediti scritti da Hagar di suo pugno o altri regalati da colleghi come la bellissima "Not Going Down", scritta da Jay Buchanan degli immensi Rival Sons. La lista di musicisti fa venire la pelle d'oca, a cominciare dalla chitarra di Taj Mahal nell'iniziale "Winding Down". Ma ci sono anche Joe Satriani e la voce roca di Kid Rock in "Knockdown Dragout", il brano più energico del lotto. Quello che lascia basiti è la cover di "Personal Jesus" dei Depeche Mode trasformata in un caldo gospel blues con tanto di cori femminili... immensa! Ma le sorprese non finiscono qui ed ecco sbucare un duetto nella dolce "All We Need Is An Island" con Nancy Wilson, storica voce delle Heart. La voce di Sammy torna a lidi a lei più consoni con il rock'n'roll vecchio stampo di Bob Seeger "Ramblin’ Gamblin’ Man" che alza la polvere del sud per tutta la durata o ancora "Bad On Fords And Chevrolets" di Ronnie Dunn. "Margaritaville" ci fa volare sulla spiaggia di Cabo Wabo al tramonto con un cocktail in una mano ed una bella bionda nell'altra ovvero la vita che il buon Sammy ormai fa da anni, mica male no? Vecchia volpe rossa! Un disco leggero ma dissetante e rinfrescante che va giù tutto d'un fiato lasciando un'euforia alcolica che ti fa da subito schiacciare “play” un'altra dannata volta! Suonala ancora Sam!


Matteo T.

Il report del concerto dei TOTO a Ljubljana, 02 Luglio 2015

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SCORPIONS – Uragano Tedesco

Martin Popoff

Tsunami Edizioni

Nella labirintica Babele dell’editoria musicale dei nostri giorni dove si trovano – tra biografie e tomi fotografici – pagine e pagine di ogni singola band che abbia calcato i palchi dalla nascita del Rock’n roll mancava proprio un libro che raccontasse le gesta della band tedesca di Klaus Meine e di Rudolf Schenker. L’avvincente storia di un manipolo di hippies adolescenti della periferia di Hannover che – colpo su colpo e passo dopo passo – ha scalato la vetta dell’olimpo del rock arrivando a quel firmamento a cui solo i miti possono ambire: un traguardo ancora più prestigioso poichè, schiacciati dall’egemonia inglese e americana, è stato raggiunto col talento e quella dose di perseveranza ed ostinazione tipicamente “tetesche”. Questa responsabilità, nonché l'indubbio fardello di essere il primo a cimentarsi nell'avventura, se l’è assunta il giornalista canadese Martin Popoff: un nome già conosciuto e stimato e con una lunga e prestigiosa carriera alle spalle. Martin ha scritto per svariate riviste Metal e Hard Rock e possiede – a sua firma – una notevole bibliografia di saggi e libri musicali in oltre quarant’anni di stimata carriera. "Uragano tedesco" è una fedele ricostruzione della storia della band dai primi anni sessanta quando in Germania Ovest nasceva una nuova generazione di giovani che voleva dimenticare l’incubo della Seconda Guerra Mondiale e chiamarsi fuori dai sensi di colpa di una nazione divisa ed ancora sotto l’ombra (e l’onta) del peso di essere il popolo che ha fatto nascere e nutrito Hitler ed il Nazionalsocialismo. I nuovi modelli e mode giovanili non faticavano ad arrivare grazie alla moltitudine di basi americane sparse nel paese e la nuova musica veniva diffusa dalle onde radio libere. I fratelli Schenker formarono un complessino per scimmiottare le facili melodie beat della British Invasion e proporle alle feste scolastiche o nei locali alla moda della città. Anni di esperienze e cambi di formazione fino all’arrivo del cantante Klaus Meine, l’anello mancante nella testa di Rudolf per spiccare il volo verso lidi hard rock. Il libro è ricco di interviste e di aneddoti soprattutto grazie alle parole di un scatenato Uli Roth. Quello che invece non va è nella stesura generale dove stralci di interviste e concetti si ripetono fastidiosamente facendo incespicare il lettore e non rendendo la lettura fluida e rilassata, facendo quasi venir voglia di saltare qualche pagina. Peccato perché di storie interessanti i nostri crucchi ne avrebbero da raccontare: dalle sparate di Herman Rarebell, orgoglioso dispensatore di raccontini hot tra droghe e groupies, alle epiche bevute dei due fratellini Schenker che hanno portato però Michael più volte a “sbarellare” completamente abbandonando – ad esempio - la band poche ore prima di un concerto a Parigi per fare un giro in moto… in Spagna! Tutti i protagonisti che sono passati nelle line-up degli Scorpioni trovano spazio per esternare il loro punto di vista e raccontare i vari periodi della band, da solida band di hard rock europeo a formidabile macchina sniffasoldi (...e anche qualcosa altro) sul suolo americano. Ogni disco viene analizzato dall’animo recensorio di Popoff che scandaglia, traccia per traccia, i capisaldi della band dal seminale Fly To The Rainbow ai top seller Blackout e Lovedrive. Uno spettacolo live che negli anni ottanta non aveva uguali e che ogni rockettaro americano che si rispetti bramava di fare proprio. C’è spazio anche al terzo cambiamento della band: da band Heavy Metal e perseguita dal PMRC ad ambasciatori della pace e della libertà tra i popoli grazie ad un altro campione d’incassi come Crazy World e l'inno Wind of Change, il cui fischiettio lo hanno sentito le orecchie di tutti, anche coloro che col rock non centrano nulla. Comunque sia, a parte qualche periodo grammaticamente discutibile ed i soliti concetti ripetuti più volte, quello che c’è da sapere c’è. Le immortali ballads? Ci sono. I riff granitici? Ci sono. Quindi, in mancanza d'altro, la biografia colma comunque un vuoto editoriale. Peccato perché, con un correttore di bozze meno disattento, il lavoro ne avrebbe giovato.

Matteo Trevisini

THE WANKERSS - BlackbornJetglow Recording

2015

Hanno fatto le cose in grande i quattro “padovani” con il nuovo Blackborn, album che li riporta sulla scena dopo un lustro. Mica poco in un mondo (quello musicale) che sembra oramai fagocitato da un vortice di novità che sempre da lì parte per sperimentare i suoi meccanismi più infernali. La musica, nel suo insieme, sembra rappresentare la forma artistica più aperta alle novità tecnologiche che affascinano sì per il potere devastante che rappresentano, ma che a loro volta finiscono per relegare il ruolo dell’artista ben oltre l’angolo. La produzione in prima persona sembra essere oramai l’unica via di scampo e l’offerta di supporti materiali “in controtendenza” una mossa che sta sortendo i primi frutti. Spotify si appropria della nostra opera? Bene noi andiamo alla ricerca del vero amatore del suono, colui che ancora oggi annusa l’inconfondibile odore del vinile, delle copertine, delle foto e possibilmente dei testi acclusi. Sì ma qualcosa sul nuovo CD dei Wankerss? Il doppio LP arricchito di bonus? La collaborazione con Kory Clarke, nata seguendolo come backing band? Mi riprometto di sentire a breve i ragazzi sulla nascita e lo sviluppo di questo lavoro, che tanto mi sa di concept. Le 12 tracce sono divise in quattro tronconi denominati ognuno con il nome di una legione romana dall’attacco (in tutti i sensi) di “And The Legion Goes..” alla fine (in tutti i sensi) di “476 AD”, anno in cui è caduto il glorioso impero romano. Le liriche sono cupe, i suoni neri come la pece. Se il precedente “Tales For…” era contaminato di Turbonegro (quelli di “Ass Cobra”) e di tanto scan rock, qui i nostri fanno un passettino oltre, verso l’oscurità. Io ci sento il (death) punk e l’inquietudine sonora dei norvegesi Silver e dei fratellini minori Molotov. Con alcuni distinguo però. Mentre i nordici ampliavano (uso il passato, visto che le sue band sono oramai defunte) un lato quasi glamourous i nostri sono più belligeranti. Il rigore dei timpani di “Blackborn”, le intricate partiture di “Feast Or Famine”, le armonie più ariose di “Soaked”. Pugni sullo stomaco mitigati da piccoli buffetti, quasi carezze, caratterizzano tutto il disco in modo uniforme e va dato della bontà di un prodotto di respiro internazionale. Non c’è tempo per dormire! Non c’è tempo per amare! Ecco i legionari del nuovo millennio!

