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 BETWEEN 2006 - 2008



MICHAEL MONROE – Live al New Age
Roncade (TV),  13 maggio 2011

www.newageclub.it
www.michaelmonroe.com

Ogni calata di Michael Monroe, sia essa da solista o assieme agli Hanoi Rocks, è da trattarsi alla pari di un  evento.  Il concerto al New Age (ma mi si dice che altrove la performance sia stata analoga) è probabilmente il migliore dei quattro che ho visto negli anni dell’icona rock’n’roll finlandese. Introducono i Big Guns, band locale già su queste pagine che si prodiga in una mezz’oretta ben suonata. Propongono le canzoni tratte dal primo cd “Between a Pleasure and Addiction”, ove spiccano “Trash dead city” e l’ottima “Prisoner of my way”, naturalmente eseguite. E’ noto che la formazione di Monroe per il tour a supporto dell’ultimo “Sensation Overdrive” sarà la medesima del “Live In Helsinki” (pure di recente pubblicazione), quindi Sam Yaffa (Hanoi Rocks) al basso, Ginger (Wildhearts) e Steve Conte (NY Dolls) alle chitarre, Karl Rockfist (Danzig) ai tamburi. Ginger esce on stage pittato alla King Diamond e solo di canzone in canzone il trucco colerà svelandone i lineamenti. Mi è piaciuta questa scelta di trasformismo in divenire. L’attrazione numero uno però resta Mr. Monroe, in forma olimpica, incredibilmente ringiovanito rispetto all’ultima volta. Non so come spiegarmi, ma la band era un lanciafiamme continuo. Ritmo infernale, buona qualità audio, scaletta a cui non puoi chiedere di più anche se non sei un fan, look colorato, sorrisi e strette di mano per tutti. Certo, lanciarsi in due anthems assoluti dei Demolition 23 quali “Nothin’s Allright” e “Hammersmith Palais” automaticamente ti fa vincere punto, set, partita, torneo, guerra.  Aggiungi un estratto dall’eccellente “Not Fakin It” (Dead, Jail or Rock’n’Roll), super classici Hanoi Rocks come “Motorvatin” o “Back To the mystery city” e non ce ne può più essere per nessuno nel genere, Hardcore Superstar compresi (certo che se non stilo classifiche di merito ripetutamente mi pare di non essere chiaro).  Un live del tutto appagante, con un Monroe capace di mettersi più volte (saranno quattro) IN PIEDI sulla transenna antistante il palco, sorretto (e vorrei vedere) dai fans. Io, giuro, la prima volta ero sicuro ci lasciasse le penne, le successive invece stentavo a credere ci stesse riprovando …  uno, due, tre volte … non ci ho più visto, questo è pazzo. Totale (ho avvistato almeno un video su YouTube che riprende queste acrobazie).Monroe  non si è naturalmente fatto mancare le proverbiali spaccate e gli intermezzi di sax e armonica. Servizio full, per intenderci. In pochi giorni sono passato da John Waite a Michael Monroe, due live troppo avvincenti per non farmi temere un paio di concerti sottotono da parte di qualcuno. Chi saranno i mal destinati ??? (WB)     

[ notizie last minute recitano che Dregen avrebbe (già) sostituito Ginger alla chitarra, volete sapere la mia? Mi sta bene essermi beccato il live con Ginger … ]  


