FRONTIERS ROCK FESTIVAL IV
29/30 APRILE 2017

LIVE CLUB – Trezzo sull'Adda (Milano)

Ho atteso lo scorrere delle settimane per scrivere qualcosa riguardo al FRF4 (si, ormai è un marchio riconoscibilissimo anche con le sole tre lettere!) in modo da avere un pensiero il più possibile analitico e scevro di facili entusiasmi. Diciamolo subito per tagliare la testa al toro: il Frontiers Rock Festival IV è stato un successo oltre le più rosee aspettative, sia di pubblico che di artisti coinvolti, una due giorni che ormai è diventato un meeting irrinunciabile per tutti gli ultras del rock melodico. Quando si entra al Live Club di Trezzo sull’Adda è come tornare a casa, è la cena con gli ex-compagni di classe… si sa già a cosa si va incontro al punto che si potrebbe andare in giro con gli occhi bendati. In ogni anfratto del meraviglioso Live Club (un club che, per legge, dovrebbe essere costruito in ogni regione italiana) si sa cosa si troverà: i banchetti dei padroni di casa, i banconi del bar, l’area relax esterna, gli amici che ti aspettano per criticare un disco oppure il look di quella "fondamentale" band canadese del 1985. Tutto è uguale, perfino la ballerina bionda scadinava che per due giorni consecutivi non smetterà di danzare con o senza musica in sottofondo! Frontiers ha come sempre organizzato il suo party più importante in modo certosino (anche se un neo c’è, il banco era infatti sguarnito già dopo poche ore e questo non si fa... tenendo conto dei mostri che si aggirano per il locale con il portafogli gonfio e la voglia “malata” di comprare qualsiasi cosa sia in vendita). Ma passiamo alla musica suonata. L’inizio non è dei migliori, anzi direi che è proprio di gran lunga il peggiore. A dare il via alle danze ci sono gli svedesi PALACE che hanno debuttato pochi mesi fa con Master Of The Universe. La giovane band scandinava, capitanata da Michael Palace (Find Me e First Signal tra gli altri) è protagonista di una prestazione imbarazzante, riuscendo nell’impresa titanica di svuotare completamente una platea che, incredibilmente, è già piena alle tre del pomeriggio. Le stecche si susseguono come i momenti di imbarazzo con perfino le stramaledette basi che partono sbagliate, un vero disastro. Spazio allora ad un’altra band scandinava molto giovane ma già osannata: i finlandesi ONE DESIRE di André Linman (già ex Sturm Und Drang) vincono il confronto con i precedenti colleghi grazie ad un aor moderno molto “pop”, con coretti al punto giusto e pose paraculo, ma anche grazie ad una precisione ed una presenza scenica da scafati professionisti. Momenti clou della breve set list sono i due brani più caldi, Apologize e Buried Alive. La prima giornata comincia ad entrare nel vivo con i CRAZY LIXX, band che non ha bisogno di presentazioni, già ospiti della prima edizione. La band di Danny Rexon si presenta in ghingheri e vogliosa di divertire un pubblico che li ama e non fa nulla per nasconderlo. Il nuovo fiammante Ruff Justice è fresco di stampa ed è questa l’occasione giusta per ascoltare il nuovo singolo Wild Child in tutta la sua energia melodica. L’affiatamento della nuova line-up è ottimo e la set list è un giusto mix di canzoni recenti e vecchi classici intramontabili quali Blame It on Love, Rock and a Hard Place o l’inno 21 Til I Die. Altro giro e altra corsa a ritmi forsennati: è il momento dell’ingresso della band onnipresente ovunque ma amati qui in Italia in modo quasi incredibile. Stiamo parlando degli ECLIPSE, ormai una vera e propria istituzione in ambito melodico e – piacciano o meno – la band capitanata dal biondino con le orecchie a sventola Erik Mårtensson sa scrivere inni di hard melodico come pochi. Il pubblico del FRF4 (ma quanto mi piace questa sigla?) è un magma che pende letteralmente dalle labbra del singer svedese durante Vertigo, Never Look Back e Jaded (ciliegina sulla torta l’ospitata a sorpresa di Michele Luppi che duetta insieme a Erik) ma anche durante brani più datati come Runaways o I Don’t Wanna Say I’m Sorry. Gli Eclipse sono oramai una splendida realtà! Non c’è tempo di prendere fiato perché c’è da prendere posto per l’arrivo tanto atteso del debutto “live” dei REVOLUTION SAINTS. Progetto da studio cresciuto inaspettatamente grazie alla qualità dei brani ed è sorprendente poter vedere sullo stesso palco celebrità come Deen Castronovo, Mr. Doug “prezzemolino” Aldrich, Jack Blades e per ultimo (ma non ultimo) il factotum italiano Alessandro Del Vecchio, fiore all’occhiello della “meglio gioventù” nostrana in campo aor. Le aspettative sono talmente alte che i problemi tecnici al microfono di Deen durante le iniziali Back on My Trail e Turn Back Time si trasformano quasi in delusione con la paura dannata negli occhi di tutti che un evento cosi esclusivo si riduca in un set sfilacciato, senza empatia e carico di problemi tecnici. Invece l’enorme esperienza dei calibri on stage fa svoltare lo show con una naturalezza disarmante: “ok, ragazzi… fanculo! Divertiamoci con un po’ di sano rock ‘n roll!” sembrano dire i musicisti con gli occhi. Da quando Deen lascia la batteria per concentrarsi a fare il frontman in mezzo al palco la band balza all’indietro di 25 anni... pur senza toccare le famose 88 miglia orarie. La Delorean però non serve… basta la bravura e le emozioni che riescono a ricreare insieme. Locked Out of Paradise, Way to the Sun e una In the Name of the Father (Fernando’s Song) veramente da pelle d’oca prima del gran galà finale con il “triplete” di cover formato da Love Will Set You Free dei Whitesnake, Coming Of Age dei Damn Yankees e Higher Place dei Journey a glorificare il passato dei tre che manda in solluchero il pubblico. Che si può volere di più? Per fortuna l’organizzazione Frontiers ci ha già pensato piazzando i TYKETTO di Danny Vaughn a festeggiare l’anniversario del primo memorabile album Don’t Come Easy suonandolo per intero al fortunato pubblico presente. Il lungocrinito singer, insieme al chitarrista Chris Green, al drummer Michael Clayton Arbeeny, al tastierista Ged Rylands e, sorpresa, al bassista dei Thunder, Chris Childs sbaragliano letteralmente tutti gli avversari odierni con una prova maiuscola ricca di pathos e perizia dove Danny prende per mano la band con un carisma ed una prestanza vocale degna dei tempi aurei. Don’t Come Easy viene srotolato all’indietro partendo dall’ultima traccia Sail Away arrivando all’inno generazionale Forever Young che il Live Club canta a squarciagola tra l’emozione generale. La band non lo fa per contratto, si diverte un casino e questo traspare in ogni singolo secondo. Rescue Me e le recenti Dig in Deep e Reach a chiudere il concerto che vince a mani basse l’indice di gradimento del primo giorno del FRF4. Arduo per tutti salire sul palco dopo di loro, figurarsi se tocca agli headliners della giornata STEELHEART e ti chiami Miljenko Matijevic, con tutte le aspettative ma soprattutto i dubbi e la fama che ti porti dietro a precederti in modo quasi sinistro. Tutto confermato dall’arrivo sul palco del leader ed unico superstite dei bei tempi andati, vestito come un killer della mafia russa e con un’arroganza e maleducazione tale da far sembrare Briatore il dolce Remi. Occhiali scuri gettati via con disprezzo, una frase che gli fa conquistare l’empatia istantanea con il pubblico (“sono qua per cantare e non per parlare con voi!”) e in generale un atteggiamento strafottente che non viene aiutato dalla backing band dietro a lui che centrano con i vecchi Steelheart come uno stinco di vitello arrosto ad un convivio di vegani. Ma in questo caso non si discute la bravura tecnica del chitarrista Uros Raskovski, del drummer Mike Humbert e di Rev Jones al basso che s’impegna ad imitare Flea dei Chili Peppers in ogni singolo movimento, salto o smorfia. Le due cover degli Steel Dragon Blood Pollution e Livin’ the Life che fanno da apripista allo show mettono in chiaro fin da subito che non ci sarà spazio per arrangiamenti “vintage” legati agli anni ’80. Hard rock moderno sporcato di funk groovoso e mescolato con ad un metal alternativo che di “old school” ha veramente poco. I suoni cromati dei vecchi brani targati Steelheart come Like Never Before, She’s Gone, Everybody Loves Eileen e I’ll Never Let You Go vengono accantonati per essere rivoltati come calzini e sporcati con distorsioni moderne che alle volte funzionano e altre volte decisamente no. Per fortuna che – cosa più importante – la voce di Miljenko è ancora là, in tutto il suo splendore, venticinque anni dopo e tutti i detrattori presenti, pronti a crocifiggerlo ad ogni imprecisione, devono constatare che le sue corde vocali sono ancora d’acciaio e sono proporzionali al suo ego smisurato. Si lascia la venue con la sensazione che i Tyketto siano stati i veri headliner della giornata, senza se e senza ma, surclassando tutto e tutti, anche le pose da rockstar balcanica di Miljenko. Ma è tempo di andare a nanna per poter affrontare nel migliore dei modo il secondo giorno.

Alle tre in punto riparte, sempre ben oliata, la macchina del festival. Ampi spazi nel parterre balzano all’occhio: il pubblico oggi se la prenderà con molta più calma arrivando in massa nel tardo pomeriggio (coi Lionville era già tutto bello pieno! ndW). Un vero peccato perché l’inizio non è traumatico come il giorno precedente e gli scandinavi CRUZH (si pronuncia Crash!) si divertono sul palco in modo spigliato e sbarazzino. Il singer Philip Lindstrand regge il microfono ma il disco è cantato interamente da Tony Andersson, che oggi fa “solo” il tastierista. La rockstar però è il bassista Dennis Butabi Borg che, visto il caldo quasi estivo, pensa bene di presentarsi on stage munito di stola di pelliccia e sorriso a 160 denti e irrorando le prime file di plettri come non ci fosse un domani. Cambio dell’ordine del bill per problemi logistici e salgono sul palco i LIONVILLE del chitarrista genovese Stefano Lionetti. L'atteso singer Lars Säfsund (Work of Art) è autore di una prova impeccabile dal punto di vista tecnico ma ancor più dimostra di possedere presenza scenica. Il loro terzo album A World Of Fools è la consacrazione per questa band fiore all’occhiello dell’aor tricolore. Prova superata alla grande! Già da ieri si aggirava soave fra il pubblico la Barbie svedese Tåve Wanning pronta a farsi fotografare e a sorridere a qualsiasi nerd che si presentasse sbavante al suo cospetto. Ora è tempo per lei e per i suoi ADRENALINE RUSH di dimostrare anche musicalmente di meritarsi un posto nel bill per meriti che vadano oltre al curato french alle unghie lunghissime. La band dimostra di avere esperienza in saccoccia anche se la voce della pur brava singer si dimostra poco amalgamata all’hard rock della band: la danza del ventre stile Shakira ci azzecca poco durante gli assoli di chitarra! Da un veloce referendum tra il pubblico emerge che gli Adrenaline Rush, senza Tåve, suonerebbero probabilmente ancora in qualche bar scalcinato di Sodermalm (e alla luce di questo sei ancora sicuro che sia la voce il problema? ndW). Ma ecco arrivare sul palco una leggenda delle sei corde: KEE MARCELLO. Gentile, sorridente e pacato l’ex chitarrista degli Europe prende posto in mezzo allo stage tra gli applausi accompagnato dai fedeli Ken Sandin al basso, Darby Todd alle pelli e Jonny Scaramanga alla chitarra ritmica. Il nuovo album Scaling Up è stato ben accolto nonostante gli effettivi dubbi sulla resa vocale del buon Kee. Dal vivo il chitarrista riesce a tenere in piedi lo spettacolo suonando in modo spettacolare ma anche mantenendo saldo il suo ruolo di leader. La scaletta è bilanciata tra nuove canzoni ed un greatest hits della carriera, perfino con We Go Rockin’ degli Easy Action! Il pubblico va però in visibilio durante le canzoni degli Europe, da More Than Meets the Eye a Girl From Lebanon, da Superstitious a The Final Countdown. La sala di nuovo piena e vociante è il miglior premio alla fine dello show. La curiosità sale ora per uno degli act più attesi: gli UNRULY CHILD di Marcie Free sono un vero e proprio evento nell’evento. E di Evento si tratta con la E maiuscola visto che nella formazione originale riproporranno per intero il debutto e festeggiarne così l’anniversario dei 25 anni. L’inizio è un po’ in sordina e Marcie sembra appare quasi intimorita dal calore che il pubblico le dimostra. Bastano tuttavia poche canzoni per rientrare nei ranghi e colorare brani ormai classici come Lay Down Your Arms, Take Me Down Nasty e Let’s Talk About Love con la sua splendida voce. Unica nota stonata: il portatile usato come leggìo (non si può proprio vedere una cosa del genere!). Si accendono le luci e il famoso teschio scudettato, copertina del primo omonimo album, viene srotolato dietro il drum kit. Un fremito corre lungo la spina dorsale: è tempo di L.A. GUNS. La line-up che più si avvicina alla formazione originale da 22 anni a questa parte: Tracii Guns e Phil Lewis ritornano insieme rinsaldando una frattura che sembrava insanabile. Dalla prima nota dell’epica No mercy i rinnovati L.A. Guns pettinano letteralmente il pubblico con un tornado di proporzioni bibliche e facendo vedere di che pasta è fatta una band che suona del vecchio e sporco rock’n roll: niente tastierine e nemmeno basi, solo guardarsi negli occhi e chiamare il tempo prima di friggere le orecchie degli astanti, ricetta semplice ma ancora efficace. Electric Gypsy, Killing Machine, Over the Edge, Bitch Is Back e Sex Action, una dietro l’altra le perle della loro giovinezza, quando erano, insieme a Guns e Faster Pussycat, la santa triade del Sunset Strip. Dopo la scoppola iniziale c’è tempo di presentare la nuova Speed, anticipazione del nuovo album che uscirà in Ottobre. Phil Lewis è in completo di similpelle pitonato mentre Tracii tortura la sua Gibson con barba lunga e tatuaggi in evidenza scimmiottando Jimmy Page in più di un occasione (suona perfino con l’archetto e il Teremin!) ma dimostrando sul campo di essere di gran lunga il chitarrista di maggior talento di tutto il festival. One More Reason, Kiss My Love Goodbye, Malaria... Phil, canotta nera e frustino in mano, carica ulteriormente un pubblico che è già in catarsi generale. Oltre ai due protagonisti indiscussi reggono egregiamente il gioco il chitarrista Michael Grant, il drummer Shane Fitzgibbon ed il bassista Johnny Ramone (sei licenziato, ndW)...ops scusate, Martin. Never Enough, The Ballad of Jayne e Rip and Tear sono il colpo del KO: Game! Set! Match! Grazie e arrivederci a tutti. A fine show è bello vedere in giro per il club gli amanti delle sonorità più aor e melodiche avere solo parole d’elogio per queste due volpi del rock’n roll. In poco più di un’ora di concerto gli L.A. Guns hanno messo d’accordo tutti (o quasi) su chi abbia trionfato sinora. E la storia si ripete: arduo, dannatamente arduo salire sul palco dopo un monsone del genere. Eppure l’attesa per i norvegesi TNT di Tony Harnell e Ronni Le Tekrø (e Diesel Dahl, pure lui della formazione originale, ndW) è incandescente! La degna conclusione di un’edizione di ottima qualità. Anche qua si festeggia un anniversario: per loro sono i 30 anni del capolavoro Tell No Tales. L’inizio della band scandinava è "diesel", aumentando di giri con il passare delle canzoni. Give Me a Sign, As Far as the Eye Can See, She Needs Me e la splendida Desperate Night… Tony Harnell ha ancora un’estensione della madonna ed un livello interpretativo veramente notevole e quindi è gioco facile conquistare i fans del Live Club praticamente pieno a tappo! Forever Shine On, Northern Lights, Tonight I’m Falling e Intuition, che si può volere più di una scaletta cosi? Il chitarrismo di Ronni Le Tekrø ha gusto, è fantasioso, mai banale, una tecnica sopraffina che mai però va a discapito del pathos, è un chitarrista realmente divino! La micidiale velocità di Downhill Racer, ma ancora Seven Seas, Listen to Your Heart fino a 10,000 Lovers (In One) e Everyone’s a Star. La band saluta un pubblico stanco e sudato ma appagato, anche per quest’anno il FRF è finito. Pare comunque vi sia già la certezza quasi matematica che tra pochi mesi, a ridosso delle luci di Natale e dello scambio d’auguri, si comincerà a parlare del FRF5… stessa spiaggia, stesso mare! E allora grazie Frontiers Records!