Alessio C.

ACE FREHLEY – Senza Rimorsi, Memorie Rock’n Roll Chinaski Edizioni

Senza rimorsi? Effettivamente Paul “Ace” Frehley, classe ‘51 dal Bronx, di rimorsi non ne ha mai avuti… mai. Ha sempre vissuto con il pedale dell’acceleratore schiacciato fregandosene delle conseguenze, in puro stile rock’n roll insomma. Miracolato più e più volte ha la fortuna di essere ancora vivo e vegeto per potercelo raccontare nella sua autobiografia che esce, in Italia, per la Chinaski. Diciamocelo chiaramente… come ognuno ha il suo super eroe preferito così ognuno ha il suo Kiss preferito, fin da piccoli. Spaceman è uno dei Kiss più amati, per la sua simpatia travolgente, per la sua pigra cialtronaggine, ma soprattutto per il suo talento grezzo che negli anni ha regalato riff memorabili e dannatamente carichi di feeling lanciandolo in orbita (è proprio il caso di dirlo!) tra gli immortali della sei corde. “E’ tempo di andare e prendere un’altra bottiglia dietro l’angolo al negozio di liquori, mi accontento della roba più economica per rimettermi in piedi” sono versi di "Cold Gin", uno dei pezzi più noti scritti da Ace, pezzo che rispecchia in tutto e per tutto il suo modo d’essere. Ace racconta di aver sempre avuto bisogno, sia per vincere l’innata timidezza nel socializzare che per andare on-stage, di un "paio" di lattine di birra... quantità che col passare del tempo si è trasformata in "tante" lattine… "troppe" lattine, alle quali si aggiunta la polvere magica, capace di rendere tutti più simpatici ed interessanti, per vivere una vita da rockstar a mille senza bisogno di pit stop. Ma, come per tutti peraltro, se il conto è arrivato più tardi (di altri) è arrivato però salatissimo. Ace pare sincero nel raccontare gli anni della gavetta nei Kiss, quando erano una vera band, uno per tutti e tutti per uno alla ricerca del successo battendo ogni centimetro d’America stipati in scassatissimi furgoncini. Gli anni del successo dopo il trionfo di "Alive!", le notti passate a far bisboccia, aneddoti pepati sulle notti delle rockstars anni settanta, l’amicizia folle con un altro “maledetto” dello show business come John Belushi, le corse in auto inseguito dalla polizia (per non farsi pizzicare brillo al volante!), il rapporto contraddittorio con i compagni di band. Pur dipingendo Gene Simmons come una persona arida e avida non lo “sputtana” anzi in vari punti si scorge tutto l’affetto che prova per lui nonostante le cattiverie perpetrategli dal demone linguacciuto. Prima di leggere il libro cercatevi su YouTube la video-compilation delle risate di Ace: sì, avete capito bene, delle sue risate. Uniche e contagiose le tira sempre fuori nelle interviste, specie per addolcire gli animi professionali (e finti) di Gene e Paul e gridare al mondo: “Hey… siamo solo una fottuta band di rock’n roll”. Da segnalare il capitolo in cui racconta della intervista televisiva al programma Tomorrow di Tom Snyder della NBC dove rubò la scena facendo scoppiare i presenti in un accesso irrefrenabile di risate mentre Gene lo fulminava con occhi di ghiaccio! Indimenticabile lo scambio di battute con il presentatore che gli chiede se lui sia "veramente" un uomo spaziale dato il costume... Ace, serio, gli replica che "veramente" lui sarebbe un idraulico! Un libro che va giù tutto d’un fiato, come un buon bicchiere di whiskey, anzi no, per questa volta facciamo di gin! Vi ritroverete ubriachi di curiosità ma anche di buonumore perchè alla fine questa pazza storia, tra alti “altissimi” e abissi di perdizione, ha un finale positivo: Ace ce l'ha fatta a sopravvivere a tutti i folli giri di giostra.

Matteo T.

MARK SLAUGHTER – Reflections In The Rear View MirrorEscape Music

2015

Da quanto tempo Mark Slaughter non incideva la sua meravigliosa ugola su un qualsiasi supporto discografico? Comparsate e tributi a parte, se il mio cervello non fa cilecca, stiamo parlando dell'ultimo album ufficiale degli Slaughter stessi, ovvero quel "Back To Reality" datato anno 1999. Ovviamente le aspettative e la curiosità erano alte dopo le news dello scorso dicembre sulla pubblicazione del primo album solista. Chiariamo subito che ci si aspettava di più dal vocalist di Las Vegas: dopo il primo ascolto aleggia una sensazione dolce-amara di occasione mancata. Naturalmente non è tutto da buttare e qualche bel pezzo c'è anche se l'originalità latita e soprattutto gli arrangiamenti dei pezzi sono obsoleti e, specie nelle ballads, alquanto stucchevoli. Nemmeno l'aver affidato al guru Michael Wagener la produzione ha giovato alla qualità. Si parte comunque bene con "Away to go", degno inizio con coretto malandrino che rimanda a certo hard rock schietto anni settanta. "Never givin'up" è un torrenziale standard di tutti i clichè anni ottanta ma il coro killer sembra un outtake dei Vinnie Vincent Invasion... promosso! La qualità è discreta ma frulla nel cervello un senso di incompletezza che rovina un voto finale che poteva (…e doveva) essere più alto. Si può sorridere in "Carry me back home", dal retrogusto country, oppure in "Velcro Jesus" dove Mark ruggisce come non mai ma in mezzo ecco il duetto di "Don’t turn away" che sembra uscita dal repertorio di Celine Dion! E’ evidente che Mark ha fatto da padre e padrone a tutta la lavorazione dell' album (suonandoci perfino tutti gli strumenti, batteria a parte) e probabilmente anche lo stesso Wagener non ha avuto diritto decisionale all’interno del progetto: pesa soprattutto la mancanza dell’occhio di lince di Dana Strum e di tutta la sua esperienza nel costruire le giuste geometrie. Pur dopo sedici anni di attesa quest’album è già destinato al dimenticatoio. Peccato perché una maggior cura avrebbe giovato al complesso donandogli freschezza e – alla fine dei conti – vita più duratura.