JOHN WAITE  - Live al Teatro Miela
Trieste, 06 maggio 2011

www.johnwaite.com
www.triesteisrock.it

Mai avrei creduto di assistere ad uno show di John Waite in Italia. Conosciuto ai più per il successo maturato alla voce dei Bad English, il singer americano vanta una carriera più che trentennale forte dell‘ interpretazione nei  cinque dischi dei Babys, già a partire dagli anni Settanta.  Come tutti i grandi singers Waite vanta naturalmente anche una ottima (nella qualità) e nutrita (nella quantità) carriera solista, di cui l’album “Rough and Tumble” è solo l’ultimo tassello. La band che lo accompagna è composta  (tra gli altri) dal multiplatinato Kyle Cook alla chitarra (suoi sono alcuni mega hits dei Matchbox 20) e dal raffinato bassista Timothy Hoogan, da qualche anno al seguito del cantante e di cui non mi stupirei una carriera parallela su versanti parzialmente distanti dal rock. Ho partecipato nel pomeriggio alla conferenza stampa , organizzata con cura da Trieste Is Rock, “incosciente”, ma eroica, realtà giuliana non nuova a portare in regione nomi di culto per appassionati, ma non solo (il punto è che in Italia anche se hai venduto milioni di copie vieni incanalato nei circuiti di nicchia. Misteri, ma verità).  Waite appare disponibile, tra domande giocoforza banali ed altre più convincenti, ciò che mi interessa è però osservare come sia una persona posata, scavata nell’aspetto, ma a pelle si nota una sua distinta rilassatezza dapprincipio e questo deve essere posto anche a merito di chi lo ha accolto. La città di Trieste in questo senso non poteva essere location migliore, il teatro si affaccia praticamente sul mare e la giornata è limpida, ideale persino per fare due passi. Tutto concorre ad aspettarsi un grande live. E così è stato. Il teatro è intimo, gremito, verosimilmente sono attorno a 250 gli spettatori,  l’acustica rende giustizia alla band ed alle canzoni. Apre Abbazabba, cantautore locale che in duo propone le proprie canzoni, sfoggiando una interpretazione maiuscola, cresciuta verosimilmente sui miti di Jeff Buckley e Bruce Springsteen. Una piacevole scoperta (per il sottoscritto, beninteso). Sono un po’ “preoccupato” a questo punto, la gente occupa i posti a sedere educatamente e con ordine, ma pensare di assistere ad un live comunque energico e rock dalla poltrona è una esperienza che ho vissuto (per fortuna ) una sola volta e non vorrei mai fosse proprio questa  la seconda. Fortunatamente i fans si catapultano sotto il palco ed allora sì che lo spettacolo può iniziare per davvero. Dire che mi aspettavo qualcosa di diverso sarebbe inesatto, auspicavo un concerto baciato da ottime performances da parte di tutti e così è stato. Uno show di gran classe, egregio strumentalmente e vocalmente, bilanciato sulla carriera senza forzare sul repertorio più noto. Un set rock, da assaggiare e gustare piuttosto che azzannare. Trovano spazio un paio di classici Babys, estratti solisti, un Bad English, un paio di rifacimenti e qualche nuova songs (su tutte cito “Evil”, song d’altri tempi). L’energia non viene mai meno, con i fans che sognano tra le luci on stage. Poi queste si abbassano, piano piano il pubblico defluisce, si smorzano gradualmente l’energia e l’adrenalina … ma comincia a girare la voce (rendiamo omaggio a Max Barzelatto, co-organizzatore delle serata) che Waite uscirà per cantare a cappella “When I See You Smile”, celebre song dei Bad English. Stento a credergli e sono lì lì per scappare,  siamo rimasti oramai in pochissimi quando finalmente esce il singer che, nell’abbraccio dei presenti dimostra di riuscire ad essere intonato anche con tutte le attenuanti del pianeta per non esserlo. Unico. Per i più curiosi nella nostra pagina di Facebook si può trovare la ripresa di questo after-show. Mancano solo le pacche sulle spalle, le foto ricordo, i complimenti sinceri, qualche autografo e si può ripartire. Un’altra tacca è stata incisa,  questa però vale più di altre. Il ringraziamento finale va all’organizzazione  Trieste Is Rock (www.triesteisrock.it), chi sa di essere  stato parte della riuscita della serata si faccia un applauso, lo merita, il tutto nella naturale speranza altre serate analoghe possano essere pianificate e programmate. (WB)