Matteo Trevisini
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Due parole di contorno a quanto già scritto con entusiasmo e dedizione dall'ottimo Matteo. A distanza di settimane non sono così sicuro sia stata una edizione migliore di altre in termini di proposta musicale. I TNT in primis mi hanno deluso. Meno male che ad un certo punto Ronnie Le Tekro si è caricato sulle spalle il peso dello show sennò non so come (e se) andava a finire. Gli anni passano inesorabili e si sente (Harnell mi pare Coverdale, ambedue non si rendono conto che sono inascoltabili quando si ostinano a cantare canzoni come avessero trent'anni. Circa Diesel Dahl lo perdono solo perchè non vorrei mai trovarmici davanti faccia a faccia, si sa mai). Idem gli UNRULY CHILD. E' stato emozionante poter ammirare una volta l'idolo di gioventù Marcie Free, ma mi fermerei qua tralasciando a piè pari l'aspetto musicale (Jay Schellen però rimane un figo, musicalmente parlando). Incommentabili band modeste come PALACE o CRUZH: in giro per l'Italia gruppi del genere manco nei bar di paese suonerebbero. Però il chitarrista dei Palace era bravo, uno smanettone che 30 anni fa avrebbe potuto trovar spazio negli EZO giapponesi (non sono riuscito a farmi venire in mente altro mentre osservavo questa band). E trovo comunque trascurabile anche una realtà come gli ONE DESIRE. Morale: nelle edizioni precedenti le band di apertura erano migliori. Coinvolgenti ed eleganti, in una parola ottimi (tra i migliori della due giorni) invece i LIONVILLE. Nonostante in giro si sia detto che gli ADRENALINE RUSH sono maturati la prima incarnazione della band mi piaceva di più ed anche dal vivo i pezzi del primo disco alzano il livello generale del set. Gli ECLIPSE si confermano tra i più amati dal pubblico ed eccellente è stato il set dei REVOLUTION SAINTS (l'americanesimo è proprio una religione). Trascurabile invece KEE MARCHELLO alle mie orecchie, bravo bravissimo chitarrista, ma se lo salvo è solo per essersi ricordato degli Easy Action. Continuo ancora ad essere convinto che i CRAZY LIXX siano la miglior band scandinava degli ultimi 15 anni: non ci sono Heat, Eclipse, Crashdiet o chi volete voi che tengano. Tiro, canzoni, qualità, una garanzia sia dal vivo che su disco. Mancano le 3 bands che, a discrezione, hanno qualificato la bontà del festival: Tyketto, Steelheart, LA Guns. La scelta su quale sia stata la migliore ritengo sia puramente soggettiva. I TYKETTO sul versante melodico sono stati precisi ed impeccabili con un Danny Vaughn vocalmente impeccabile (apro una parentesi per sottolineare che disapprovo le celebrazioni di albums che vengono risuonate per intero, vedi anche gli Unruly Child, perchè da un lato escludono pezzi interessanti della carriera a favore di altri con la sola funzione di completare il cerimoniale commemorativo, dall'altro preferisco comunque sentire una band che suoni quello che vuole e come vuole, con lo spirito e l'attitudine del momento, qualunque siano). Gli STEELHEART mi hanno proprio steso. Uno show strabordante, pericoloso e dal suono scorbutico di fine anni Novanta - primi Duemila unito naturalmente a un livello tecnico fuori misura per le altre band, sezione ritmica (Rev Jones già dei Black Symphony/MSG più il turnista Mike Humbert) in testa. E infine gli L.A. GUNS. Cosa mi rimane del loro show? Due cose: la prima è Tracii Guns che durante l'acuto di Malaria fissa Phil Lewis pensando che di lì a poco sarebbe morto sul palco, non fosse che il vecchio Phil tira fuori le riserve di ossigeno (o elio) e scatena il finimondo (non aspetto altro che comperare il DVD per rivedermi sta scena sperando sia stata ripresa a modo); la seconda è Michael Grant (co-chitarrista degli L.A. Guns, già voce e chitarra degli Endeverafter) ovvero l'unica giovane rockstar che ho visto nella due giorni. Ad agosto dovrebbe uscire il nuovo cd (il secondo) della sua nuova band, i The Assassins. C'è speranza, c'è futuro.

Walter B.

CHRIS HOLMES + Starsick System live
Prepotto (TS) - 16/07/2016 ---> per le foto cliccare qui

Profumo di carne alla griglia, Harley che rombano nel bosco, il vociare e le risate dei bikers riuniti sul Carso triestino per il classico motoraduno estivo dei Wild Bunch. Il protagonista della serata, Chris Holmes ex-chitarrista dei Wasp, si aggira pacifico e tranquillo per la pineta con barbone lungo munito di treccine vichinghe e aria tra il minaccioso ed il simpatico. Sul piccolo palco salgono i friulani Starsick System autori l’anno scorso di un ottimo debutto ("Dreamin"uscito su Bakerteam Records) dando inizio alle esibizioni. Dal vivo stupiscono positivamente, tra tradizione street e suoni moderni, soprattutto nelle ritmiche: decisamente convincenti! Si prepara il palco per i Mean Man di Chris Holmes e la paura aumenta, se su disco è zozzo forte non oso pensare cosa sia dal vivo! Ma poco importa, il chitarrista di Glendale, California, si è rimesso in carreggiata lasciando alle spalle gli screzi con Blackie Lawless, le bottiglie di bourbon, le risse con la polizia e tutti gli eccessi possibili ed immaginabili di una reale enciclopedia della decadenza anni ’80. Trasferitosi a Cannes, in Costa Azzurra, dove vive con l’attuale moglie/manager ha formato i Mean Man. Nel 2012 esce il primo disco solista Nothing To Lose (debutto alquanto caotico e approssimativo… in una parola pessimo). Nel 2015 viene aggiustato il tiro con il secondo album autoprodotto “Shitting Bricks” (sempre rozzo e mal registrato ma dove spiccano canzoni valide). Da questi due dischi vengono estratte le migliori dieci canzoni più due brani dal vivo che vanno a formare il nuovo “C.H.P.” (forse il modo più rapido e veloce per tastare lo stato di salute del buon Chris). La sua gigantesca figura sale sul palco imbracciando la fida e sgangherata “Yellow Beast” della Jackson (talmente malridotta che ormai il giallo nemmeno si vede più), tatuaggi da ergastolano gli coprono tutto il corpo, pure quelli ormai sbavati e sbiaditi da mille battaglie, pantaloni della tuta personalizzata con il logo… un bel dito medio con la scritta “Fuck Off”: insomma mi pare un buon inizio! La band (bassista e chitarrista francesi, drummer rigorosamente italiano) che lo accompagna inizia a ruggire sparando una dietro l’altra le canzoni più rappresentative del Chris Holmes solista, come le anthemiche Let It Roar, Shitting Bricks, Get With It o l’inno rock’n roll Born, Work, Die. Tra queste, incastonate come gemme preziose nella set-list, non possono mancare i cavalli di battaglia dei bei tempi andati per la gioia del pubblico (che è sotto il palco solo per quelli!) cantati in modo discreto dall’altro chitarrista (Chris a malapena riesce a cantare i pezzi suoi figurarsi a coverizzare la voce di Blackie). I Mean Man danno così in pasto al pubblico L.O.V.E. Machine, Wild Child, Animal (Fuck Like a Beast) e Sleeping (In The Fire): la qualità proposta è sufficiente per far applaudire il pubblico e, stanti i presupposti (basta andare su YouTube), Chris Holmes passa l’esame. E' un buon ricordo, un'ora di grezzo e sudato hard metal senza fronzoli che si conclude con la cover Rockin' In The Free World di Neil Young. A fine show Chris non ammazza nessuno a coltellate bensì si siede ordinatamente e firma autografi facendo foto con tutti, sorridente e contento. Ride di gusto e dalla sua gola escono suoni che al primo momento paiono lingua inglese o forse è Chtulhu che gorgoglia? Pronuncia impossibile? Gola cavernosa? Tonnellate di sigarette? Dialogo impraticabile! Invecchiato e appesantito, sicuramente non molto raffinato, sia dentro che fuori dal palco, ma sotto quella chioma di capelli biondi ormai ingrigiti i suoi occhi sorridono sereni e se per caso capitasse dalle vostre parti vi saprebbe ancora regalare il vecchio e caro brivido del rock’n roll più sporco e genuino.

Testo e foto di MATTEO TREVISINI

ANTHRAX Live
Campo Sportivo
– Majano (UD)
22 Luglio 2016
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Quanti di voi avranno stropicciato gli occhi increduli dopo aver letto il nome Anthrax come ospiti dello storico Festival di Majano, cittadina della pedemontana friulana che ogni anno regala qualche chicca agli amanti del rock e del metal del nord-est? Quali Anthrax? Proprio loro? Uno dei cardini del mitico “Big Four” del thrash metal mondiale? Perfino ad ingresso gratuito?… queste sono le gemme che spuntano nei programmi delle decine di festival, sagre, motoraduni o manifestazioni di vario genere sparse in giro per lo stivale nel periodo estivo. I fans hanno cosi la possibilità, tra inutili tribute bands o gruppi di cover di Ligabue , di gustarsi qualche nome di spicco o qualche insolita icona con un passato di tutto rispetto. I metallari non si sono fatti pregare, rispondendo in massa a questa bella serata organizzata – come sempre – in modo “svizzero” al punto che nemmeno gli ormai tradizionali nuvoloni neri, calati minacciosi dai monti, hanno scoraggiato i fans giunti da Austria, Slovenia e Croazia... Giove Pluvio per quest’anno ha graziato lo show, scaricando ettolitri per la mezz’ora precedente, ma regalando poi un cielo stellato quando la band di New York ha fatto il suo ingresso on stage in un boato da stadio. Gli Anthrax iniziano sparando una dietro l'altra le prime tre canzoni dell'ultimo disco For All The Kings: Impaled, You Gotta Believe e Monsters At The End sono il classico esempio che l’età, alle volte, non conta nulla. Energici, in forma e subito al top dalla prima nota si divertono ancora un casino a suonare in giro per il mondo, questa è la verità! I tre “originals” Scott Ian, Joey Belladonna e Frank Bello guidano la carica dando più spessore ai brani nuovi, almeno dal vivo. Purtroppo non è della partita il drummer Charlie Benante sostituito comunque in modo strepitoso dall'ex-Testament e Slayer Jon Dette mentre all'altra chitarra c’è Jonathan Donais (ex-Shadows Fall). Il numeroso pubblico, all'arrivo dei grandi classici, esplode con un accenno di pogo sotto il palco: Madhouse e Got The Time, sempre calibrate però con canzoni più recenti della discografia della band di New York come Evil Twin o Medusa. C'è spazio perfino per un accenno di March Of The S.O.D. (dei S.O.D.!) mentre In The End è una dedica alla memoria dei compianti Ronnie James Dio e Dimebag Darrell le cui gigantografie appaiono ai lati del drum-kit. A comandare è sempre il piccolo grande Scott Ian, vera e propria icona del metal che macina i riff della band non dimenticandosi di scherzare con il pubblico mentre chi stupisce maggiormente è Joey Belladonna che dimostra di avere ancora delle corde vocali possenti e dinamiche. Scott sorride mentre esegue l’arpeggio iniziale di Antisocial e i fans vanno letteralmente in visibilio davanti alla cover dei Trust, oramai parte integrante del dna del gruppo e vero inno metal per le generazioni cresciute a pane e anni ottanta. I bis finali portano in dote Beathing Lighting e l’epico finale con la memorabile Indians, pezzo immancabile. Dopo un'ora e un quarto gli Anthrax salutano il Friuli: la band di Scott Ian e Joey Belladonna ha dimostrato di essere ancora carica di dinamite, una band che dopo 35 anni di onorata carriera, almeno in sede live, diverte e si diverte come fossero ventenni indemoniati.