M. Trevisini

NELSON – Peace Out

Frontiers

2015

Esce il secondo capitolo della reunion dei gemelli Matthew e Gunnar Nelson dopo il buon “Lightning Strikes Twice” del 2010 che ci aveva fatto ritrovare i figli di Ricky Nelson in piena forma. Un album che, tuttavia, non raggiungeva i picchi dell’inarrivabile "After the rain", l’album d’esordio che nel 1990 li aveva catapultati in vetta alle charts USA in brevissimo tempo grazie al singolo “(I Can't Live Without Your) Love and Affection”. Ma veniamo al nuovo "Peace Out": la pochezza della traccia di apertura “Hello Everybody” è quasi imbarazzante. Non un buon biglietto da visita ma se si è speranzosi si può pensare: "sì, dai, è stata solamente una partenza ad handicap, si rifaranno presto!”. La calibratura del mirino viene aggiustata un pò in “Back in The Day”: niente per cui strapparsi i capelli ma la song è discreta e con almeno i cori in tipico stile Nelson. Il disco migliora con “Invincible” dove finalmente il ritornello si apre arioso accompagnato da una bella chitarra che lo arricchisce ancor più... siamo quindi a cavallo? Avevamo preso un abbaglio? Quando inizia “Let It Ride” la noia torna a distrarci dopo nemmeno un minuto... ahi ahi! La produzione non aiuta: suoni piatti e plasticosi con gli strumenti che si perdono uno sull'altro. Melodie trite e ritrite, testi semplici e ripetitivi, come nel midtempo “Rockstar” o nella seguente “Autograph”, deludono ancor più pensando al capitolo precedente. Si salvano la buona ballad “On the bright side”, uno degli highlights del disco, e “You and me” dai ritmi acidi e funkeggianti. Troppo poco per poter competere con il passato anche recente. L'arroganza viziosa della copertina non viene replicata nei solchi dell'album contenuti in essa. La cow-girl protagonista fa bene a voltare i tacchi e andare per la sua strada in cerca di un album più intrigante di “Peace out” (...e già in questo 2015 ce ne sono).

Matteo Trevisini

VEGA - What The Hell

Frontiers (ristampa + bonus)

2014

Ascoltai il cd dei Vega appena uscito. Mi piacque subito tuttavia lo lasciai lì, in disparte, in un angolo della memoria prossimo al dimenticatoio. La copertina, in aggiunta, non era (è) di certo una di quelle che poteva (può) attirare l'attenzione, la mia almeno. Negli anni ho pure scordato che il cantante fosse quel Nick Workman che tanto avevo apprezzato ai tempi del primo cd dei Kick ("Consider This"... quanti anni sono passati?). E' stato il Frontiers Rock Festival 2 a risvegliare in un colpo tutto quello che di buono riuscirò qui a scrivere: escludendo i big i Vega sono stati la band che maggiormente ho apprezzato al punto da recuperarne di getto la discografia a fine set. Il penultimo "What The Hell" (originariamente edito nel 2012, ma ristampato da Frontiers nel 2014) è un disco bellissimo, figlio del rock inglese dei Gun, dei Muse, di Billy Idol, dei primi U2 e naturalmente dei Kick, accompagnato da quella vena tastieristica che chi ama il rock inglese non farà fatica a riconoscere dopo poche battute. Le canzoni sono quindici... tante, tantissime eppure funzionano e nell'insieme direi che nessuna è fuori posto. Nick Workman è letteralmente formidabile in pezzi come "Cry", " You Can't Run"... tuttavia è la ricerca del riff, pur in tempi di sonorità modern, il valore ancor più aggiunto di un disco che già di suo cresce nel suo svolgersi. E' così che nel finale spunta quella "Hands In The Air" di cui ho un ricordo nitido e solare al FRF2: una canzone di genere fantastica nella sua semplicità, una canzone che, a dirla tutta, su cd perde anche molta della spinta anthemica che trasudava live.

Il disco si chiude con la bonus "Skin Deep" e la riflessione nasce spontanea: per quante bands americane possa ascoltare finisce sempre che ne basta una inglese a ricordarmi che il rock, quello buono (e con tutti i limiti che la stagione vive), era ed è ancora saldamente britannico.

Walter B.

LITFIBA - Trilogia 1983-1989 / Live 2013

Sony Music

2013

Per molti dai 35 anni in su i Litfiba hanno rappresentato più della rock band per eccellenza in Italia: prima del boom erano una setta da adorare poi un simbolo, una fede, una religione da amare e glorificare contro tutte quelle persone per cui la vera musica rock era solo quella di Vasco Rossi o di Gianna Nannini. I Litfiba sono sempre stati diversi, unici perchè nati dal tumultuoso underground bastardo italiano, fatto di New Wave inglese contrabbandata da pochi temerari a suon di dischi direttamente da Londra, sale prove che puzzavano di muffa e piscio, attenzione al sociale: tutto costruito con il vagare come zingari lungo le strade ed autostrade italiane per suonare davanti a pochi fanatici "talebani", magari per poche lire, alle sagre di paese e alle feste dell'Unità tra un comizio e l'altro. Questo humus unico creò decine di bands diversissime che hanno però reso la musica italiana meno ancorata alla canzonetta da Festivalbar e Festival di Sanremo. Grazie a poche riviste e qualche radio “barricadera” i ragazzi più curiosi venivano a scoprire questi suoni e testi, unici (ancora una volta) proprio perchè nati su una colonna vertebrale anglosassone ma fioriti col talento tutto italiano per la melodia. Dalla Trilogia del Potere degli anni '80 (i primi tre album "Desaparecido", "17 Re" e "Litfiba 3") al successo clamoroso degli anni Novanta è sempre stato un crescendo – se non artistico - di vendite e di fans fino a quando, nel 1999, Piero Pelù ha deciso di togliere la spina al più bel giocattolo del Rock Italiano dividendosi dal suo “pard” storico Ghigo Renzulli. Anni di attriti, avvocati e comparsate Tv, album solisti e album a nome Litfiba che dei Litfiba – quelli veri – avevano, appunto, solo il nome in copertina. Il tempo però lenisce anche la più dolorosa delle ferite. E non c'è bomba boomeranga, non c'è electromacumba, dai maremma buhaiola un fate i grulli! Dai Piero, fai la pace con Renzulli, dai Ghigo fai la pace con Pelù! E pace – alla fine – fu!!! Il miracolo caldamente richiesto dagli Elii in tempi non sospetti alla fine si è avverato. L'11 dicembre 2009 viene ufficializzata la riunione tra Ghigo e Piero nei Litfiba, con il ritorno, dopo 10 anni, di Pelù alla voce. Dopo il successo di pubblico della reunion più desiderata, nel 2013 la band intraprende un nuovo tour, denominato "Trilogia 1983-1989", in cui vengono eseguiti brani contenuti nella Trilogia Del Potere ed altre canzoni di quel periodo. Solo per questa occasione la band si è riunita con i membri storici Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi (basso e tastiere). "Trilogia 1983-1989 live 2013" è il grande ritorno dei Litfiba ed il più bel regalo che i fans storici potessero desiderare, racchiude in due dischi il “clou” di due concerti tenutisi all'Alcatraz di Milano. Autocelebrazione??? Sì, assolutamente, ma che goduria infinita! La scaletta, tra "Eroi nel vento", "La preda", "Istanbul", "Guerra", "Versante est", "Apapaia", "Pierrot e la Luna", "Louisiana" e "Resta" è un orgasmo senza fine con un Piero Pelù scatenato che offre una prestazione perfetta ed una carica di rara intensità (un performer di questo spessore l'Italia, è bene ricordarlo, non lo ha mai avuto e mai più lo avrà!). Intensità e potenza grazie ad una sezione ritmica dove Maroccolo fa pulsare il suo basso sulle ritmiche dinamiche di Luca Martelli alla batteria, giovane tra i “vecchi”, che regala il giusto ardore e la necessaria urgenza a pezzi storici, alcuni dei quali non venivano suonati in sede live da trent'anni. La bravura di questi Litfiba è proprio di aver saputo attualizzare i brani con arrangiamenti d'impatto, pur senza snaturarne le radici. E ancora "Re Del Silenzio", "Ci Sei Solo Tu" e la cattiveria alcolica di "Gira Nel Mio Cerchio" con Piero rinato sciamano che ondeggia come un derviscio e ipnotizza un pubblico adorante! Ghigo non è mai stato un “mostro” ma è un musicista che quello che fa lo fa dannatamente bene. Questo doppio live è il miglior biglietto da visita che la band fiorentina potesse offrire ai fans, vecchi e nuovi: un regalo per quelli vecchi che avranno di che godere rimembrando i tempi che furono mentre quelli che erano troppo giovani all'epoca potranno rendersi conto di che razza di band fossero i grandi, mitici Litfiba. Quelli direttamente da Via de' Bardi, Firenze, alla storia della musica italiana. Amen!