LAIBACH –  Live al Teatro Stabile Sloveno 
Trieste, 04 febbraio 2011  

Allora, non si comincia un pezzo con “allora” e lo so, ma il disinteresse della forma mi diventa sempre più un’occorrenza. Dunque, riprendendo da quell’allora messo in cima, sono stato a vedere e sentire i Laibach. Ho le prove: conservo il biglietto, qualche foto, qualche video, una maglietta, un dvd acquistati nonché la foto che allego al testo, disponibile solo ai presenti. Di questi tempi un alibi al di sopra di ogni sospetto serve sempre, specie a chi non può difendersi. Ma che succede quando è proprio l’alibi a metterti alla sbarra ? … se è vero (ed è vero) che la stampa inglese (naturalmente conservatrice … e la domanda spontanea quindi nasce: ne esisterebbe quindi anche un’altra in Inghilterra? Boh, non voglio imparare nulla della cucina inglese, ma tiro ad indovinare e dico no) già a fine anni Ottanta etichettò la band slovena “il gruppo più pericoloso del mondo”. Figurarsi oggi. Ma in U.K. si fa da sempre un gran parlare di musica, lassù tutti possono scontrarsi su tutto, qui in Italia invece, che della musica non frega un cazzo a nessuno, partecipare ad un simile evento automaticamente potrebbe indurre qualcuno a metterti una croce sopra. Tutto sto fiato sprecato (perché voi mi leggete a voce alta, vero?) per dire che la Mute Rec. (la label dei Laibach) è inglese e necessariamente promuovendo il Male promuove le sue casse. Orbene, vediamo di fare chiarezza adesso. Una volta assemblata ed ordinata nei posti a sedere l’auto che condurrà noi quattro (che cito, sempre in ordine ad un eventuale concorso di colpa: Claudio, Simona, Masi, ovvero il C.S.M) si parte direzione Teatro Stabile Sloveno a Trieste. Arriviamo in ritardo, non troviamo parcheggio, bestemmiamo in silenzio e giriamo un po’ a vuoto prima di abbandonare disperatamente l’auto come fanno tutti, ovvero a caso, in una piazzola in tripla fila lontanissimi dal Teatro, ma ragionando che, con tre manovre ardite, un po’ tutti riusciranno a svincolarsi dai rispettivi incastri senza danneggiare ulteriormente le già segnate carrozzerie. Entriamo finalmente, sold-out. Ottimo! Noi siamo pure sprovvisti di biglietto. A questo punto intervengono le cicatrici di anni di militanza musicale che, vistose sui volti, hanno intimorito la guardia nazionale slovena. Verificata la provenienza mia e del Masi (abbiamo fatto da garanti per gli altri due) ci hanno consegnati alla più affascinante hostess del Teatro per condurci al terzo anello. Saliamo esattamente alla fine della prima parte. Ho mancato i Laibach dal vivo già due volte in circostanze misteriose nel 1994 e qualche anno fa, stavolta ero del tutto deciso ad andare contro il detto popolare. Mi rendo peraltro conto che per superare i proverbi si deve comunque accettare un compromesso. Trovo comunque un buon posto in piedi e si comincia. Attaccano con “Tanz mit Laibach” ed è subito tripudio. Sì, tripudio di suoni, di luci, di