Testo e foto di Matteo Trevisini

FRONTIERS ROCK FESTIVAL III
Live Club - Trezzo sull'Adda (MI)
22/23/24 Aprile 2016 ---> per le foto cliccare qui

23 Aprile
In alcuni casi il proverbio “non c’è due senza tre” lascia il tempo che trova. Nel business dei concerti, soprattutto in Italia, il rischio di organizzare eventi è sempre molto alto. Quindi tanto di capello al magnifico staff della Frontiers Records che ci ha creduto ancora una volta e ha organizzato la terza edizione di un festival che ormai, in Europa, non ha eguali imbastendo un bill di veterani, di star, di giovani di belle speranze e di progetti che difficilmente avremo la possibilità di rivedere dal vivo. Non ci sono file per entrare quest'anno ed anzi il colpo d'occhio è abbastanza deludente... per fortuna che con il passare delle ore il Live Club si riempirà a sufficienza facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti. Anche il tempo sorride ai rockers presenti con un cielo nuvoloso, qualche timido raggio di sole e dei temporali solamente nel tardo pomeriggio. Come era da attendersi c'è più ressa al banchetto della Frontiers che sotto lo stage... ma scoccano le 15.00, ora X d'inizio, ed il palco si riempie (è proprio il caso di dirlo!) con cinque irlandesoni del nord che di nome fanno NO HOT ASHES e paiono essere usciti da una battuta di pesca, pronti per una bevuta al pub del villaggio più vicino. Il gossip e il vociare riguardo a questi imbucati pingui ed attempati è intenso: con una carriera lunga 30 anni e nemmeno un grammo di vinile uscito a loro nome, ma un fantomatico contratto Frontiers per un disco d'esordio li fa guardare con sospetto. All'inizio ci sono sparuti gruppi di persone sotto il palco ma, man mano che il tempo passa, la quantità di fans aumenta. Bando quindi alle chiacchiere da Novella 3000, la musica dei No Hot Ashes vince su tutto con il loro Hard-AOR di marca tipicamente inglese unitamente ad una manciata di canzoni davvero convincenti (e ti credo, hanno avuto 30 anni di tempo per perfezionarle!). Sono in molti a fine show a chiedersi quando uscirà questo atteso debut album. Insomma, per farla breve, alla fine la qualità vince sempre. Da subito c'è aria d'attesa per i giovanissimi finlandesi SHIRAZ LANE che, dopo aver pubblicato da pochi giorni l'atteso primo album For cryin'out loud, faranno il loro debutto sui palchi italiani: roccioso hard rock americano tutto Guns e Skid Row il loro, energia, cori e testosterone. Hannes Kett, il cantante, si presenta con qualche chilo in più, assomiglia ad una Pigotta dai capelli giallo paglierino ed i pometti rossi come Heidi ma tira fuori una prestazione, tutta falsetto, senza sbavature (con quella voce durerà ancora un paio di album e poi la gola gli esploderà). Gli Shiraz Lane dimostrano comunque, dal singolo Wake up alle successive bombe House of cards, Mental Slavery e Beggin' for Mercy di meritare a pieno merito le assi di questo palco e le aspettative create intorno a loro dalla stampa di settore sembrano meritate! Se riusciranno a miscelare tutta questa potenza alla maturità che verrà con l'esperienza ne vedremo delle belle perchè talento e personalità ne hanno già da vendere. L'area relax esterna, complice il sole a sorpresa, si riempe da subito di fans e qualche artista comincia a fare capolino per una birra, un autografo o una foto: visto il deserto iniziale fa piacere che l'afflusso continui a crescere stabilizzandosi ai livelli dello scorso anno. Niente male, specie dopo tutte le (consuetamente sterili e nella stessa misura trascurabili, ndW) polemiche sul bill di questa terza edizione. Ma torniamo alla musica: sul palco arrivano i FIND ME, progetto nato grazie a Serafino Perugino che vede il frontman Robbie LeBlanc (Blanc Faces) insieme al factotum svedese Daniel Flores (Issa, Angelica e Alfonzetti tra gli altri). Aor classico arricchito da tante tastiere ma anche molta energia: dall'iniziale Nowhere to hide è una cavalcata tra le melodie dei due dischi pubblicati sotto il nome Find Me. Set di qualità e raffinatezza con in evidenza la voce Robbie che coinvolge da subito il pubblico con simpatia e bravura regalando quasi un'ora di ottimo Aor ultra melodico. Promossi! (Al banchetto è in vendita, per l'occasione e per la prima volta, il cd dei Fury, la prima band di Robbie Lablanc, se non l'avete già fatto recuperatelo in fretta, altamente consigliato! ndW). All'esterno arrivano Tommy Denander e Mark Mangold (Drive She Said) che naturalmente calamitano i fans in cerca di foto e autografi mentre sul palco è il turno dei THE TREATMENT, giovani inglesi, ma già navigati veterani con due album alle spalle ed il terzo, Generation me, appena uscito per Frontiers. Nella loro breve storia ottime recensioni e support act di prestigio al fianco di gente del calibro di Alice Cooper, Kiss e Motley Crue. La band di Cambridge ha cambiato negli ultimi tempi singer e chitarrista rinascendo di fatto - come una fenice - a nuova vita e facendoci vedere con i nostri occhi che ogni mossa fatta dalla band è stata azzeccata come un tredici (...esiste ancora il tredici? Ihihih, ndW) al Totocalcio: cattivi, esplosivi e carichi di energia fin dall'opener Let it begin. I The Treatment saranno una delle sorprese dell'intera due giorni nonchè una delle top band della giornata. Hard rock sporco grezzo, quasi punk, attitudine da vendere a cominciare dalle divise “Ramones style” fatte di chiodi neri e jeans sdruciti, insomma La Meglio Gioventù. Nuovi vip si aggiungono nell'area esterna tra cui Fiona Flanagan, eh sì... proprio quella Fiona! uno dei sex symbol anni '80 in ambito hard rock con quattro album alle spalle ed ex-moglie del produttore Beau Hill, presente oggi come ospite sul palco dei Drive She Said. C'è anche Michele Luppi tra una pausa e l'altra del tour mondiale come tastierista dei Whitesnake di mister Dave Coverdale. Emoziona sentirlo parlare delle sensazioni di esser parte di un'avventura inimmaginabile insieme alla sua band preferita. Grande musicista e persona umile e disponibile, un grande insomma! Grande fermento all'interno per l'inizio dello show dei DRIVE SHE SAID del duo Mark Mangold alle tastiere (ex Touch, American Tears e Michael Bolton) ed il cantante-chitarrista Al Fritsch i quali sotto questo monicker realizzarono nei primi anni '90 album d'inestimabile qualità: un misto di Hard Rock, melodia e suoni tecnologici (grazie anche alla batteria campionata) come l'album omonimo del 1989, Drivin'Wheel ed il terzo Excelerator. Questo pomeriggio con loro sul palco musicisti del calibro di Tommy Denander alla chitarra e Greg Smith, ex bassista di Rainbow e Alice Cooper, ma purtroppo non sempre una squadra di campioni riesce a portare a casa la vittoria... peccato perché l'inizio con Pedal to the Metal e la fantastica Hard to Hold faceva sperare in faville che mano a mano sono svanite, lasciando spazio ad un set sfilacciato e pasticciato dalle carenze vocali di Al Fritsch in primo piano. Non bastano i duetti con Fiona ed i balletti “hot” di Vivi Lundström, corista ed - i ben informati affermano - ex moglie di Mark Mangold a tirare su il voto di una prestazione anonima. Occasione sprecata. Non solamente le gambe chilometriche di Vivi alzano la temperatura tra i fans all'esterno: infatti c'è l'arrivo nel backstage dei Trixter, di Bruno Ravel e Rob Marcello subito circondati dal pubblico: sono arrivati gli americani! Altra band molto attesa oggi sono i TREAT: gli svedesi sono freschi di pubblicazione del nuovo ottimo disco Ghost of Graceland, dopo anni di silenzio. La band del cantante Robert Ernlund torna in pompa magna grazie anche al successo del disco precedente Coup de Grace: buio in sala, la band sale on stage, un tecnico di fiducia preme il tasto “Play” e inizia il set. Le canzoni sono ottime ed il feedback del pubblico è meraviglioso... il sound è perfetto, troppo perfetto! Passa il tempo, si aguzza la vista e si affina l'orecchio... è tutto finto! Basi registrate in abbondanza con l'inevitabile intoppo tecnico che fa svelare l'arcano anche ad un sordomuto. Robert Ernlund canta allontanando il microfono e magicamente la sua voce continua cristallina. Sembra di assistere ad un concerto dei Vesuvius dal film “The Rocker - il batterista nudo”. Anche i Drive she said avevano le basi ed al giorno d'oggi vengono usate da molti gruppi ma, in questo caso, il troppo stroppia! Peccato perché i Treat non hanno proprio bisogno di questi aiutini farlocchi. Svedesini truffaldini... Peccato che gli unici a restare defilati nel backstage siano Vivian Campbell i suoi LAST IN LINE che si concedono al pubblico solo dal palco come headliner di questo primo giorno. Era sembrato un azzardo mettere loro come band di chiusura: una tribute band di lusso ma pur sempre una tribute band (non sono d'accordo, con 3 membri originali come si fa a parlare di tribute band? Cosa dovrebbe fare uno, Vivian Campbell, per poter suonare i pezzi che lui stesso ha composto? Nessuno me lo ha ancora spiegato. Anzi, il cambio di nome dimostra un "rispetto" per quello che è stato che molte altre band hanno proprio dimenticato... ndW) a fronteggiare poi un repertorio alquanto ostico come quello di Sua Santità Ronnie James Dio. Invece Vivian Campbell, Vinny Appice e Phil Soussan hanno creato il pathos musicale perfetto per incastrare a meraviglia le prodigiose corde vocali di Andrew Freeman. C'è poco spazio nel set-list per il debutto Heavy Crown che al cospetto del vecchio materiale di Dio risulta essere veramente poca cosa. Ma quando i titoli dei brani proposti sono grossi calibri come Stand up and shout, Straight through the heart e Evil Eyes sembra facile conquistare anche il fan più critico in sala. Vivian torna a fare il guitar hero dopo anni di vacanza nei Leppard facendo girare la sua sei corde in modo fantasmagorico mentre la sezione ritmica è tellurica e perfetta come un orologio svizzero. La vera sorpresa però è proprio la voce del biondo vocalist che non tenta di imitare Dio ma dona personalità e sfodera una voce straordinaria per potenza e tecnica pur non stravolgendo le linee melodiche originali. I capolavori ci sono tutti, da Holy Diver a Rainbow in the Dark, regalando come bis un'emozionante dedica al compianto Jimmy Bain con Starbreaker, tratta dal debut. Grande show e vincitori a mani basse della giornata insieme ai The Treatment. Finito il primo giorno del Frontiers ecco che arriva la stanchezza dopo tante strette di mano, tante birre, tanti cd, foto, chiacchiere e sorrisi ma soprattutto tanta buona musica...tutti a nanna e pronti per il secondo round!