Matteo Trevisini

WHITESNAKE – The Purple Album

Frontiers

2015

Forse lo stesso Serafino Perugino, "patron" di Frontiers Records, ci sarà rimasto un pò male quanto David Coverdale lo ha chiamato al telefono per svelargli che il nuovo imminente lavoro del "serpente bianco" sarebbe stato un album di tributo ai Deep Purple, la band che fece diventare una rockstar leggendaria un brufoloso commesso ventitreenne di Saltburn By The Sea, scaraventandolo dalla provincia inglese dietro l'asta del microfono di una delle band rock più famose ed influenti degli anni settanta. Era il lontano 1973 e pochi mesi dopo uscì l'immortale Burn che diede propulsione alla neonata "Mark III"....tempi eroici e purtroppo andati. Nell'anno di grazia 2015 i Whitesnake erano attesi, dopo quattro anni di silenzio, con il successore di "Forevermore" del 2011, uno dei più ispirati e riusciti della loro intera discografia. Esce quindi, quasi a sorpresa, questo "The Purple Album”, vero e proprio tributo al "Profondo Porpora" e debutto alla sei corde di Joel Hoekstra. Il nuovo arrivato occupa da subito in modo ottimale il ruolo, coadiuvato da un Reb Beach finalmente in primo piano e non oscurato dal talento dell'ex di turno Doug Aldrich. Che dire? Bisogna prenderlo per quello che è e goderselo senza fare troppi paragoni emotivi. David ha perso la voce da parecchi anni ormai e tentare di eguagliare album epocali come "Stormbringer", "Burn" o "Come Taste The Band" a distanza di quarant'anni sarebbe come tentare a sessant'anni di avere le stesse prestazioni sessuali di gioventù senza aiutini "farmaceutici": in questo caso il Viagra sono i miracoli della tecnologia in studio. Mettendo da parte i dubbi che sollevano operazioni di questo tipo tutto è stato fatto secondo i crismi: ottima la scelta dei brani come ottimi gli arrangiamenti. I musicisti sono stati scaltri e rispettosi e non sono andati a scalfire canzoni dai più ritenute immortali bensì le hanno solamente pompate ed americanizzate come il buon Dave aveva fatto con i suoi stessi Whitesnake a metà degli anni ottanta. Si comincia con il botto...zak! ed è subito "Burn" a suonare la carica alla cavalleria: potenza, dinamismo, suoni moderni e cromati, inutile ogni commento ad una canzone che tirerebbe giù in muri anche coverizzata da Albano e Romina!!! Il disco scorre bene, senza cadute. In primo piano una "Lady Double Dealer" incendiaria con la band sugli scudi ad evidenziare magnificenza tecnica e dinamismo mostruosi: la sezione ritmica, composta da Michael Devin e Tommy Aldridge, fornisce una prestazione tellurica! Naturalmente l'assenza di Glen Hughes da una parte e il (pluridecennale?) deficit vocale di Coverdale dall'altra inducono ad apprezzare maggiormente il lato quieto e blues. "Mistreated" e "Soldier Of Fortune" la fanno così da padrone regalando brividi che solo la calda voce di David riesce ancora a regalare. Ascolteremo ancora "The Purple Album" tra dieci anni o preferiremo metter su “gli originali” arricchiti dei suoni analogici dell'Hammond di Lord e della Stratocaster di Blackmore? La maggior parte dei fans opterà probabilmente per la seconda ipotesi ma – credendo nell'onestà di una operazione tanto decantata da Mr. Coverdale come sincero tributo a John Lord ed ai suoi stessi anni di gioventù - è un disco che si lascia ascoltare e fa divertire emozionando pur essendo comunque inutile.

Matteo Trevisini

THE CADILLAC THREE – Tennessee Mojo

Universal

2014

Uno sguardo alla copertina, un punto di domanda sopra la testa ma dopo aver inserito il cd tutto diventa chiaro, da subito. La testa parte in movimento sussultorio accompagnata dal piede fin dalle prime note di "I’m Southern…" Sembrano i Pride & Glory di Zakk Wylde che jammano in un palude della Louisiana insieme ai White Stripes di Jack White… pacca, arroganza e tamarraggine sudata al punto giusto! Curriculum particolare questi The Cadillac Three: da Nashville già nel 2006 erano in rampa di lancio per sfondare con il nome di American Bang, con contratto major via Warner ed un album di debutto prodotto da Bob Rock, licenziati immediatamente, niente bang quindi ma piuttosto flop! Nome nuovo ed ambizioni ancora maggiori, in pochi anni questo trio delle meraviglie formato da Jaren Johnston (lead vocals e chitarra), Kelby Ray (basso, Dobro e voce) e Neil Mason (batteria e voce) abbandona il miraggio major, meglio la concretezza di un contratto con l’etichetta indipendente Spinefarm che li ha coccolati e fatti crescere sotto il sole del Sud lasciandoli pubblicare un disco onesto, sporco e senza peli sulla lingua. Southern rock mescolato a tanto country, blues e rumorosità hard rock anni settanta: niente di nuovo se non che questi tre contadinotti con cappellino lercio e stivali sberciati hanno trovato il mix giusto e dei “refrain” che ti s’incollano al tessuto cerebrale all’istante. Una produzione scarna ma d’impatto evidenzia sia la memorabilità di “anthem” come "Get Your Buzz on" o la malata title track sia le ballate sognanti come "White Lightning". Togliamoci il cappello (di paglia) e facciamo l’inchino ad una band che si può permettere di concludere un disco con un manifesto programmatico come "The South": è proprio in questo inno alla gioia e all’orgoglio sudista che stanno tutta la filosofia ed ironia del terzetto. “I'm a southern man. Where the beer seems colder and the women seem hotter, where the world don't seem so damn modern… Oh this is where I was born and this is where I'll die” direi che più chiaro di così! Cercate del tempo per ”It's all about the south”, stappatelo questo bel cd, vi farà passare la sete nelle lunghe e calde giornate estive a venire.