impatto, di scenografia, di attitudine, di efficacia. Non sono un guru, ma nemmeno uno sprovveduto, di concerti dark, industrial, folk, elettronica, ascolto i Laibach dalla prima ora, ma solo ora capisco di averli sempre sottovalutati. Questi qui sono una “big thing”, segnatevi le mie parole. Non faccio tempo a richiudere la bocca spalancatasi famelica di estasi che segue “Alle Gegen Alle”. A questo punto sono del tutto paralizzato mentalmente (più del solito, intendo), ciononostante impossibilitato a stare fermo. Il gioco di luci è calibrato sullo spettatore, sulla ritmica e l’enfasi lirico-immaginifica che scorre sullo sfondo completa il messaggio corporale, mediatico e sonoro che la band da sempre vuole incanalare. Il pubblico è stregato e si vede, lo si percepisce, nessuno fiata, sono tutti annichiliti. Il rispetto per la band si misura sui titoli di coda (già , perché un live dei Laibach è un film, non un semplice concerto di suoni), quando i cinque escono sul palco a salutare i paganti, sulle note di “Life Is Life” e “The Final Countdown” pre-registrate,  in una sorta di abbraccio amichevole che tanto (nello stile) può insegnare a tanti (che naturalmente mai avranno l’interesse di seguire qualche forma artistica diversa da quella che già conoscono). Il banco del merchandising viene desertificato dagli spettatori, signori e signore di mezza età, anziane coppie che di certo hanno l’abbonamento stagionale (il concerto rientra nella programmazione… perché quindi non partecipare a questa manifestazione di giovani? Un “bravi!” agli ultrasessantenni presenti) e che mi trovo fianco a fianco  a scegliere qualche cd da acquistare in ricordo della serata o forse da regalare ai nipoti. Non mancano naturalmente i fans integerrimi e li vedi subito. Servono sempre tutti ad un buon ballo in maschera. Ho acquistato il dvd didattico del 2006 “Divided States Of America”, il documentario che racconta le 15 date dei Laibach negli States, durante il periodo elettorale a cavallo della nomina di Bush come presidente. E’ una proiezione definitiva, quella che descrive le regole ed i dettami dell’NSK, quell’ideale costrutto formale che, nello specifico, demolisce i regimi totalitari senza criticarne esplicitamente alcunché. Il pubblico e l’ascoltatore viene condotto ad osservare e  riflettere su ciò che lo circonda quotidianamente, che non vede o non vuol più vedere. E’ la Neue Slovenische Kunst di cui i Laibach sono la voce più nota ed orgoglio nazionale. Il resto sono supposizioni e pensieri (errati) di osservatori distratti da apparenze appariscenti. A distanza di giorni ritengo sia stato un dramma musicale aver mancato la prima parte dello spettacolo, ma sarebbe stato un delitto mortale averlo perso del tutto.
Il racconto è finito, ma chiudo riportando uno dei tanti aforismi estratti dal documentario:
“Consideriamo l’umorismo con la massima serietà e ci rifacciamo a quel tipo di humor che non accetta gli scherzi”. (WB) 