24 Aprile
Alle tre spaccate iniziano le danze: gli inglesi BLOOD RED SAINTS sono il primo gruppo a salire on stage. Non più di primo pelo sono insieme da pochi anni e provengono da band illustri del panorama Aor inglese come In Faith, Angels or Kings ed Eden's Curse. British Aor classico che ricorda molto gli FM ma che regala anche una band bella pimpante e decisa che attira l'attenzione e le simpatie di un pubblico già dal primo pomeriggio in numero abbondante. Al banchetto della Frontiers il loro debutto Speedway avrà sicuramente avuto un picco di vendite durante e subito dopo il set, garantito! Bravi! L'eccitazione è nell'aria per una delle band più attese del secondo giorno, gli inglesi INGLORIOUS. La domanda ricorrente su di loro tra il pubblico presente quest'oggi è una sola: “...il cantante Nathan James avrà anche dal vivo la stessa potenza vocale dimostrata sul disco di debutto?”. Nebbia diradata dopo pochi istanti dell'iniziale Untill I Die: il biondo vocalist, con in curriculum già esperienze importanti con la Trans Siberian Orchestra e nella band di Uli Jon Roth, dimostra di essere una forza della natura. Gli Inglorious pettinano letteralmente i presenti con una pacca ed un feeling hard blues devastanti dimostrando di possedere l'ingrediente segreto per incollare occhi e orecchie su di sè. Hard rock potente di stampo seventies (leggi Bad Company, Whitesnake e Deep Purple) con una sezione ritmica molto moderna che picchia e pulsa alla maniera dei Black Stone Cherry. Concerto fantastico nonchè indimenticabile che sarà uno dei top dell'intera edizione del festival! Breakaway, High Flyin' Gypsy con in mezzo una sentita cover di I Surrender dei Rainbow... la band è uno schiacciasassi! Anche Jeff Scott Soto, inebriato da cotanto talento, regala un siparietto durante la calda e suadente Holy Water portando alla band un giro di shots di liquido alcolico, quale omaggio per tanto spettacolo. La band prende in giro in modo nemmeno troppo velato l'esibizione artificiosa dei Treat del giorno prima sottolineando che loro non usano “fuckin' backing tracks” prima di concludere l'esibizione con una Unaware da dieci e lode. Sarà molto difficile fare meglio di così per oggi. Non è stata una buona idea piazzare TERRY BROCK dopo questi pesi massimi: è naturale che il suo set venga schiacciato come una stracchino sotto la zampa di un elefante! Che dire... l'ex cantante degli Strangeways ci mette anche del suo nonostante abbia in formazione il meglio dell'hard melodico in Italia del momento, accompagnato quindi da Alessandro Del Vecchio alle tastiere, Anna Portalupi al basso, il chitarrista Francesco Marras ed Edoardo Sala alla batteria, ma sotto il suo Stetson texano Terry fa una fatica boia a mantenere l'intonazione steccando frequentemente (che per un singer Aor è praticamente bestemmiare). La setlist pesca dalla sua produzione solista ma anche dalle canzoni degli Strangeways come è giusto che sia. Forse non meritava una posizione così in alto nel bill, semplicemente tutta qua ladisamina del suo set, ma piazzato tra Inglorious e Defiants non c'è proprio stata partita. Dopo di lui è l'ora di Rob Marcello, Bruno Ravel e Paul Laine, ovvero THE DEFIANTS, la nuova band nata da una costola dei Danger Danger e completata dall'ex drummer dei Clawfinger Micke Dahlen. La band stende il pubblico che aveva di sicuro grandi aspettative ma non si aspettava livelli simili di goduria. Il primo singolo, Love and bullets, è la partenza a razzo di un signor show ad alto tasso emozionale, carico di energia, feeling, tecnica e simpatia. Grind è la prima canzone dei Danger Danger anni '90 (quelli appunto con Paul Laine al microfono). Rob Marcello è la perfezione fatta chitarra: qualsiasi solo, passaggio o riff è splendido. Lo stesso Paul Laine è in stato di grazia... ma non si può dire altrettanto del suo parrucchiere di fiducia! (Paul Laine è praticamente il sosia americano di Den Harrow, ndW). Anche la sua carriera solista viene setacciata con We are the young e la splendida Dorianna, cantata da un pubblico in estasi. Dead, drunk & wasted, Goin' goin'gone dei Danger Danger “Mark II”... Bruno Ravel è carico e divertente come non mai e non smette un attimo, tra un brano e l'altro, di parlare e far battute ringraziando tutti a cominciare dai ragazzi della Frontiers e alla fine scappa un saluto perfino a Ted Poley! God of Thunder dei Kiss e la magistrale Beat the bullet fanno esplodere il Live Club. “Prank” finale sulle note di Paradise City dei Guns in versione speedy! Sorrisi, abbracci ed il pubblico letteralmente a bocca aperta: gioco, partita, incontro! Dopo un set simile sarebbe dura per chiunque tenere alta l'attenzione del pubblico ma tocca alla GRAHAM BONNET BAND dell'ex cantante di Rainbow, M.S.G., Alcatrazz e Impellitteri tra gli altri, quindi la curiosità è tanta. Il vocalist inglese, dall'alto delle sue 69 primavere, è atteso proprio per il pedigree regale di cui dispone. Accompagnato dalla moglie Beth Amy Heavenstone al basso e dal bravissimo chitarrista brasiliano Conrado Pesinato che - non scordiamocelo - questa sera ha l'arduo compito di dover suonare pezzi di maestri del calibro di Blackmore, Malmsteen, Michael Schenker (e Steve Vai, ndW)...non male no? Il giovane chitarrista li sciorina comunque con discreta disinvoltura mentre alla batteria, last but not least, il grande Mark Zonder, ex drummer di Fates Warning e Warlord e attuale batterista dei Ten, completa la formazione. Il setlist ,naturalmente, è formato da perle memorabili da All night long dei Rainbow a Stand in the line degli Impellitteri, un “best of” di tutti i gruppi storici in cui il buon Graham ha donato la sua voce. Dietro ai classici occhiali scuri il singer regge in modo scafato e scaltro ma più di una volta è al limite con le corde vocali, ma non importa, il pubblico è dalla sua parte. Mr. Bonnet fa parte di quella schiera di artisti che vanno visti almeno una volta nella vita e in questa circostanza ha dimostrato tutta la sua classe nonostante i limiti evidenti dovuti all'età: respect! (parere mio: nella seconda metà in particolare lo show si è sviluppato su un ottimo livello, ndW). Arriva coì per molti dei presenti il concerto più atteso nonchè probabilmente la band più attesa dell'intera due giorni: per la prima volta in carriera i TRIXTER suonano in Europa è già di per sé questo sarebbe un evento! Il vero evento è però il set che questi quattro ragazzini (dici bene! ndW) imbastiscono per il Frontiers Rock Festival: dall'opener Rockin' to the edge of the night Peter Loran e Steve Brown fanno scintille con tutti i loro grandi classici dei primi anni novanta, da Heart of steel a Play Rough, dalla splendida Road of the thousand dreams ai bis finali doverosi con One in a million, Rockin' horse e Give it to me good. Una libidine! Vedere una band americana all'opera è sempre un piacere per le orecchie ma anche per gli occhi visti i salti per il palco, le corse, le pose e gli assoli di chitarra dietro la schiena del sempre troppo sottovalutato Steve Brown. Mark “Gus” Scott, nonostante la stazza dimostra dietro il drum kit agilità e potenza picchiando come un fabbro le pelli. Insomma simpatia, energia, spettacolo e bravura! Che altro dire, i Trixter erano tra i più attesi e non hanno minimamente scalfito le altissime aspettative che i fans avevano riposto in loro. Cacchio! Dopo di loro è difficile connettersi di nuovo. Piove a dirotto e l'aria si è fatta gelida, la stanchezza si fa sentire come un macigno ma mancano gli headliners di oggi, il gran finale di questa terza edizione del “FRF”: la reunion esclusiva dei TALISMAN di mister Jeff Scott Soto. Reunion si fa per dire, visto che della lineup originale c'è solamente lui ma, credetemi, basta e avanza! Soto catalizza su di sé gli occhi di tutti i presenti con il suo carisma, la sua voce ed il suo essere un vero animale da palco che travolge tutto e tutti forte di una carica dinamitarda, di mosse e trucchetti da scafata rockstar. Break your chains e Colour my XTC e booom...l'audience è già i suoi piedi. Di nero vestito e con i bracciali borchiati Jeff è grondante di sudore al primo ritornello ma si sposta su e giù per il palco come una pallina impazzita. Classico greatest hits della band svedese con nel mezzo momenti notevoli come l'adagio di Albinoni del fido chitarrista Pontus Norgren, una dolce dedica al padre, che Soto accompagna alle tastiere. Il picco emotivo naturalmente arriva quando inizia l'immortale I'll be waiting con Soto che inizia duettando con Nathan James degli Inglorious per poi infilarsi nel parterre e urlare il chorus in mezzo ai fans ed insieme ai fans: “...If you need somebody, call out my name...I'll be waiting right by your side...everything changes, but love will remain...I'm awaiting right by your side...tonight!!!”. Signori, che spettacolo! Un doveroso ricordo va anche all'altro fondatore dei Talisman, Marcel Jacob, che sicuramente si sarà godendo lo show dall'alto dei cieli. Come chiusura del concerto e dell'intero festival quale modo migliore e più emozionante se non la cover di Purple Rain di Prince, sull'onda emozionale della morte del folletto di Minneapolis due giorni prima, con tutto il pubblico a cantare insieme a Jeff... e sono ancora brividi lunga la schiena! The End e titoli di coda anche per quest'anno. Ora ne siamo (avevi dubbi? Lazzarone...ndW) convinti: il prossimo anno saremo di nuovo tutti qua per la quarta edizione (già confermata a poche ore di distanza dal termine della terza, ndW): più che una speranza è un vero e proprio presentimento. Long live rock'n roll, long live Frontiers Rock Festival!

Testo e foto di Matteo Trevisini


GHOST + The Dead Soul in Concerto
DEPOSITO GIORDANI -
Pordenone 12/02/2016
Clicca QUI per le foto.

Location: esterni dello Staples Center di Los Angeles, sera di lunedi 15 febbraio 2016, red carpet dei 58° Annual Grammy Awards. Inquadratura su loschi e inquietanti figuri mascherati nel bel mezzo di stars ingioiellate e ricolme di Botox, facce tra lo stupefatto e l’incuriosito: gli svedesi Ghost vanno a vincere a mani basse il Grammy come Best Metal Performance grazie al singolo Cirice. Dissolvenza sulla band che, nonostante abbia Lucifero dalla propria parte, non riesce a nascondere una sincera e quasi tenera emozione dietro a maschere e make-up per un premio cosi prestigioso… della serie: “anche i duri piangono!”. Flashback di solamente tre giorni. Immaginate di sostituire i riflettori, le limousine nere e le alte palme californiane con un'uggiosa e alquanto piovosa serata nella periferia di Pordenone: campi di grano tumidi d’acqua piovana ed il parcheggio del Deposito Giordani che si riempie di auto con targhe da ogni dove (Croazia, Slovenia e Austria comprese) che svelano l’eccezionalità dell’evento a cui assisterà un pubblico abbondante che non si avvicina al sold-out ma che rende comunque soddisfatti gli organizzatori: si va dal classico metallaro all’hipster barbuto spinto dalla curiosità mossa dai media intorno al nome Ghost. Alle nove in punto il trio svedese dei Dead Soul si appropria del palco come support act in una sala ancora mezza vuota e con molti fans alle prese con la prima birra della serata o a rimirar il banchetto (alquanto costoso!) del merchandising ufficiale. Sotto contratto con Century Media la band sta promuovendo il loro ultimo disco The Sheltering Sky. Il gruppo, accompagnato da una drum machine e capitanato da Niels Nielsen e Anders Landelius, presenta un blues imbastardito dall’elettronica e dal dark, un felice incontro tra i Depeche Mode, i primi Cult, Johnny Cash e il Nick Cave più notturno. Set coinvolgente che ha suscitato più di un motivo d’interesse e commenti positivi tra i presenti: promossi! Buio in sala, ghiaccio secco, visibilità pari a zero e casse che ruggiscono musiche ecclesiastiche di Gregorio Allegri… passano i minuti che si accumulano in decine, l’impazienza del pubblico per questa intro comincia a far ribollire il Deposito: la band vuole creare tensione prima della catarsi d’inizio concerto facendo ricordare gli shows dei Manowar che dilettavano i fans con ore e ore di musica kabuki giapponese sparata a volumi folli prima di uscire on stage. All’improvviso luci bianche intense illuminano il palco tra il boato della folla mentre le ombre dei Nameless Ghouls prendono posizione sulle note iniziali di Spirit, l’opener dell’ultimo splendido disco Meliora. L’imponente figura di Papa Emeritus III si staglia dall’alto, sfumata ancora dalle abbondanti dosi di ghiaccio secco. Spettacolo e coreografia, fondamentali per una band come i Ghost, non vanno ad intaccare o sminuire un impianto sonoro di prim’ordine: From the Pinnacle to the Pit dipana – come il fumo on stage – i pochi dubbi rimasti a chi stasera è presente per curiosità, senza conoscere a fondo il fenomeno Ghost nella sua interezza. La band scandinava non è solo costumi luciferini e trovate in odor di zolfo ma nella raffica iniziale formata da brani potenti come Stand by Him, Con Clavi Con Dio e Per Aspera ad Inferi dimostra il proprio valore tecnico, evidenziando precisione e compattezza. Dopo l’incenso di Body and Blood Papa Emeritus III torna sul palco senza la lunga tiara papale e l’ingombrante mitra: abbandonati i paramenti liturgici il suo look è a metà tra un mimo francese ed un cameriere a servizio del banchetto di Belzebù. Cirice travolge il pubblico per quello che è, una semplice e meravigliosa canzone pop: impossibile rimanere impassibili! Year Zero è ormai un cavallo di battaglia della band mascherata, un fulgido incrocio tra Mercyful Fate ed Rondò Veneziano. Altra gemma dalle melodie cristalline, sempre dal “best seller” Meliora, è He Is... lo show non lascia un attimo di respiro passando da Absolution all'orrorifica Mummy Dust. Tra lo stupore generale Papa Emeritus III svela l’arcano su una leggenda metropolitana riguardante il nameless goul dietro alle tastiere: ebbene si, tra il boato della folla, conferma le voci circolanti, il demone senza nome ha natali triestini! Benedetta (anzi, in questo caso maledetta!) globalizzazione! I bis sono un calderone di classici come Ghuleh/Zombie Queen, Ritual e il gran finale di Monstrance Clock. Certo la patina glamour ha sostituito la fuliggine nera e misteriosa dei primi tempi quando la band suonava e non proferiva parola alcuna (Papa Emeritus III è diventato fin troppo chiacchierone) ma i Ghost questa sera hanno dimostrato che dal vivo sono una bomba atomica di pura malvagità spettacolare. Una band nera e oscura che ha deciso di portare alle masse il verbo di satanasso a suon di hard rock/ pop intriso di anni settanta e B-movies horror dal sapore vintage. Il “boom” mediatico nei loro confronti è giustificato, la band ha dimostrato di essersi guadagnata i galloni sul campo di battaglia.