M. Trevisini

RONNIE JAMES DIO - This is your life

Rhino

2014

Oh mio Dio! Sono già passati cinque anni dalla morte di Ronald James Padavona, il piccolo italoamericano noto a tutti con il nome di Ronnie James Dio: era il 16 maggio del 2010 quando si spense uno dei più iconici cantanti della scena hard rock mondiale. E' stata una breve malattia a privarci di una voce unica, nonchè di una personalità ed umanità riconosciute in tutto il “metal circus”. Per ricordare doverosamente questa data fate vostro e godetevi "Ronnie James Dio - This Is Your Life", il tribute album organizzato dalla moglie e pubblicato dalla Rhino. Alla vigilia della pubblicazione di tali opere, si sa, vengono sempre "strani" pensieri sul voler monetizzare la tragedia della morte di qualche personaggio famoso, ma non questa volta. Ci sono due indizi che mettono il cuore in pace, che l'operazione sia “pulita” e senza secondi fini: punto primo l'operazione è diretta dalla stessa Wendy Dio, moglie e manager di Ronnie (sicuro che sia una nota rassicurante questa? Ehehe, ndW); punto secondo il pedigree dei personaggi presenti non lascia ombre di dubbio. A far piacere è proprio la lista di partecipanti, tanto eterogenea quanto di alto profilo: un disco dove gli arrangiamenti delle bands storiche donano parte del proprio dna alla musica di Dio pur senza stravolgerne l'essenza. A partire dagli Anthrax, scelti come band d'apertura: in “Neon Knights” emerge l'energia della band newyorkese con un Joey Belladonna in stato di grazia ed in grado di arricchire una canzona già unica. Jack Black ed i suoi Tenacious D arricchiscono “The Last in Line”, pur rimanendo nei confini del pezzo, presentando arrangiamenti inusuali. Highlights del disco sono le immense prove dei giovani Halestorm guidati dalla voce della sexy Lzzy Hale che mettono a ferro e fuoco “Straight through the heart” mentre i Motorhead con l'aggiunta di Biff Bifford dei Saxon affondano i colpi con “Starstruck”...semplicemente fantastica! E vogliamo parlare di “The temple of the king” interpretata dagli Scorpions che diventa una loro ballad in tutto e per tutto? Nessuno fallisce il colpo, da Doro a Glenn Hughes, anzi pare che proprio tutti s'impegnino ad offrire il massimo in omaggio ad un artista che aveva evidentemente moltissimi fans proprio tra i suoi colleghi! Unico intoppo il gruppo metalcore americano dei Killswitch Engage che letteralmente deturpa Holy Diver” infarcendola di growls fuori luogo. Un fallimento. Per fortuna interviene Rob Halford a spazzare via questo obbrobrio con una “Man on the silver mountain” da applausi. Spettacolare il “Ronnie Rising Medley” dei Metallica che preparano un mix spaziale e speziato di pezzi come “Tarot woman” o “Kill the king”... geniale! Il tributo si conclude con la voce stessa di Ronnie che intona la title track dell'intero progetto, “This is your life”, una ballad sentita e dolce a sfumare che fa venir voglia di ripremere play all'istante. Il re è morto! Lunga vita al re!

Matteo Trevisini

AND YOU WILL KNOW US BY THE TRAIL OF DEAD - IXSuperball Music

2014

Ci sono due band, simili nella genesi e nel “modo” di proporsi seppur non vicinissime nello stile musicale, che mi hanno affascinato fin dagli esordi. Una sono i The Soundtrack Of Our Lives svedesi di Goteborg, gli altri sono appunto i Trail Of Dead, texani di Austin che tra mille vicissitudini arrivano al loro nono album. Un traguardo non indifferente ai giorni nostri. Bellissimo, come sempre, l’artwork che ci accompagna nell’ascolto di questi nuovi undici brani. Alternative rock va bene come definizione? Direi di no. Perché dentro un tale calderone quello che può mischiarsi è senza limiti. Io ho sempre adorato il loro modo di “fare rock”, lontano dalle luci della ribalta, ma con pezzi divinamente musicali. Prendete il loro primo singolo (???) estratto e messo su YouTube “The Ghost Within”, lineare melodia su un tappeto di due note al pianoforte. Accostatelo ora ai sette minuti e rotti di “Lost In The Grand Scheme” e avrete una (non)idea di quello che sono ora i Trail Of Dead. Se vi piacciono li amerete alla follia e ci leggerete dentro di tutto (dai Beatles ai Pink Floyd, dai Jane’s Addiction agli Ours, …). Se non vi entusiasmano? Amen. Il mondo in fondo è bello perché vario. Vario come il modo di interpretare la musica dei quattro americani.

Alessio C.

SICK BOY REVUE – Sick Tales Autoproduzione2015

I Sick Boys Revue nascono alla fine del 2007 da un’idea del Commisserio, un punk amante dei Social Distortion e del loro leader Mike Ness, che decide di provare a formare una band tributo ai suoi beniamini. Per un po’ sono una vera tribute band fino a quando si insinua in loro l’urgenza di scrivere anche pezzi originali. Registrano il primo EP nell’aprile del 2012 e si trasformano ben presto in band vera e propria, proponendo uno stile che sta a metà tra il punk e il rock ‘n’ roll, con richiami al country ma anche al rockabilly. Quest’anno, finalmente, pubblicano il loro primo full lenght dal titolo "Sick Tales", mescolando ancor di più le carte in tavola. In questo divertente mix non troverete sicuramente originalità ma qualità tanta… loro si divertono e, di riflesso, fanno divertire pure noi. Punk americano quindi, ma c’è anche il rock'n'roll bastardo delle New York Dolls fino a quello beone dei Dogs D’Amour. Le coordinate sono chiare: it’s only rock’n roll, but i like it! ed avendo le capacità di trovare i refrain vincenti (come nel caso dei Sick Boy Revue) è e sempre sarà divertente. Bravi!

Matteo T.

RICH ROBINSON - Woodstock Sessions Vol. 3

Circle Sounds2015

Conclamata la fine dei Black Crowes, per motivi di soldi sembra (fortuna che se li dividevano solo i due fratelli), Rich ha deciso di “partire” e dare libero sfogo al suo talento. Dopo l’esauriente “The Ceaseless Sight” il nostro dà alle stampe questo live in studio, registrato in un paio di serate lo scorso maggio a Woodstock N.Y. negli Applehead Studios. Un paio di cover, l’acidissima “Laila II” (Agitation Free) e la classicissima “Oh! Sweet Nuthin’” (Velvet Underground), già rivista in chiave corvacci neri, aggiunte al suo repertorio di blues rock acustico ma non solo. Sentire “I Have A Feeling” e “Bye Bye Baby” in versioni extra lusso per chi apprezza questo tipo di approccio sonoro non è niente male. Accompagnato da un goccio di rum Caroni, giusto un goccio visto quello che costa, è ancora migliore. Perché questa musica va ascoltata così, senza pensare al domani che tanto arriverà comunque! Alla Vostra!

Alessio C.