Adler‘s Appetite @ New Age – Roncade (TV)
04/02/2011 Ho raccolto un paio di amici venerdì sera per andare a vedere l’ex batterista dei Guns & Roses. E spendere il nome di quella band è bastato a farmi seguire. Dal canto mio le aspettative si limitavano a un po’ di buon vecchio hard rock suonato da veterani con il bollino blu. In aggiunta alla curiosità di vedere all’opera il giovane cantante Rick Stitch, che cerca visibilità per lanciare i suoi promettenti Ladyjack. Purtroppo non si fanno vedere i Ramblin’ Boy, che dovevano essere una delle band di spalla, e che consiglio di tenere d’occhio. Dall’Inghilterra arrivano solo i Knock Out Kaine, ottantiani nel look e nel sound, bravi tecnicamente ma davvero troppo nostalgici. Dopo una infinita preparazione, curata da un giovane roadie di insopportabile pignoleria, sale sul palco la band attesa, davanti a un pubblico corposo, ma non da tutto esaurito. Rivedo con molto pacere Chip Z'Nuff, che ebbi occasione di conoscere nel tour del 2004. Dietro i suoi occhialoni, con una aplombe degna di un ricevimento dalla regina, sembra il deus ex machina del gruppo. Il tocco sul basso è morbido e lui sembra a tratti divertirsi, visto che lascia trapelare qualche sorriso. Chi lo conosce sa che mollerebbe tutto per fumarsi quella sigaretta che tiene attaccata alla paletta del basso e che si mette in bocca, spenta, verso il termine del concerto. Gli occhi sono tutti puntati su Steven Adler. Quando si siede dietro alle pelli, noto che l’aspetto è sempre giovanile, i capelli sembrano “troppo” gli stessi dei tempi d’oro e la bocca è distorta in una emiparesi che mi insospettisce. La rullata è ancora precisa, l’uso intensivo dei piatti, che mi aveva affascinato su “Appetite for distruction” si lascia ancora godere. Il nostro, beve coca cola e fa di tutto per comunicare con il pubblico, gesti e lancio di bacchette esauste. Sbaglia un paio di attacchi e, da come si guardano gli altri componenti, forse non ha fatto apposta anche se cerca di dissimulare. Il peggio arriva quando prende il microfono e con una voce strafatta ci apostrofa. Forse non hai perso il vizietto eh vecchio Steven? Fatto sta che, probabilmente, questa band è la cosa più vicina alle sonorità dei Guns che si possa sentire oggi. I due chitarristi, Michael Thomas (FASTER PUSSYCAT) e il rimpiazzo di Alex Grossi, sono gente che da 30 anni macina note e perpetua le rimembranze di una musica ormai troppo lontana dagli anni del suo massimo fulgore. Ma ai quarantenni, come a molti che invece in quegli anni nascevano, piace questa sorta di “The best of Guns and Roses” o per meglio dire “The best of Appetite for distruction” con cui è pur sempre possibile pogare. Viene suonata e particolarmente apprezzata anche Civil War, l’ultima suonata da Adler prima dell’estromissione dai Guns and Roses.
Ottima la prestazione vocale di Stitch, evidenzia una personalità decisa, senza timori reverenziali e non fa rimpiangere l’antenato tranne che per una assurda maglietta dei Nirvana; fossimo stati negli anni 80 il pubblico gliela avrebbe strappata di dosso. Invece gli spettatori si godono la migliore delle cover band, forse non accorgendosi neppure dei tre inframmezzi, le nuove canzoni degli Adler’s Appetite, che nel contesto mi sembrano superflue. PM Si ringrazia lo staff del New Age Club per il supporto.
Circa la scaletta:
01. Reckless Life (GUNS N' ROSES cover)
02. Nightrain (GUNS N' ROSES cover)
03. Out Ta Get Me (GUNS N' ROSES cover)
04. My Michelle (GUNS N' ROSES cover)
05. Stardog
06. Civil War (GUNS N' ROSES cover)
07. Mr. Brownstone (GUNS N' ROSES cover)
08. Fading 
09. Rocket Queen (GUNS N' ROSES cover)
10. Sweet Child O' Mine (GUNS N' ROSES cover)
11. Alive 