Matteo Trevisini

DOWNLOAD Festival 2015
DAY 3 - Domenica 14 Giugno
(Report semiserio su come affrontare il festival dei festival - Clicca QUI per le foto)

Ultimo giorno... rush finale! Occhi incollati e attacco feroce di sbadigli incontrollati: la stanchezza comincia a farsi sentire! L'adrenalina è però a livelli stellari visto il bill odierno. Colazione in albergo: io che mi preoccupavo di andare giù in pantofole (Converse ancora bagnate dal primo giorno e stivali di gomma in condizioni pessime!) ma c'è invece gente che si presenta bellamente scalza! Benedetti inglesi! Il tempo è tiranno e non si può arrivare tardi visto che all'apertura del festival (11.00 am) ci sono subito i fuochi d'artificio: allo Zippo Encore Stage i Dead Daisies di John Corabi aprono le danze! Il sole è alto e splende caloroso ma in lontananza cumuli di nuvoloni nero pece galleggiano placidi come un oscuro presagio. Meglio godersi questo momento improvviso d'estate e non pensarci. C'è tanta gente già assiepata che evidentemente non voleva perdersi cotanta superband di lusso con John Corabi nel ruolo di mattatore capo, Marco Mendoza al basso (ex-Whitesnake e Thin Lizzy tra gli altri), Tommy Clufetos alla batteria (drummer di Ozzy e dei Black Sabbath), Richard Fortus alla chitarra (ex -Axl'n Roses) e Dizzy Reed ai tasti d'avorio, a cui non servono presentazioni visto il lavoro fatto sui due monumentali Use Your Illusion. Freschi di pubblicazione del loro secondo disco Revoluciòn si presentano con il primo singolo ed opener Mexico: Crab è come sempre in piena forma ma a tutti quanti è chiaro che ci tengono a fare bella figura davanti all'audience di Donington Park. La band va a pescare nel blues e soul anni settanta regalando un set intenso anche se troppo breve, peccato! Sia dannato chi li ha messi cosi in basso nel bill! Restiamo dalle parti dello Zippo visto che ci sono i paladini svedesi dell'A.O.R. moderno e ipervitaminizzato, gli H.e.a.t, che stanno portando in giro ancora il tour dell'ultimo disco Tearing Down The Walls. Il vocalist Erik Gronwall comincia di gran lena anche se pare abbia un asciugamano infilato in gola. Ci vogliono un paio di canzoni perchè torni la voce a livelli accettabili: non aiuta tutta l'energia che consuma correndo, saltando e gettandosi giù dal palco per andare tra il pubblico. L'obiettivo di far cantare le prime file è raggiunto: se non tecnicamente, almeno dal punto di vista dell'intrattenimento, per loro pollice alzato! Gironzoliamo un pò prima di andare al Jake's Stage, il palco più piccolo, per l'unico show interessante di oggi. Hanno appena iniziato gli inglesi Colour of Noise di Brighton, sorta di project messo insieme dal vocalist dei "metallari" Furyon e da Bruce Dickinson, ex-chitarrista dei Little Angels. Solida band che pesca in un hard rock tipicamente inglese e marchiato "anni settanta" con un impronta che ricorda i Bad Company di Paul Rodgers. Piacevoli e professionali fanno vedere tutta l'esperienza e l'amore per il sacro fuoco del rock blues. Passiamo vicino al Main Stage dove si stanno esibendo i Cavalera Conspiracy, la band messa su dai fratelli Max e Igor Cavalera. Dopo i Sepultura e svariati anni di dissidi sono tornati nel 2007 a lavorare insieme sfornando due album ma portando soprattutto in giro per il mondo l'importante eredità della band carioca: insomma fa sempre piacere riascoltare dal vivo Roots Bloody Roots e Refuse/Resist. All'una e un quarto si ritorna febbrilmente allo Zippo per l'atteso set dei Backyard Babies. Il sole va via definitivamente e purtroppo si alza anche un fastidioso vento freddo mentre partono le note del nuovo singolo, quello del grande ritorno dopo un lungo periodo di pausa, la promettente Th1rte3n or Nothing. Subito Nicke Borg e soci partono in quarta, incoraggiati dal pubblico tutto dalla loro parte. Il grande telone nero con il teschio bianco, logo della band, ondeggia imponente dietro a loro mentre parte una sventagliata di classici per stordire ben bene i fans...Highlights, The Clash, Brand New Hate. Dregen salta come un grillo, guardato a vista dalla moglie Pernilla Andersson a bordo stage, una che di certo non passa inosservata! Alcuni problemi tecnici con la chitarra di Nicke e qualche cassa gracchiante ma pazienza. A loro non frega nulla! Gambe larghe e strumenti alle ginocchia, macinano avanti lo show senza pensarci troppo: Dysfunctional Professional ed il gran finale con Minus Celsius e purtroppo è già ora di terminare il set. I quattro eroi di Nassyo si stavano appena scaldando! Un inchino al pubblico in visibilio, qualche plettro e adiòs Raggiungiamo il Main Stage dove stanno già suonando i Tremonti, side project di Mark Tremonti, chitarrista degli Alter Bridge. Curiosità: sul palco al basso c'è Wofgang Van Halen, figlio di Eddie e membro ormai effettivo della band paterna al posto di Michael Anthony. Quadrati e tecnicamente perfetti sono autori di un post metal che ricorda gli stessi Alter Bridge solo con accelerazioni speed-thrash. Inizia a piovere per fare bingo... non poteva proprio mancare nemmeno oggi la pioggia albionica. Giro per le bancarelle tra trampolieri gotici e quattro di loro vestiti perfettamente da Kiss giganti! Sono le due e mezza ed è ora di mangiare. E' pieno ovunque di fans truccati da Kiss e - volendo - c'è perfino lo stand dove per soli tre pound ti fanno il face painting del tuo Kiss preferito! La pioggia ed il vento diventano sempre più fastidiosi e tutte le bancarelle di cibarie sono prese d'assalto creando file lunghissime ovunque. Alla fine si punta sulla cucina thailandese e finiamo per mangiare in piedi sotto la pioggia noodles con pollo quando hanno già cominciato i grandi Blackberry Smoke. Dagli ampli escono le note di Six Way To Sunday mentre la pioggia viene giù in diagonale dando fastidio non poco allo show: poco importa quando dallo stage si spandono nell'aria le dolci note di Pretty Little Lie. La band di Atlanta ci da dentro incurante delle intemperie facendo catapultare il pubblico ad una sagra paesana del sud degli States (temperatura a parte). Li tradiamo cinque minuti tentando di avvicinarci al tendone del Maverick Stage dove si stanno esibendo a sorpresa (ebbene si, al Download ci sono, come se non bastasse, anche gli show a sorpresa!) i The Darkness dei fratelli Hawkins, ma niente da fare, entrare non se ne parla proprio ma nemmeno avvicinarsi per intravedere qualcosa. C'è talmente tanta gente che è praticamente impossibile sentire una sola nota: non una grande idea metterli qua visto l'amore ed il seguito che hanno in madre patria. Torniamo allora allo show dei Blackberry Smoke: Shakin'Hands with the holy ghost, One horse town ed il gran finale con Ain' Much Left Of Me una gran bella prova di maturità. Jackie Starr guida la carica tenendo alta la bandiera confederata e facendo risplendere la sacra tradizione di bands come Lynyrd Skynyrd e Black Crowes. La band viene seppellita dagli applausi al momento dei saluti finali. Smette di piovere e troviamo sotto il Main Stage a pochi metri dal palco un varco che ci permette di aspettare il set di Billy idol da una posizione invidiabile: davanti a noi tre tipi di mezza età seduti sulle rispettive seggioline da campeggio vestiti come se andassero a pesca e tranquilli e placidi a far pic-nic, bere sidro e fumare grassi joints, sembra di assistere ad una tipica scenetta comica alla Monty Phyton... always look on the bright side of life... Alle quattro in punto inizia Billy Idol che si presenta sul palco con la stessa formazione degli ultimi anni tra cui il fido Steve Stevens (con relativa moglie a bordo stage, una biondona siliconata che chatterà svogliatamente tutto il set con il cellulare non degnando di uno sguardo suo marito nonostante facesse numeri di alta scuola circense!). Billy esce sorridente e bello pimpante con una voce in forma a confronto dell'ultimo tour europeo: naturalmente il set è in gran parte basato su un suo “greatest hits”, lasciando ampio spazio alle immortali Dancing with myself fino all'epocale e multicoverizzata White Wedding, da Flesh for Fantasy a Eyes without a face Billy è in forma fisica smagliante e passa poco tempo prima che si apra la camicia per far rimirare la sua “tartaruga” da culturista ventenne. Scherza con il pubblico e con i musicisti. Steve è il solito tecnicissimo giullare con la sei corde e non fa mancare nemmeno stavolta, né l'assolo dietro la schiena né quello con la pistola laser. Gran finale con Ready Steady Go e l'immancabile Rebel Yell. Come non si fa a cantare una canzone cosi a squarciagola ? Impresa ardua trovare un bagno libero e ci tocca un giro infinito per trovarne uno con una coda umana. Si ha la scusa per sbirciare nella tenda dei tattoos: questi sono fuori! Si fanno tatuare e dopo tornano a mettersi stivali di gomma e k-way per tornare nuovamente a rotolarsi nel fango! Torniamo in tutta fretta al Main stage arrancando in un mare di fango (a poche ore dalla fine del festival è stato superato il punto di non ritorno) quando in lontananza si sentono le prime note di Slash con Myles Kennedy and The Conspirators: iniziano con You're a Lie... Nightrain è un inno, qualsiasi persona smette di fare quello che sta facendo e si mette a cantare e a ballare. Pazzesco! Back From Cali smorza gli entusiasmi ma non i brividi con Myles e la sua voce che svettano: lui è una macchina che non sbaglia una nota nemmeno sotto tortura e pure salta e galoppa in lungo e in largo sul palco sempre sorridente. Slash invece è più statico e lascia le luci della ribalta alla sua chitarra. In posizione decentrata la visuale è intralciata dalle braccia meccaniche delle telecamere, in mezzo invece è un caos che si trasforma in un'orgia al momento di You could be mine: signore sovrappeso di una certa età ballano insieme e a pochi passi ragazzine appena maggiorenni (forse) fanno altrettanto! La musica dei Guns unisce generazioni diverse in modo cosi naturale... Word On Fire e la splendida Anastacia. L'intro di Sweet Child O'Mine manda ancor più il pubblico in delirio e gran finale con Slither, eredità dei Velvet Revolver per poi esplodere nell'orgasmo conclusivo di Paradise City. Finito il set di Slash è giunta l'ora di scegliersi un ottimo posto per i Motley Crue e quale migliore se non quello di prima? Torniamo là dei tre amici che continuano a fare pic-nic incuranti e ci arrischiamo anche di stendere i ponchi nel fango per riposare un po' prima del gran finale del Download. Ho personalmente terrore di vedere i Crue per l'ultima volta prima del loro scioglimento. Ho ancora negli occhi lo spettacolo scarso dell'ultimo Gods of Metal del 2012 quando Vince cantò in modo imbarazzante ed i video postati su facebook nelle scorse settimane,soprattutto quelli dello Sweden Rock festival, non lasciano presagire nulla di buono. La nostra paura è che i Crue se ne vadano in pensione senza onore e senza gloria. Niente di più falso! Niente di più errato! Chiariamolo subito, i Crue hanno fatto lo show della vita regalando una prestazione “monstre” per intensità e pathos mettendo subito in chiaro che per loro Donington è importantissimo a partire da quello storico Monsters of Rock del 1984. Grazie Nikki! Grazie Mick! Grazie Tommy! Ma grazie soprattutto a te Vince che oggi ci hai risparmiato scene imbarazzanti dovute alla mancanza cronica di voce (quanto ad imbarazzo stendiamo un velo pietoso sul suo completo e la sua asta - microfono di brillantini dorati). Saints Of Los Angeles e Wild Side sono la doppietta iniziale, Primal Scream e Same ol' Situation le fiamme dall'inferno, ma ci sono anche le ballerine scatenate sul palco a fianco di Vince mentre Nikki fa la spola: i ragazzi sono carichi come molle! Looks That Kill e poi On With The Show con Vince che ricorda i primi tempi, quando bazzicavano Hollywood ed erano solamente ragazzini, brividi corrono lungo la schiena! Too Fast For Love e Smokin' In The Boys Room sono esaltanti, Tommy Lee picchia come un fabbro ed il solo Mick è fermo di fronte al suo microfono, ormai sembra V di V per Vendetta, maschera inclusa! Povero. Questa intensità non l'avrei mai immaginata né tanto meno sognata e va quindi oltre ogni più rosea aspettativa, perchè questo è Donington, signori! Oggi, per di più, è l'ultimo festival in assoluto su suolo europeo dei Crue. Anarchy In The UK, Dr.Feelgood, Shout At The Devil , fuoco e fiamme sia sul palco che dietro a noi. Sulla torre del mixer parte uno spettacolo pirotecnico in sincronia con lo stage, uno show rovente a 360 gradi! Su Live Wire e Girls Girls Girls Vince fa cantare il pubblico anche per rifiatare un po', Mick fa urlare la sua chitarra tra delay e distorsori prima di attaccare col mitico riff di Kickstart My Heart... è l'apoteosi. Seguono i saluti finali ai fedeli fans inglesi con inchini ed il noto fotografo Ross Halfin che li fotografa tutti e quattro con la marea umana del Download! Pazzesco, la gente è in catalessi, IO sono in catalessi mentre il pubblico esce dalla bolgia urlando Crue Crue Crue Crue Crue come un mantra sciamanico. Ad un certo punto, cinque minuti dopo, decine di fans cominciano ad urlare e a correre sotto il palco in un caos generale, non si capisce cosa sta succedendo finchè non partono le note di piano di Home Sweet Home! Tommy e Vince regalano un duetto unico anche perchè a sorpresa, le lacrime mi rigano il volto, per la seconda volta in un'ora! Brutti bastardi! Stavolta me l'avete giocata proprio alla grande, non pensavo sareste stati in grado di strapazzarmi i sentimenti in questo modo. Storditi ci avviamo a cercar cibo per la cena, sono le otto e tre quarti ed il consumo di energia ci ha fatto venire fame: mezzo pollo con patate e passa la paura. Il cielo è terso anche se fa fresco, andiamo a comprare la maglietta ufficiale del Download festival ma – come volevasi dimostrare - tutto il merchandising ufficiale del download è sold out. Ingenui ad aspettare l'ultima sera. Il pubblico è in fermento per l'attrazione finale... e di vera attrazione si tratta ! You want the best... you got the best... the hottest band in the world... Kiss!!! Lo storico telone viene giù in un boato assordante: Detroit Rock City vista da dietro la marea umana (sono 85 mila i paganti!) è impressionante. I classici vengono sciorinati con maestria e mestiere: Deuce, Pshyco Circus e Creatures of the Night cantata da un Gene feroce; Paul chiacchiera con il pubblico tra una canzone e l'altra (per riprendere fiato?), la voce infatti ormai da anni se ne è andata e fa sempre un'estrema fatica a reggere tutto lo spettacolo. I Love It Loud, War Machine...Tommy Thayer è perfetto nella parte (il vero Spaceman lo abbiamo visto il giorno precedente), Gene sputa fuoco piantando la spada a centro palco (all'Arena di Verona pochi giorni prima aveva ciccato il bersaglio facendola cadere).Do You Love Me, Hell or Hallelujah, Calling Dr. Love, Lick It Up... i Kiss regalano spettacolo nello spettacolo, un vero orgasmo visivo oltre che sonoro. Gene inizia l'assolo di basso a bocca piena: controluce si vedono i cavi legati alla sua schiena, la pedana viene giù, sputa il sangue, la pedana torna su vuota! Niente volo! God Of Thunder viene cantata al piano terra, chissà perchè? Forse c'è troppo vento o chissà quali problemi tecnici. Cold Gin e Love Gun fanno dimenticare l'intoppo con Paul che vola sul pubblico fino alla torre del mixer in un tripudio di applausi. Black Diamond prima dei bis finali: Shout It Out Loud e I Was Made For Lovin' You prima dell'inno per antonomasia Rock'n Roll All Nite. Coriandoli, botti ed esplosioni, ringraziamenti mentre dagli altoparlanti escono le note di God Gave Rock'n Roll To You mentre da dietro e da sopra l'immenso palco parte uno spettacolo pirotecnico di fuochi d'artificio di chiusura festival da far invidia a quelli di fine anno a Napoli! I Kiss salutano il Download e l'organizzazione saluta le decine di migliaia di Downloaders: è l'atto finale di questa indimenticabile tre giorni. Il ritorno a Derby e al sospirato albergo è lungo ma senza intoppi questa volta. In camera, dopo una doccia rinfrancante, non sarà affatto divertente stare in ginocchio in bagno con gli stivali di gomma in vasca e lavarli e ripulirli dai sassi sotto la suola con un coltellino di legno (rubato a cena nello stand del pollo arrosto). Naturalmente il giorno seguente e – da previsioni – per tutta la settimana il sole ed il caldo faranno capolino su tutte le Midlands, ma questo è un altro discorso.