SCOTT WEILAND AND THE WILDABOUTS - Blaster

Softdrive Records 2015

Sono stati anni difficili per Scott Weiland. Dipendenze e capricci gli hanno inimicato la maggior parte di amici e colleghi che lavoravano al suo fianco proprio per l'impossibilità di poter avere qualche feedback positivo da lui. Troppo provocatore e scostante professionalmente quanto inaffidabile di carattere. Cacciato in malo modo dai fratelli De Leo dopo la reunion della sua band, gli Stone Temple Pilots, il gruppo che l'ha fatto diventare una star a metà dei novanta, perchè ormai stanchi di dover gestire una mina vagante e licenziato successivamente anche dai Velvet Revolver per accumulo di denunce, capricci e atteggiamenti da rockstar arrogante... il problema principale è che Scott è un tossico marcio, cosa che però non ha quasi mai intaccato il suo talento nello scrivere canzoni e testi sempre sopra le righe, originali e diversi. La strada migliore quindi era scegliere di gettarsi a capofitto nella carriera solista dove sia lui e solamente lui a decidere ma soprattutto sia solo lui il responsabile delle sue marachelle. "Blaster" è un disco dove il cantante originario di Santa Cruz tira fuori tutte le sue innate capacità pubblicando un album tosto di chiaro stampo rock tra ossessioni seventies e sonorità nineties (il "mood" è quello degli ultimi lavori con gli STP). David Bowie è chiaramente il suo nume tutelare e viene fuori abbondante in queste canzoni che profumano di umanità e sincerità. La voce è pura e risplende di pathos e genuina decadenza. Classico esempio è "Modzilla", il brano d'apertura, che regala suoni acidi e dannatamente rock'n roll come piace a noi. Altri highlights sono la nostalgica "Hotel Rio" dove il nostro canta nel chorus “Do you believe this is our life? Feels like we finally found a mission and we still feel the same desire”… Scott te lo auguro proprio! La strada iniziata con questi The Wildabouts è quella giusta. Si passa da canzoni scorbutiche e polverose con voci filtrate (White Lightning) a ballate dal sapore agrodolce (Circles), per finire con piccoli inni di glam inglese anni ’70 come “Beach Pop" o, chicca verso la fine, una spinosa cover di "20th Century Boy" (scelta banale ma non inutile). L’album non è immediato, entra piano piano, poco alla volta, come se la serratura fosse incrostata dalla ruggine del male di vivere ma quando la chiave apre la porta verrete catturati da Scott “la peste” e le sue strane storie. Gradito comeback di un artista non particolarmente portato alla simpatia, ma per fortuna noi siamo qua per questo o no? Per idolatrare sporchi rocker rovinati fino al midollo, mica per collezionare santini di Padre Pio! Il ritorno di Scott non finirà sicuramente nella “hot list” di fine anno ma vi farà passare piacevolmente un po’ di tempo, statene certi!

Matteo Trevisini

HARDCORE SUPERSTAR - HCSS

Gain2015

Ci siamo. Puntuale come un orologio svizzero arriva il decimo disco (se contiamo l’introvabile It’s Only Rock’n’Roll del 1998) del combo svedese. Che lo si voglia o meno la band di Jocke Berg è da oltre 15 anni il punto di riferimento e allo stesso tempo la punta di diamante del movimento di revival sleaze glam rock nord europeo. Nessuno come loro (neanche i Backyard Babies a dirla tutta) ha mantenuto nel tempo uno standard compositivo così alto, costruendosi una base di fan invidiabile al suono di live sempre all’altezza. Ho ancora davanti agli occhi uno Jocke stremato dopo un concerto tiratissimo (Padova, C.S. Pedro 24/11/2001) farsi spazio tra il pubblico per andare al tavolo del merchandise per fare autografi. Esemplare! Si è tanto discusso di questo nuovo album. Un ritorno alle origini. Dopo la svolta stilistica targata “Hardcore Superstar” del 2005 i nostri buttano alle spalle quel metallo pesante invischiato al rock sporco e divenuto un vero marchio di fabbrica e tornano “Someone Special”. Ma è davvero così? In parte sì. Joe Barresi ha giocato un ruolo decisivo in sede di missaggio dando una patina old fashioned alle partiture e levigando la chitarra di Vic Zino.“Don’t Mean Shit”, primo singolo estratto potrebbe in effetti essere una riesumazione del materiale composto ai tempi di "Bad Sneaker And A Pina Colada". E sulla stessa falsariga possiamo porre la successiva “Party ‘Till I’m Gone”. Non piace, lo dico subito, il tono dismesso di canzoni come “The Cemetary” e “Off With Their Heads” mentre la ballatona “Fly” si dipana su quasi otto lunghissimi minuti, esagerata! Tutto ti aspetti dagli HCSS tranne che si mettano a fare il verso ai Jane’s Addiction d’annata ma questo accade con “Ocean”, e da seguace quasi spirituale di Perry Farrell quasi me ne compiaccio. Però, non so quanto la cosa possa essere apprezzata. Le successive quattro tracce non risollevano, ahimè, un album che era partito a tutta con le prime song ma che si è perso per strada. Non mi sento di bocciarlo in toto e mi riprometto di ascoltare le canzoni che meno mi hanno convinto, tipo “Glue”, per rileggerle sotto una luce diversa. Ma non fidatevi di chi dice che questo è un disco da avere a tutti i costi.

Alessio C.

VAN HALEN - Tokio Dome Live In Concert

Warner Bros

2015

Al secondo numero 43, quando parte la grattugia ritmica della "5150" di Eddie su "Unchained", un brivido di piacere parte dall'ipotalamo fino alla punta dei piedi... c'è poco da fare, erano troppi anni che i fans attendevano un live con la formazione originale: come hanno sempre sentenziato gli ultras più radicali, i soli e unici Van Halen mai esistiti. Tralasciando le beghe e disquisizioni storico filosofiche tra chi sia stato meglio di chi o di che cosa, dal punto di vista prettamente qualitativo il primo live della band del 1992, il poderoso "Right Here Right Now", era di un'altra galassia ma parliamo dei Van Hagar e quella era veramente un'altra band: una splendida band ma se l'impianto sonoro era simile le canzoni erano di un’altra pasta. I veri ed unici Van Halen sono stati quelli con Mr. Diamond Dave dietro il microfono nell'era aurea durata fino all'anno di grazia 1984. L'unica domanda sensata da porsi è quindi perchè non sia mai stato pubblicato un live della golden era? Domanda che non avrà mai risposta e quindi eccoci a discernere di un doppio registrato durante l'ultimo tour giapponese della band dei fratelli Van Halen al mitico Tokio Dome, la fantascientifica struttura coperta capace di 55.000 giapponesi urlanti. Che dire... è una goduria cosi, dall'inizio alla fine, figuriamoci se la voce di Dave fosse stata quella di trent'anni fa! Lui ci mette tutta l'esperienza e la gigioneria ma è palese che faccia tanta fatica sin dall'inizio arrivando quasi a parlare invece di cantare e sentirlo perfino fuori tonalità stringe il cuore. Diamond Dave è sempre stato un cabarettista, ci mette del suo ma nè l'esperienza nè Bob Clearmountain in cabina di regia possono far niente per nascondere le carenze nelle parti vocali dell'ex biondo frontman (ex biondo o ex frontman???). I problemi -ripeto- si risolvono qui visto che il resto è praticamente perfetto cosi, errori inclusi. Questo live è speciale proprio perchè è imperfetto e toglie loro quella patina artefatta che rischiava di snaturare il concetto stesso di "live". L'altro amletico dubbio era di sentire come sarebbero ucite le hits senza il supporto ai cori di Michael Anthony: pur essendo uno di quelli che è rimasto scandalizzato nel sapere della sua estromissione devo dire che non se ne sente per nulla la mancanza. Wolfgang sarà anche un raccomandato figlio di papà sovrappeso ma funziona alla grande: tecnicamente è un mostro (il galattico dna non si discute!) ma dimostra anche personalità e sa farsi valere pure al microfono. "Chaaange, nothin' stays the sameee Unchaineeed...yeeeah ya hit the ground runnin'!!!" e ci si scopre subito inebetiti a fare air guitar sul divano. Dalla prima canzone in poi è un turbinio senza cali di tensione e... di orgasmi! Una set list stellare che non lascia un secondo di respiro regalando brividi per un'ora e mezza da "Running With The Devil" a "Somebody Get Me A Doctor", da "Dance The Night Away" a " Mean Street" e ci sono perfino delle chicche come "Oh, Pretty Woman" o "Ice Cream Man": non ce n'è per nessuno e nessuno ne uscirà vivo! Due gli estratti dall'ultimo discusso "A Different Kind Of Truth": il singolo "Tattoo" e "Chinatown". E cosa dire invece di Alex e di Eddie? Gli anni non sembrano passati e la produzione asciutta fa risaltare ancor più capacità tecniche e genialità negli arrangiamenti dei due “olandesi volanti”.