Verdena live @ Rivolta (Marghera) - 29/01/2011


www.verdena.com
www.rivoltapvc.org


Dopo tanta attesa finalmente riecco i Verdena live. Un Rivolta sold out attende in trepidante attesa i bergamaschi dopo tre anni di un silenzio meditativo che tutti sperano esploda davanti ai loro occhi. A scaldare la serata ci pensano i Love in Elevators con Marco Ghezzi, ospite d’eccezione preso in prestito dai Sakee Sed. Ho visto i veneziani parecchie volte live e come sempre si dimostrano scattanti e incazzati a dovere nel presentare il loro nuovo “Il Giorno dell’Assenza”.
Il locale li aiuta vista la buonissima acustica e il palco da grandi occasioni. Dopo circa mezzora di spettacolo ecco il momento più atteso, le luci si abbassano ed entrano gli autori del tanto chiacchierato Wow. Sono molto curioso di sentire come suona dal vivo il nuovo disco e come se la cava con i vari strumenti Omid Jazi, il musicista assoldato per dare un tocco in più alle sonorità della band.
In una bolgia di applausi si parte con Alberto al piano con “Adoratorio” e si capisce fin da subito che qualcosa nei Verdena è cambiato. La maturità dei suoni e dei movimenti si fa sentire e riesco a percepire dalle prime note il salto di qualità notevole fatto dalla band. Sarà perché col piano si hanno nuove e più ampie sonorità, sarà perché ci sono i cori (una novità per i Verdena), sarà perché Omid sembra aver sempre suonato col gruppo ma il risultato è ottimo.
Ok è solo la terza tappa del tour ma la grinta e la voglia di fare è davvero sbalorditiva.
Il concerto si snoda in quasi due ore di musica ininterrotta con 27 canzoni che presentano giustamente il nuovo doppio album, passando per le tracce più rock di Requiem e con le chicche Spaceman e Viba. Un susseguirsi di dolcezza, psichedelia, rock che accontenta tutti dagli aficionados della band ai curiosi che non li avevano mai sentiti. Razzi Arpia Inferno e Fiamme è la nuova hit accolta con enfasi dalla quasi totalità dei presenti.
Personalmente è la prima volta che vedo così tanto calore ed ammirazione verso il trio e posso affermare di aver partecipato al loro miglior live che io abbia mai ascoltato.
I meritati applausi alla fine del concerto sono un piccolo riconoscimento a questa band che sta tenendo ancora in vita il rock nelle sue mille sfaccettature.
Di seguito la scaletta completa del concerto:

1. Adoratorio
2. Scegli Me
3. Per Sbaglio
4. Spaceman
5. Lui Gareggia
6. Nuova Luce
7. Il Caos Strisciante
8. Logorrea
9. Tu e Me
10. Castelli per Aria
11. Razzi Arpia Inferno e Fiamme
12. Muori Delay
13. Le Scarpe Volanti
14. Miglioramento
15. Il Nulla di O.
16. Viba
17. Badea Blues
18. Loniterp
19. Starless
20. Rossella Roll Over
21. Isacco Nucleare
22. Sorriso in Spiaggia part I e II
23. Il Gulliver
24. Was?
25. Sul Ciglio
26. Lei Disse

Un ringraziamento al C.s.o Rivolta e a Chiara di Propapromoz per la collaborazione

Giovanni B.
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Le Luci della Centrale Elettrica live @ New Age (Roncade) - 21/01/2011


www.leluci.net

www.newageclub.it


Uno dei live che mi affascinavano di più era quello di Vasco Brondi e delle sue Luci della Centrale Elettrica. Il poeta in musica dei giorni nostri non volevo proprio perderlo e allora via verso il noto New Age di Roncade. Dopo aver dato un occhiata al banchetto dei dischi (c’è anche il vinile del nuovo “Per ora noi la chiameremo felicità”) mi piazzo a 4 file dal palco e aspetto il quartetto che si fa aspettare da un locale quasi gremito segno che la musica che conta si sta facendo strada. Lo spettacolo inizia e tutti son li ad osservare attenti mentre nella loro testa scorrono le verità e i fatti degli anni zero. Sembrava di stare a teatro..mai cotanta attenzione era balzata ai miei occhi durante un concerto!! Vasco e colleghi presentano il nuovo disco riscuotendo sempre un grande applauso alla fine di ogni canzone e quando verso la fine propone le chicche del vecchio album che l’ha portato al premio Tenco (da “Lacrimogeni” a "Per combattere l’acne") la gente quasi lo sovrasta cantando in segno di condivisione della linea di pensiero del giovane Ferrarese. Un live pulito e convincente anche grazie al supporto di percussioni, chitarra elettrica e il violino di Rodrigo d’Erasmo (Afterhours). Uno spettacolo a tratti dolce a tratti vibrante con le voce che incarna al massimo i sentimenti del cantautore. Molto coinvolgente il finale dove Vasco si allontana dal microfono, cantando e avvicinandosi alle prime file come per dire..si sono con voi, sono come voi, so che la pensate come me. Applausi e strette di mano per chiudere una serata che certamente ricorderemo come una tappa dei tour più belli del 2011.

Giovanni B.
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