N.B. Il ringraziamento finale per l'aiuto, la compagnia, l'amore e la pazienza dimostrata a mia moglie Giorgia, al mio fianco anche in questa mastodontica avventura! See You Next Year Download!

Testo e foto di Matteo Trevisini


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DAY 2 - Sabato 13 Giugno
(Report semiserio su come affrontare il festival dei festival - Clicca QUI per le foto)

 La luce tremolante della Tv accesa si riflette sulle tende della camera dell’Hotel mentre il conduttore del  servizio meteo di BBC4 sta mostrando le previsioni odierne su tutto il Derbyshire (anzi, su proprio tutte le Midlands… gli inglesi - si sa - non badano a spese quando si tratta di pioggia!). Bisogna organizzarsi e mentre parte la sigla di Peppa Pig si fa un salto da Eurosport in centro, reparto “caccia e pesca”. Prezzi modici e per pochi pound si risolve con stivali di gomma e pantaloni impermeabili. Non sarà un look molto “rock’n'roll” ma la praticità viene prima di tutto… e sarà la mossa vincente della giornata. All'autodromo di Castle Donington osserviamo il disastro che la pioggia ha creato la sera prima, ora che la luce del giorno ha scoperto le carte: il fango generato da 80.000 persone che la sera prima hanno zompettato allegramente sull’erba è ovunque! Gli organizzatori hanno lavorato tutta la notte per srotolare balle di fieno secco e creare un tappeto sopra il mare di fango. Inutile dire che la pioggia costante di oggi sarà il loro supplizio di Tantalo: più fieno sparso più fango prodotto e fine della storia! Alle 12.45 ci infiliamo nel tendone del Jake’s Stage (il quarto palco, quello più piccolo) che cade a fagiolo vista la pioggia battente… all’interno l’umidità ed il caldo sembrano aprire una dimensione spazio-temporale, facendoci catapultare in un bagno turco di Istanbul. Stanno suonando i californiani New Years Day, band goth nu metal guidata dalla bella e brava Ashley Costello. Tiro e pezzi divertenti all’insegna di un hard metal moderno carico di ritornelli catchy che il pubblico sembra gradire molto: gran inizio di giornata e menzione speciale per quei quattro fenomeni in prima fila che, non contenti di esserci, pensavano bene di riprendere tutto il set con il cellulare piazzato su una lunghissima asta selfie periscopica! Non ci sono pensieri per il pubblico retrostante e per la visuale defraudata da quattro bastoni svolazzanti… bene cosi! Giro tra le bancarelle di cianfrusaglie per ripararsi dall’acqua, complice un buco nel bill di bands quantomeno interessanti, ma il Download è anche questo: gustarsi il senso di appartenenza alla grande festa. Nonostante il tempo (per gli abitanti della terra d’Albione oggi è peraltro una tipica bella giornata infatti la pioggia cade giù dritta e non di traverso) anche oggi ci sono personaggi vestiti e svestiti con le fogge più bizzarre ed imbarazzanti. Alle due, dopo un pranzo multiculturale a base di Pizza e Paella, la maggior parte del pubblico si accalca sotto lo Zippo Encore Stage pronta a godersi lo show di Ace Frehley. Ace sale sul palco con la sua fedele Gibson e con una band di tutto rispetto formata dal bassista Chris Wyse (ex-The Cult e Ozzy), il fantastico Scott Coogan dietro le pelli (ex-Brides of Destruction nonché decine di altre bands) ed il fedele Richie Scarlet alla chitarra, amico e compagno nei Frehley’s Comet già dagli anni Ottanta. Inizia con "Rip it out" per poi far esplodere il pubblico già dal secondo brano "Parasite". Dopo le canzoni tratte dalla sua carriera solista il cloù viene - come naturale – riservato ai pezzi storici del “Bacio”, da "Cold Gin" a "Love Gun", da "Shock me" a "Deuce", mandando tutti in visibilio quando la sua Les Paul comincia a far uscire il classico fumo bianco. Troviamo due nei? Il poco tempo riservato ad un mostro sacro come lui e la mancanza in scaletta di "New York Groove"! Per il resto brividi di piacere!  La pioggia da un po’ di tregua riuscendo a farci godere la prestazione dei monumentali Testament from Bay Area che arrivano sul palco al galoppo presentando un set breve ma iper-vitaminizzato. Gettano in pasto al pubblico classici del thrash metal “old school” come li chiama il gigante Chuck Billy: More than meets the eye, Practice what you preach, Into the Pit fino a Native Blood, in onore dei nativi americani di cui Chuck stesso è un orgoglioso discendente. Alex Skolnick e Eric Peterson si dividono le asce mentre la sezione ritmica “monster” formata da Gene Hogland e Steve Di Giorgio dona una base solida a pezzi eseguito con precisione e di una cattiveria pazzeschi! Si arranca nel fango facendosi venire i glutei belli sodi per raggiungere il Main Stage dove si stanno esibendo i Rise Against, band punk rock americana che veleggia tra un melodic hardcore ed un pop alla Green Day. Risultato? Non mi piace il genere. Preferiamo raggiungere il tendone del Jake’s Stage dove iniziano puntuali una delle “new sensations” britanniche più pubblicizzate dai magazines d’oltremanica, i giovanissimi idoli di casa The Struts! Mescolano pop rock a venature glam anni settanta: il loro asso nella manica è sicuramente Luke Spiller, un frontman dalla carica e dalla voce che non passano di certo inosservate, un incrocio tra un giovane Freddie Mercury ed un Mick Jagger d’annata. Dalla sua ha anche una bellezza androgina che fa urlare le tante ragazzine nelle prime file. Insomma i The Struts paiono aver tutto per sfondare: canzoni, attitudine, bravura. Tutto il set è ricoperto da una polverina brillante che fa gridare “noi diventeremo famosi”…”noi diventeremo famosi” ! Io non stento a crederlo. Veramente incredibile l’impatto su tutto il pubblico presente nel tendone, dalle ragazzine di cui sopra a rockers sessantenni che applaudono convinti con il sorriso divertito. Ne sentiremo parlare…garantito! Ci fermiamo al Main Stage ad ascoltare la band americana dei A Day To Remember , alfieri del metalcore che va tanto di moda tra le nuove generazioni. Per aver tiro hanno tiro e sono accolti in modo ottimo da orde di adolescenti con il ciuffo in parte ed il cappellino da baseball ma a me fanno letteralmente… ehm, no meglio di no…diciamo che li trovi indigesti, ok? Tutti questi pezzi affini alle melodie dei Blink 182 che poi nel ritornello si trasformano in un rigurgito quasi death metal infarcite con growls urticanti... De gustibus non disputandum est. La pioggia è tornata di nuovo abbondante quando alle sei passate da poco torniamo per l’ennesima volta sul prato antistante il secondo palco dove è tutto pronto per l’inizio dello show dei Black Star Riders di Ricky Warwick e Scott Gorham. Dopo aver girato il mondo con tour e tour infiniti portando il nome storico dei Thin Lizzy sulle spalle, i Black Star Riders ne sono la più giusta prosecuzione per poter anche pubblicare dischi d’inediti senza scomodare il leggendario trademark…quelli veri…quelli per sempre legati alla mitica figura di Phil Lynott. L’inizio con Bound for Glory mette subito le carte in tavola illuminando i riflettori sull’ex-leader dei The Almighty Ricky Warwick, vero mattatore della scena. Ci sono tutte le canzoni più rappresentative tratte dai loro due dischi come Kingdome Of The Lost o Soldierstown ma ci sono anche i classici dei Lizzy come Jailbreak, Are You Ready o Boys Are Back In Town, cantate dal pubblico come fossero inni patriottici. La sezione ritmica formata da quei due volponi di Jimmy De Grasso e Robbie Crane conferisce solidità e spettacolo. Un po' in disparte solo Scott Gorham, l’unico superstite dei tempi d’oro. Gran finale con la divertente Finest Hour e con l’epocale Whiskey in the Jar, non poteva finire in altra maniera! Finalmente non piove più – anzi – si apre perfino timidamente il cielo e spunta qualche raggio di sole. Tentiamo così di velocizzare il passo per ritornare al Main Stage dove è già iniziato lo show dei Faith No More di quel mattacchione di Mike Patton. Il palco è spettacolare ed il colpo d’occhio è unico: tutto bianco e fiori dappertutto, perfino la band è vestita tutta rigorosamente in bianco! Fa piacere sentire classici come Epic o Midlife Crisis mentre Easy resterà nella mia mente come uno dei momenti “top” dell’intero week end, con Mike che canta accompagnato da tutto il pubblico… brividi! “That’s why I’m easy… easy like Sunday morning“ Mike scherza e ride con il pubblico, soprattutto con i tecnici di palco, ma il fatto è che possiede ancora una voce maledettamente bella. Riposiamo le chiappe cenando con fish & chips e ammirando le luci giallastre del tramonto, solo che intorno a noi sembra un campo di battaglia! ...chi l’avrebbe mai detto di assistere ad un tramonto cosi colorato dopo la giornata odierna? Purtroppo è dura stare in piedi tutto il tempo senza potersi sedere a terra nemmeno un secondo per non essere inghiottiti da un blob marrone di fango e bicchieri di birra vuoti. Allo Zippo si prepara a salire on stage il Reverendo Marilyn Manson ed il pubblico ribolle fastidioso e alticcio, la gente più rompipalle di tutto il festival, spintoni e urli per vedere – alla fine – uno spettacolo veramente misero. Manson ormai è solo la brutta copia di se stesso e da anni non provoca più brividi ma solo compassione. Bolso e con un look che lo fa assomigliare al fratello nazi di Nicolas Cage, cinque minuti di pausa tra una canzone e l’altra a partire da subito. Microfono gettato a terra senza un perché e mosse studiate ad arte per irritare un pubblico che lo ha profondamente amato quando realmente, a fine anni novanta, era il Belzebù della società bigotta americana ed un vero innovatore con album epocali come Antichrist Superstar e Mechanical Animals. Di tutta quella furia nichilista è rimasto... il Nulla. Peccato non abbia avuto il coraggio di evolversi preferendo riciclare “ad perpetuum” il suo marchio di fabbrica, senza però l’urgenza giovanile che lo rendeva un personaggio tanto carismatico quanto pericoloso. Preferiamo abbandonare prima e fare un salto al Main Stage dove stanno dando spettacolo i Muse, gli headliner di questo secondo giorno. Palco fantascientifico per il trio inglese campione d’incassi da una decina d’anni e diventati ormai una delle band rock più amate in ambito “mainstream”. Sono solamente in tre ma fanno casino per trenta, peccato che la voce di Matthew Bellamy sia carica di effetti e feedback e dopo un po’ tenda ad essere monotona. Non ci possiamo però perdere gli headliner nel tendone del Jake’s Stage ovvero gli Hey! Hello! di Ginger, deus ex machina dietro a questo progetto che ha messo in soffitta per un po’ i suoi Wildhearts. La bionda Hollys Mahady al microfono ruba il palcoscenico allo stesso Ginger che se ne sta defilato con la sua chitarra aiutandola nei cori mentre The Rev al basso (ex leader dei Towers Of London) salta come un pazzo: tre quarti d’ora di show ad altissimo livello dove eseguono quasi tutto il loro album di debutto tra esplosioni e coriandoli pur essendo su un palco mignon: Black Valentine, Swimwear, e il consiglio di Ginger a chi volesse fare il musicista professionista, ovvero la formidabile “How I survived the punk rock waves”. Non c’è un attimo di tregua fino al gran finale con la cover azzeccata di Just A Girl dei No Doubt di Gwen Stefani. Gli Hey! Hello! ed il loro album omonimo di un paio di anni fa sono un esempio perfetto di pop punk rock’n roll che strizza l’occhio ai Cheap Trick facendo risplendere – se ancora ce ne fosse bisogno – la facilità e l’intelligenza di Ginger nello scrivere canzoni dalla melodia perfetta. Niente pezzi dei Wildhearts, anche se c’era da aspettarselo: questa è proprio un’altra band, con una sua anima, nonostante le canzoni siano comunque uscite dalla penna sempre in movimento di uno degli artisti e parolieri più brillanti ed ironici della scena inglese degli ultimi vent’anni. Comincia l’esodo verso Derby e l’albergo dove ci aspetta una bella doccia calda ed un morbido cuscino, il problema è arrivarci! Giunti nel piazzale da dove partono tutti i pullman del nostro bus giallo Skylink nessuna traccia. Non ci resta che prendere il Download Bus (10 pound a cranio!), inutile cincischiare in un mare di fango vista la stanchezza (e una pioggia che continua a cadere inesorabile). Il problema principale è che il suo capolinea è la stazione dei treni e non quella dei bus, lontana venti minuti a piedi dal bramato albergo. Poco male… c’è un cartello che indica “centro città” e che ci porta ad attraversare un lungo parco all’una di notte passando sotto un tetro cavalcavia dell’autostrada che ci porta in una buia zona industriale. Insomma, in questi luuunghi venti minuti ci si aspettava che spuntasse da dietro un cespuglio (o da dietro un muro) nell’ordine: un pagliaccio assassino munito di carillon e motosega, una banda di hooligans ubriachi, gli zingari di The Snatch, la banda di tossici di Trainspotting con siringa infetta in mano e perfino Jack lo Squartatore. Alla fine il personaggio più pericoloso che incontriamo è il ragazzo dietro il bancone dell’hotel che ci insegue verso l’ascensore intimandoci di toglierci immediatamente quel grumo fangoso che sembrano stivali di gomma e di andare scalzi in camera tenendoli in mano, sennò addio moquette e, si sa, gli inglesi alla moquette ci tengono particolarmente!