Per i fans è un doppio da avere: consci che anche gli dei invecchiano ma quando lo si fa con classe e si hanno cotante gemme nel proprio scrigno è pur sempre un bell' invecchiare! Se invece avete la puzza sotto il naso e proprio non ce la fate, beh... andatevi a riascoltare i migliori bootleg d'epoca e pace all’anima vostra.

Matteo Trevisini

NOTTURNO AMERICANO (di Emidio Clementi)

Santeria

2015

Il racconto in prima persona della rincorsa al sogno americano. E' da anni che Emidio Clementi fa conoscere al (suo) pubblico, quello dei Massimo Volume, il nome di Emanuel Carnevali, ma qui, in Notturno Americano, indossa direttamente la pelle del poeta fiorentino morto a Bologna e si appropria del suo sentire ultimo. Tra le parole scorrono i pensieri, l’amarezza, la desolazione fino alla disperazione, le speranze, le ricerche, le visioni di un uomo alla impossibile e disperata ricerca di sé. La base che accompagna la recitazione (Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi, tra gli altri) è minimale, neo-folk si potrebbe azzardare, apocalittica prima di tutto, narrante essa stessa. Le parole di Carnevali acquistano la valenza di una lama che incide sempre più profonda una carne già sanguinolenta: è una discesa nell’abisso da ascoltare trattenendo il fiato, in un crescendo di tensione che solo pochi racconti mi hanno saputo trasmettere (pur nelle mie limitate e comunque mirate letture, beninteso). Il (gran) finale in cui Clementi descrive l’apparizione (l'ultima?) di "Carnevali a Milwakee", il ludibrio dei conviviali, la desolazione, le pause (oh sì… le pause, queste sconosciute al sistema americano) fino all’atto finale (che non posso svelare), un’apoteosi a rovescio, la sconfitta del sistema, la vittoria (perché ai miei occhi tale rimane) dell’emigrante italiano, l’amara commedia dell’essere. Un applauso all'arte, il mio almeno, che consegna a chi vorrà avvicinarsene la vita di Emanuel Carnevali nel reading di Emidio Clementi. Uno che, lo scrivo in calce anche se andrebbe scritto in testa, pubblica un disco sulle cui copertine non compare il proprio nome. Se non è Bellezza anche questa...

Walter B.

UOCHI TOKI - Il Limite Valicabile

La Tempesta

2015

1 STELLINA SU 5_Incomprensibili, stressanti, irritanti, arroganti, presuntuosi e pretestuosi. 22 pezzi, tutti lunghissimi. Nel diciassettesimo pezzo ad un certo punto suona una campana a morto. Sì, sono ancora vivo dopo questo ascolto, me lo merito un premio o no? Gli Uochi Toki hanno rotto il cazzo. 2 STELLINE SU 5_Coraggiosi, intraprendenti,animati da puro amore per la sfida nella vita e nella musica, ma anche contorti, irruenti, scollegati, impopolari per scelta e per un certo snobbismo e disprezzo verso tutto e tutti. Bene la scelta e la presenza di nuove leve come ospiti, ma alla fine rovina tutto l'ego strabordante di Napo. Dopo lo split su Saturno e pianeti vari con i Nadja e dopo questo primo doppio in carriera è ora che tornino coi piedi a terra, sul pianeta Terra. 3 STELLINE SU 5_Ogni volta sembra che Napo e Rico abbiano detto e dato tutto, eppure la volta successiva si superano sempre. I loro titoli spesso sono fuorvianti e se "Idioti" era un disco intelligentissimo, questo "Limite valicabile" in realtà è una matassa di fili verbali e musicali impossibili da sistemare, una vera e propria muraglia cinese alla facilità di comprensione e di empatia col pubblico. "Tutto quello che diciamo o che facciamo e' già stato detto o fatto, quindi siamo degli stronzi!": da questa frase di Napo nel lontanissimo "Vocapatch" ad oggi non c'è nient'altro che si possa ricordare a memoria di una canzone loro. Migliorati nella gestione di pieni e di vuoti tra parlato e musica, ma c'è ancora tanto da fare. Quello che fa Rico lo facevano tanti tanti anni fa Yasunao Tone, gente della Tigerbeat6 di Kid 606, i Pansonic del quadruplo "Kesto"... 4 STELLINE SU 5_Se avete un soldo da spendere per un loro lavoro e la scelta è fra tutto l'archivio dei Laze Biose compreso "Scusate, secondo voi il dentifricio costituisce ancora uno status symbol?" (momento top: "la tipa m'ha mollato/che male sono stato" cantato da Rico) e questo nuovo doppio album, non esitate ad andare sugli esordi preistorici. Poi mettetevi comodi sul divano, ascoltate due tre volte, possibilmente a tranci di quattro-cinque pezzi, questi 22 nuovi brani e cercate in casa un martello per rompere il salvadanaio. Ottima scelta degli ospiti, ci sono le basi per nuovi scambi e lavori artistici. Nessuno in Italia fa quello che fanno gli Uochi Toki... e non si fermeranno mai. 5 STELLINE SU 5_Disco incredibile, immaginifico, visionario, portatore di un linguaggio nuovo e di suoni e geometrie mai viste prima nel rap italiano. Verrà studiato per decenni nelle scuole di musica ma non solo. 22 pezzi sono tanti eppure ognuno di essi ha ragione di esistere nel disco e in generale nella scena contemporanea della musica italiana. Disco che toglie tante energie psichiche all'ascoltatore ma pure un album che da tanto. Tra i dischi del 2015 in maniera assoluta. Per il futuro del rap e dell'elettronica questa è la strada da seguire e la presenza di numerose nuove leve del genere (che però non riescono a stare dietro al ritmo ed al livello di Napo per tutta la durata dei rispettivi pezzi) è un gradevolissimo segnale. Ora non resta che lavorare sulla nuova elettronica modulare e sull'elaborazione della voce alla Florian Hecker in "Articulao" e in "Chimerization".