Testo e foto di MATTEO TREVISINI


DOWNLOAD Festival 2015
DAY 1 - Venerdì 12 Giugno

(Report semiserio su come affrontare il festival dei festival - clicca QUI per le foto)


Un attimo prima che l'aereo atterri all'aeroporto di East Midlands, posizionato a fianco al circuito motociclistico di Donington, si comincia ad avere un'idea della portata (solo un'idea!) dell'evento: il Download Festival è, e rimarrà, il festival più blasonato d'Europa nonostante la crescita esponenziale di eventi musicali sparsi in tutti gli angoli più caratteristici del vecchio continente. La storia è passata di qua, signore e signori, e questo nessuno può cancellarlo dai libri: il Monsters of Rock vanta la sua prima edizione in questo sito nel lontano 16 agosto1980, quando sua santità Ritchie Blackmore organizzò di suo pugno un festival dove, ovviamente, i suoi Rainbow avevano il ruolo di protagonisti assoluti (gli altri nomi erano Judas Priest, Scorpions, April Wine, Saxon, Riot e Touch). Da quel giorno d’estate di 35 anni fa ne è passata di acqua sotto i ponti ed il Download Festival è oggi il figlio legittimo di quei Monsters of Rock la cui saga ha chiuso i battenti nel 1996. Dal finestrino le luci del tramonto illuminano l'area con i relativi camping mentre i tecnici stanno facendo le prove luci del Main Stage...cosa dire? Impressionante l'imponenza del palco pur da un'altezza comunque considerevole! Certo sono lontani i tempi pionieristici dei primi anni ottanta quando il concetto di festival non era di mostro tentacolare a più palchi con indigestione di bands in ogni dove con l'affanno di dover correre (dopo il primo giorno... di trascinarsi!) da uno stage all'altro. Consiglio pratico a tutti coloro che volessero cimentarsi in una simile avventura: cercate alloggio a Derby, dista mezz’ora scarsa di strada e con gli autobus di linea si raggiunge agevolmente Castle Donington (almeno all’andata... per il viaggio di ritorno torneremo invece sull’argomento). Il giorno dell'apertura, mentre un tenue sole bacia l'erba verde della campagna inglese, arriviamo che la macchina organizzativa è già in moto per dare il benvenuto alle decine di migliaia di appassionati (realmente a perdita d'occhio) in entrata all'arena: è tutto una fila, per ogni cosa, persino per comprare il programma ufficiale del festival con relativo laminates di tutti gli orari delle bands presenti (fondamentale per l'orientamento) ma il tutto è scorrevole e rilassato. La novità geniale introdotta da quest'anno è la "dog tag", una targhetta con chip inserito sul braccialetto del festival: uno la carica all'inizio con quanti soldi desidera e per il resto del festival basterà passarla su un sensore in ogni singolo stand per pagare cibo, bibite, merchandising e qualsiasi tipo di prodotto vendano all'interno dell'area (e vi assicuro essere infiniti arrivando perfino ai massaggi ed ai tatuaggi!). All'una in punto le casse dei quattro palchi esplodono in contemporanea dando il via di fatto alla lunghissima kermesse musicale: sotto il colossale Main Stage c'è già un pubblico variopinto che si gode il primo gruppo, gli americani All That Remains a cui spetta l'arduo compito di iniziare le danze con il loro metalcore tutto groove: assolutamente non il mio genere ma è piacevole vedere la bravura del singer Phil Labonte nel coinvolgere da subito il numeroso pubblico sotto il palco. Dopo di loro, puntualissimi, salgono gli Hellyeah. La superband capitanata da Vinnie Paul infiamma il pubblico per i 25 minuti concessi loro, nei quali tentano di restare in scia con del metal moderno iper-vitaminizzato. Gironzoliamo tra gli stands che offrono cibi da tutto il mondo e per tutti i gusti: nel tendone che ospita il quarto palco (quello più piccolo) si stanno esibendo gli inglesi The Wild Lies, una torrenziale energia che rimanda ai Guns ed agli Aerosmith, modernizzati quel tanto che basta da rendere il loro suono attuale, bravi! Il pubblico di casa tributa loro un sincero affetto tra una canzone e l'altra. Bisogna accelerare il passo infatti sul secondo palco, lo Zippo Encore Stage hanno appena iniziato gli svedesi Blues Pills, una delle new sensation degli ultimi anni in ambito retro rock, guidati dalla carismatica Elin Larsson che padroneggia per mezz'ora con la sua voce potente il palco, stregando il pubblico. Secondo me, nell'intimità di un club, renderebbero perfino meglio anche se canzoni come Devil Man e High Class Woman spaccano in ogni caso: il sapore è quel retrò a metà tra il sound dei Graveyard e una Janis Joplin posseduta dai Black Sabbath. Ritorniamo verso il Main Stage facendo il giro lungo attraverso il Kennels Village, facendoci scaldare dai raggi del sole e assaporando i profumi speziati e dolciastri dalle bancarelle per tutti i tipi di palato (dal Thai al Veggie, dal Fish&Chips ai Churros). Al Kennels però c’è anche altro: potete curiosare tra magliette e dischi ma anche prendervi i classici elmetti di pelle da motociclista con due belle corna… bastano 25 pound per essere “trendy” al Download! Intanto sul palco principale iniziano i Lacuna Coil: la band milanese ne ha fatta di strada per raggiungere i quartieri alti dei festival mondiali e pare che proprio solo la miope e provinciale Italia non lo abbia ancora capito. Il loro Gothic Metal non mi è mai piaciuto ma ho il massimo rispetto per quello che sono oggi. Purtroppo nemmeno oggi mi colpiscono più di tanto e pensavo sinceramente che Cristina Scabbia avesse più personalità: complice una giornata no in ambito vocale regala le luci della ribalta all’altro vocalist Andrea Ferro che invece cavalca il pubblico con carisma e presenza scenica e adombra ancor di più la bella cantante meneghina. Peccato. Si ritorna al secondo stage per distendersi sull’erba. Relax è la parola d’ordine (sennò non si resiste tre giorni consecutivi) ma non ci si annoia grazie alla fauna intorno a noi, multicolore ed eterogenea, tra gente che sfoggia i costumi più strani, genitori con bambini, i classici metallari tatuati e altri svitati di varia natura ma tutti tranquilli e sorridenti con una pinta in mano. Birra o sidro? Non importa. Il trio dei The Cadillac Three fa il suo ingresso on stage salutato dagli applausi del pubblico. Il loro potente country southern rock fa saltare il pubblico a suon di veri e propri inni all’orgoglio sudista... Tennesee Mojo, I’m Southern… simpatici, potenti e con una “pacca” del diavolo: hanno il Bourbon nelle vene questi figliuoli! Il gruppo di Nashville fa faville regalando una prova di gran impatto, che band! Torniamo al Main Stage, dove il grande telone con una testa d’indiano ed il logo dei Clutch sventola imponente. Il sole è meno forte e all’orizzonte le nuvole corrono ad una velocità tipicamente britannica oscurando il cielo in pochi minuti. La band di Neil Fallon si appropria del palco sparando una dietro l’altra le hits del loro ultimo album dell’anno scorso: Crucial Velocity, Cyborg Bet, la title track Earth Rocker, la pachidermica D.C. Sounds Attack! Poco spettacolo e tanta sostanza. Non ci sono frizzi e lazzi ma solo hard rock potente ed ispirato, il pubblico è tutto per loro e canta a memoria per tutto il set. Fa ancora caldo ma le nuvole hanno coperto il sole e non promettono nulla di buono. Sosta ai bagni chimici: file ordinate e veloci, bagni in quantità industriale sparsi un po’ ovunque e perfino inservienti pronti a pulire sistematicamente il loro interno (fantascienza pura per i frequentatori dei festivals italiani dove c’è un bagno ogni mille spettatori pieno fino all’orlo… meditate organizzatori, meditate!). Sempre sul palco principale ecco arrivare gli americani Five Fingers Death Punch, i nuovi paladini del groove/nu metal tutto chitarroni e ritmi hip hop. Anche loro per esser bravi sono bravi, per carità, ma quando il pubblico impazzisce per loro e canta in coro la loro ballata più conosciuta aguzzo le orecchie ed esclamo: “Hey! Ma è Bad Company dei Bad Company! Facile fare i fighi con i pezzi degli altri!". Torniamo allo Zippo Encore Stage mentre suonano i Corrosion of Conformity di Pepper Keenan: messi in naftalina i Down è tornato alla sua band madre per portare il southern sludge metal per cui il combo della North Carolina è diventato famoso negli anni ’90: un incrocio figlio dei Sabbath più fangosi. Comincia a piovere, le previsioni meteo ci hanno fregato! Almeno oggi dovevamo scamparla ed invece niente, pazienza, per il momento un poncho può risolvere il problema. Alle sei e mezza la pioggia aumenta mentre sul palco i tecnici stanno preparando la strumentazione dei Thunder per i quali il pubblico si è già assiepato facendo cori da stadio al punto che sembra di essere ad una partita dell’Arsenal! Quando parte la base registrata di Thunderstruck degli Ac/Dc arriva il boato: la band londinese di Danny Bowes, Luke Morley e Harry James  sul suolo patrio è una vera e propria istituzione e fin dalle prime note di Wonder Days (opener e title track dell’ultimo album) lo si capisce sl volo! L’amore britannico nei loro confronti si palesa con River of Pain con tutto – e ripeto tutto – il pubblico che canta a memoria ballando felice sotto la pioggia… da brividi! Naturalmente quale band in una situazione simile non si esalterebbe? Producono una prova straordinaria per intensità e passione con un Danny Bowes che ammicca, microfono in mano, verso i fans del “Tuono” (in questa situazione atmosferica mai nome fu più di mal auspicio… nomen omen!). E’ ora di attrezzarci con i copriscarpe comprati in città il giorno prima a forma di Converse gigante: nonostante il variopinto pubblico molti guardano con simpatia.. buffi sono buffi, speriamo che siano anche un po’ utili! I Thunder furbescamente costruiscono il set list sui loro pezzi storici da Love Walked In a Backstreet Symphony… non me ne frega nulla del mio inglese, mi ritrovo anch’io a cantare a squarciagola insieme a tutti quanti provando brividi di gioia pura. I Love You More Than Rock’n Roll e l’evergreen Dirty Love concludono il set immersi in una bolgia come se l’Arsenal avesse vinto la Premier League. Torniamo al Main Stage dove hanno già iniziato i Judas Priest di Rob Halford. Ad essere sincero non sono mai stato un loro fan ma fa piacere vedere una prestazione sopra le righe e constatare che la sua voce è ancora tecnicamente ineccepibile. Gioia per le orecchie e per gli occhi grazie ad un palco futurista ma soprattutto a canzoni storiche come Hell Bent For Leather, British Steel, Living After Midnight ed al finale tellurico lasciato al drumkit di Scott Travis che anticipa l’intro di batteria più famoso del metal ovvero quello di Painkiller. La pioggia non da un attimo di tregua e si torna arrancando al Zippo Encore Stage per attendere l’inizio degli headliner di oggi su questo palco: i Black Stone Cherry. Alle 20.25 spaccate fanno il loro ingresso sulle note del loro primo singolo e mai scelta fu più appropriata e ironica: Rain Wizard. La band di Chris Robertson è sempre più una sicurezza in sede live ed in UK vantano un enorme seguito. Il numeroso pubblico, in barba alla pioggia battente,  si esalta sulle melodie grintose del loro southern rock: gli highlights di una prestazione fantastica sono Me And Mary Jane e White Trash Millionaire. Anche in questa circostanza il pubblico battaglia a livello di volumi con la band stessa cantando in coro le loro hits. Il biondo chitarrista Ben Wells si è tagliato i capelli sfoggiando una pettinatura all’indietro molto rockabilly. Cori da stadio con la lenta e struggente In My Blood, niente accendini però che con la pioggia si spegnerebbero all’istante. Blame it on a boom boom annulla il problema pioggia… non fa in tempo a piombare sui fans che evapora all’istante da tanto calore umano fa scaturire! I quattro ragazzi del Kentucky lasciano il palco ancora una volta da trionfatori. Sono le nove e tre quarti e torniamo verso il Main Stage per seguire lo show degli headliner di oggi: i nove scalmanati di Des Moines, Iowa, gli Slipknot! E’ pazzesca la precisione e la cattiveria chirurgica che emanano dal palco e nonostante gli ultimi album li abbiano visti avvicinarsi a lidi più melodici (si fa per dire). Corey Taylor fa da mattatore annichilendo la marea umana davanti a sè: un turbinio di mosh e pogo fa sembrare il pubblico delle prime file una melma in perenne movimento con gente che salta e viene lanciata in aria come fossero pupazzi di pezza! La coltre di vapore provocato dal calore dei corpi in movimento a contatto con la pioggia a dirotto evoca un campo di battaglia più che un concerto! L’acqua comincia ad allargarsi ai jeans ed inizia ad entrare nei famosi copriscarpe, decidiamo quindi di uscire prima che finisca il concerto e poter raggiungere i bus prima che esca la maggior parte dei Downloaders. Non siamo gli unici a pensarla allo stesso modo. Il rientro con il bus a Derby sarà un’epopea fatta di attese e litri d’acqua tra double decker bus che passando alzano muri d’acqua dalle pozzanghere su di noi e da noi a ragazzini ubriachi che cantano cori da hooligans inneggiando il Nottingham Forest. E questo è solo il primo giorno! C'è da dire che almeno oggi il suolo – fortunatamente - ha tenuto in modo egregio. Domani il peggior nemico, oltre la pioggia, sarà il malefico fango!… il resto alla prossima puntata! (fine prima parte)