6 STELLINE SU 5_a € 25 al mese per 24 mesi via Paypal.

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Diego Favrin

I report (perche sono due) della due giorni del FRONTIERS ROCK FESTIVAL!

Clicca sulla locandina!

Saltellando per la rete si può scoprire (ancora) tanta buona musica... musica di bands giovani e meno giovani, spesso senza un contratto o un disco pubblicato. E' tuttavia tra i cunicoli dell'underground che, tra mille problemi, alcuni riescono a brillare di luce propria.

E19 è il nome del progetto-contenitore di Gary Schutt (già bassista nel primo Takara, con Jeff Scott Soto alla voce) che, ad oggi, ha pubblicato tre album di canzoni composte negli anni Ottanta/Novanta rimaste inedite. Il nome della band prende il nome dalla sala prove del college dove evidentemente molte delle tracce incluse sono state abbozzate. Musicalmente ci si muove tra Night Ranger e Rick Springfield, tra Bon Jovi e Toto. Se pensate stia esagerando cercate l'ultimo "Just Down The Hall" (Palisade Rec, 2014). In quanti hanno pubblicato nel recente passato canzoni come "No Sign Of Life", "Angel In The Sky", "Lost In A World Without You" o ancora "Don't Stop You Love"? Notevoli le doti canore di Gary, qualità che unite alla sue abilità di polistrumentista e uomo-consolle non possono che farmelo inserire nella casella dei super-professionisti americani del rock. Per chi vuole proprio tutto è uscito anche "Moving Parts" (sempre su Palisade Records) il terzo disco da solista, a nome Gary Schutt quindi. Un album che indicativamente si muove sulle medesime coordinate degli E19, solo più hard e meno aor. (WB)

Veniamo ai KING MASTINO di “Las Pezia”. Otto anni di sbattimenti in giro per l’Europa e tre album pubblicati di cui l’ultimo "We refuse to sink" (White Zoo Records) è un piccolo gioiellino di Scan Rock da gustare a volumi esorbitanti. Pezzi come "We are burn" o "Big City" non sfigurerebbero nelle set-lists di Gluecifer, The Hives e compagnia. La vita metafora del mare e loro marinai rock’n roll a caccia di balene da domare a suon di frustate elettriche. Fate vostri i loro dischi e se leggete il loro nome in qualche bettola malfamata non fateveli scappare! (MT)

Con i REVEREND BACKFLASH siamo sulle medesime coordinate musicali precedenti: se pensavate che l’Austria fossero mucche, bratwuerst e boccali di birra dovrete ricredervi. I quattro teppistelli viennesi sono in giro a far casino dal 2003 e già autori di due bei dischetti di schietto rock’n roll… se ascoltando i refrain viziosi di Backyard Babies e Turbonegro cominciate a godere allora il combo capitanato da Jack Nasty e Captain Stevo fa al caso vostro. Il singolo "Can’t Shake the Feeling" (per l’amor d’iddio, gustatevi il video!!!), tratto dal secondo album "Every Night" (Burnside Records), finì pure in uno dei CD-Sampler della bibbia inglese Classic Rock! (MT)

I triestini AFTERGLOW sono insieme già da quattro anni ed è in dirittura d'arrivo la loro opera prima. L’advance, per ora disponibile solo online, spera nel buon cuore di qualche lungimirante discografico. Come non pubblicare un album che include una song come "The Blindfold Down"? Su un impianto classicamente hard rock spruzzate di brit pop (abilmente mescolate) danno i loro frutti regalando pezzi come "Time" e "Quicksands" difficili da dimenticare! Band di non facile catalogazione gli Afterglow, ma interessante anche per questa ragione. (MT)


I KHAOTIKA di "Bloodline Empire" (autoproduzione) sono la nuova band in cui milita Lariyah Daniels (oggi Hayes), già voce nei primi due album degli hair metallers americani Hessler. Non si tratta più di heavy old school bensì di black metal melodico in linea (circa) coi Covenant di "Nexus Polaris". Scambiando qualche battuta con Laryiah è emerso tuttavia che l'ispirazione siano gli olandesi Devil's Blood (band che ho ascoltato per l'occasione ed in effetti la proposta dei Khaotika rimanda a loro). Ottima la perizia tecnica nelle quattro tracce dell' E.P. anche se a spiccare sono sempre determinazione e attitudine di Lariyah (come fu per gli Hessler del resto, specie nel secondo cd). Masterizzato in Svezia al Necromorbus Studio la (prima) tiratura è di 100 copie numerate: se interessati al cd fisico il consiglio è di provvedere (molto) in fretta. (WB)

WELCOME COFFEE - Uneven

Autoproduzione 2015

Sii curioso e di vedute aperte, ascolta, scava e stupisciti di tutta la buona musica che c'è in giro. Non occorre andar a cercare lontano, talvolta si trova proprio sotto casa tua la band che ti fa vibrare le corde "giuste" dell'animo. Prendiamo i Welcome Coffee, band triestina attiva da un paio di anni ed autrice di un buon E.P. tempo addietro che faceva intuire ottime potenzialità. Ma oggi è già tempo di primo album e i nostri fanno subito il botto mietendo morti e feriti da ogni parte li si prenda. Sì, ma che genere fanno? ...non lo so, proprio questo è il bello di "Uneven"! L' unicità della band sta proprio nel mischiare le carte in modo sopraffino senza mai perdere l'obiettivo "canzone" e pur riuscendo a focalizzare bene dove voler andare a parare in ogni brano. Si passa dall'opener "Sleepwalker", che miscela sapientemente i Police a rimandi ai Goblin, alla successiva "Slapstick" che mixa in modo scaltro il prog italiano alle melodie di profumo Kurt Weill (tanto care ai Doors). Confusi? Non c'è da preoccuparsi: i Welcome Coffee, non appagati dal "melting pot" di generi, mescolano anche le lingue e tirano fuori dal cilindro due brani in italiano che odorano di medioriente e new wave italiana anni ottanta! Non vi bsta? Ed allora ecco i rimandi al pop inglese su ritmiche funky, perlustrazioni nel campo dell'elettronica mescolata ad atmosfere cupe vicine ai mai troppo osannati White Lies (qui Andrea Parlante alle tastiere fa da collante, tra effetti originali e dinamici). Le capacità tecniche aiutano a diluire le differenze amalgamando i suoni in un'unica entità ed è notevole in tal senso l'affiatamento della sezione ritmica formata da Stefano Ferrara e Michele Manfredi. La voce è di Alessandro Policardi che si occupa anche delle chitarre, svolgendo un lavoro pregevole. Ben fatta ragazzi! Ora non resta che sperare in qualcuno che sappia valorizzare tanta qualità: promossi a pieni voti!

Matteo T.

EUROPE – War Of Kings

UDR Records2015

Era inevitabile toccasse anche a noi commentare il ritorno degli svedesoni più famosi al mondo dopo Abba e Bjorn Borg. Chiariamolo subito: adoro qualsiasi nota prodotta dagli Europe fino a "Prisoners in Paradise", ma non sono nemmeno uno di quelli che critica a priori il cambio di stile post-reunion. E' giusto maturare e trovare nuove strade e la musica va giudicata solamente in base alla sua qualità. Ecco fatto, centrato il problema degli Europe odierni... la qualità! La freschezza della scrittura e le incantevoli melodie di una volta si sono viste