Testo e foto di Matteo Trevisini


URIAH HEEP in concerto
Lignano Sabbiadoro (UD), Arena Alpe Adria - 31/07/15

Estate 2015: in barba alla crisi Lignano Sabbiadoro rimane una delle capitali italiane del turismo balneare. Biciclette sfrecciano lungo i viali alberati e turiste tornano dalla spiaggia in costume e pareo, dai bar escono le note dei tormentoni estivi le cui melodie entrano tanto facilmente in testa quanto facilmente se ne escono a settembre al ricominciare della vita di tutti i giorni. In mezzo a tutta questa gioia vacanziera, nascosta tra i pini marittimi, la deliziosa Arena Alpe Adria, solo per una sera, è uno “stargate” spazio temporale per un mondo alieno a tutto quello che le sta intorno. Sul palco infatti si esibiranno gli inossidabili Uriah Heep, uno degli angoli del quadrilatero aureo su cui si posa la storia dell’hard rock inglese (...non dovrebbe occorrere specificare che gli altri tre sono Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple). Indistruttibili a tutte le mode ed a tutti i cambi di line-up nel corso dei decenni gli Heep di Mick Box sono ancora qua tra noi e, a giudicare dalle ultime uscite discografiche (vedi il doppio Live in Koko), perfino in forma eccelsa. Ottima l’organizzazione di Folkest, purtroppo non ripagata da un pubblico degno di un evento simile: sono infatti solo poche centinaia gli spettatori a godersi la grande prova on stage dei grandi vecchi dell’hard inglese. Peccato perché con la fiumana teutonica che occupa costantemente gli ombrelloni delle spiagge di Lignano (e in Germania gli Heep hanno uno zoccolo duro di fans niente male!) l’afflusso doveva essere ben maggiore! Apertura di serata in chiave acustica con due sgabelli e due chitarre da parte degli Harduo, virtuosi friulani della sei corde che regalano mezz’ora di musica strumentale ad ampio raggio con atmosfere calde e mediterranee. Durante il loro set un sorridente e cordialissimo Mick Box si concede ai fans per autografi e foto di rito dimostrando l’assoluta umiltà del “leader maximo”. Le luci si spengono, la band entra tra gli applausi (pochi, ma buoni!) e partono subito le note di Speed Of Sound: la sensazione a caldo, dopo le prime canzoni, è la convinzione dei mezzi che il gruppo possiede e l’impatto devastante che produce anche su un set list basato su canzoni recenti.



Il merito va alla sezione ritmica, la componente “giovane” degli Heep, che produce un “wall of sound” impressionante: il batterista Russell Gilbrook ed il bassista Dave Rimmer sono il tappeto perfetto per donare una seconda (forse anche terza!) giovinezza. The Hanging Tree, The Law, The Outsider... non c’è un attimo di tregua. Bernie Shaw, al microfono dal lontano 1988 (lo ricordate il bellissimo Live in Moscow?), giganteggia con una padronanza ed una profondità vocale che ha dell’incredibile, un vero animale da palco, e mostra tutta la sua simpatia gigioneggiando con le prime file. Mick intanto se la ride dietro la sua fedele Black Carparelli S4 ed i suoi baffoni d’ordinanza (chissà se ai tempi di Salisbury avrebbe mai immaginato che più di quarant’anni dopo la band sarebbe stata ancora cosi viva e pimpante sul palcoscenico). Arrivano le prime note dell’immortale Sunrise… ora sì che il set-list comincia a scottare ed il fedele pubblico inneggia i cavalli di battaglia a memoria. Stealin', The Magician's Birthday (qui è lo stesso Bernie a ricordare al pubblico che, quando si parla di prog rock inglese, c’erano anche loro e questa gemma è qui a ricordarlo in maniera cristallino!), “Happy birthday to you, happy birthday to you Happy birthday dear magician, happy birthday to you!"... Phil Lanzon, dalla postazione ai tasti d’avorio, dipinge col suo tocco gli arrangiamenti dei classici del gruppo conferendo un’amalgama unica. Mick prende in mano l’acustica, i fans più scafati sanno che è il momento della meravigliosa July Morning e dell’immortale Lady in Black (una canzone che è stata coverizzata anche da Caterina Caselli nel 1972 con il titolo L’uomo del paradiso... se non mi credete, cercatela!) fa venire gli occhi lucidi a più di uno stagionato capellone.


Qualche minuto di pausa ed è tempo di bis: Bernie Shaw intona con il pubblico il classicone Gypsy ”…was only seventeen I fell in love with a gypsy queen… she told me: Hold on!”, il primo singolo uscito dall’album di debutto Very ‘eavy… very ‘umble nel lontano 1970. Ma non c’è tempo di metabolizzare le emozioni che parte il riff immortale di Easy Livin', il cavallo di battaglia per antonomasia, nonchè una delle canzoni più coverizzate di sempre. Che dire? Gli Heep sono fatti cosi, è nel loro DNA, non importa davanti a quante persone suonino, quando arrivano lo spettacolo è assicurato.
Matteo Trevisini


LA BELLA ESTATE FESTIVAL Belluno, 26/29 agosto 2015

Impressioni di (fine) agosto. Prima di quest'estate non ero mai venuto a conoscenza dell'esistenza del Festival "La Bella Estate" di Belluno: se però nel cartellone leggi che una sera suonerà Edda (già voce dei Ritmo Tribale) e la seguente Umberto Maria Giardini (già Moltheni) e si tratta di fare la spola due volte per una sessantina di chilometri il problema non s'ha da porre. Obbligatorie. Una delle sere precedenti hanno pure suonato i Perturbazione (gente che dal vivo andrebbe sentita, uno per volta arriverò su tutti), ma l'infrasettimanale non giova generalmente alle trasferte. Location centralissima, nel chiostro dell'Istituto "Catullo", tutto magnificamente a misura d'uomo (e di qualità).

EDDA (+ Iacampo) 28 agosto 2015

Venerdì, prima di Edda, suona Marco Iacampo, giovane cantautore rivelatosi realmente in gamba.  Un po'  Concato, un po' De Andrè, ma con linguaggio più fresco. Piacevole. Edda, per una ragione o per l'altra, è la prima volta che lo vedo live. Da (notevole) appassionato dei Ritmo Tribale si tratta quindi di un live significativo. Solo che non sai cosa aspettarti da uno come lui, me lo immagino... boh. Il concerto carbura in fretta con Edda, voce e chitarra, regolato su tonalità pazzesche e tuttavia sempre in piena. Non fosse che l'epiteto di rockstar a lui non si addice non si sbaglierebbe granchè a definirlo tale. Smorfie, variazioni sul tema, battute senza sosta, pose e contropose... live è realmente una  cosa grande. E' parso talmente in palla (pur non avendolo mai visto prima, ripeto) da non pensarci due volte prima di cambiarsi i pantaloni su invito dei fans. Da notare che da quel momento, coi pantaloncini corti su quindi, il set, se possibile, sale ancora di intensità. "L'assoluto" e "Uomini" sono due omaggi "per quelli (i fans, nota mia) che vorrebbero che ancora suonassi con quellì là (i Ritmo Tribale, nota mia)" mentre "Suprema" è la sua versione del pezzone di Moltheni (chiamato ancora proprio così, mica col suo nome) perchè "quando suona Moltheni? Domani? Moltheni è un tipo strano, però bisogna anche ringraziare Krishna per avercelo mandato giù a scrivere un pezzo così". Il resto della scaletta sono buona parte dell'ultimo "Stavolta come mi ammazzerai" più un paio di estratti a testa dagli altri due solisti. Lo accompagnano Fabio Capalbo  (batteria) e Luca Bossi (basso) ed è tutto un suonare con sorrisi stampati. Bello. Succede poi che, a concerto concluso, ti ritrovi con Edda dietro al palco, in una delle aule dell'istituto, tutti sui banchi e lui in cattedra (si fa per dire) a raccontarci (perchè con Edda ci parli come col tuo compagno di banco delle superiori) delle cose ed a chiedercene (lui) altre a noi (siamo una decina). Le storie di Edda (alcune) sono contenute nella esaustiva biografia "Uomini" di Elisa Russo (Odoya, 2014) oppure, per chi ancora non conosce proprio di chi o cosa io stia scrivendo qui, basterebbe ricordare la clamorosa apparizione a "L'era glaciale" (in cui fu ospite dirimpettaio ad un anonimo Andrea De Carlo) con addosso quella incredibile t-shirt dei Sottopressione. Finisce tra saluti, baci ed abbracci. Anzi, ed altrochè se me lo scrivo e me lo dico da solo... dopo una serata con Edda, su e giù dal palco, se parliamo di rock non si può che uscirne persone migliori. Sennò, evidentemente, di qualcosa stiamo senz'altro parlando, ma non è rock.

UMBERTO MARIA GIARDINI  (+ Egle Sommacal)
29 agosto 2015

L'indomani (sabato) apre Egle Sommacal, il chitarrista dei Massimo Volume già autore di tre album solisti (per lo più strumentali), stasera alle prese con la presentazione dell'ultimo. Uno show d'atmosfera in una location ideale per valorizzare le visioni ed i racconti in musica di un musicista che anche per il suo vissuto coi Massimo Volume stimo a prescindere. Cosa aggiungere su Umberto Maria Giardini che non sia già stato scritto e, soprattutto, non sia banale? L'ultimo album "Protestantesima" si apre con la title track e parte così "E camminiamo via dagli anni ottanta / quella malinconia di burro davvero non mi manca", un inno che farebbe inorridire i tanti (troppi) difensori di sterili fedi musicali che affollano il panorama, non fosse che il fu Moltheni ha qualità tecnica e (ancor più) spessore artistici tali per poter suonare e comunicare ciò in cui crede uscendosene sempre vincitore a mani basse, col suo fare moderato e "strano" (cit. Edda). Lo show è intenso, a tratti entusiasmante per perizia e quasi impeto di raffinato hard rock. Questa sera la versione di "Tutto è Anticristo" è venuta fuori realmente ammorbante, intendo dire al di là del pezzo stesso, che nasce e si sviluppa già di suo in modo unico. Ma la band sul palco ha anche un passato e quel passato è "il progetto precedente, Moltheni, di cui in questo tour abbiamo deciso di riproporre alcune canzoni"... e allora saranno "Zenith" (dall'impatto chitarristico fragoroso, roba che su disco non emerge in ugual misura!) ed "Educazione all'inverso", entrambe tratte da "Fiducia nel nulla migliore", l'album del 2001. E che dire dell'incanto di un pezzo come "Anni Luce" o del messaggio de "Il vaso di pandora"? Il suono che esce dalle casse è ottimo (la band stessa me lo confermerà a fine concerto, mi incuriosiva sapere se fosse solo una mia impressione o fosse la medesima anche dal palco) ma il merito, fonici e tecnici a parte, ti rendi proprio conto che sia anche di Marco Maracas (chitarre), Michele Zanni (basso e tastiere) e Giulio Martinelli  (batteria), i compagni che giustamente Umberto presenta due volte nel corso della serata. Chiude "Saga" ma la sensazione è che lo spettacolo sia stato privato di un paio di canzoni per motivi di tempo, ma va bene così... chi c'era non potrà comunque lamentarsi. Io sì, ma unicamente perchè vorrei sentire (più volte) quel capolavoro della poesia in rock all'italiana che risponde al nome di "Seconda madre" anche se, come la band più volte ha sottolineato, dal vivo pare non renda adeguatamente pur essendo una delle loro recenti canzoni più trasmesse in radio.

"...

quattro cancelli in un cervello non occorrono
meglio un bambino
..."

Walter Bastianel


TOTO in concerto
02 Luglio 2015
Ljubljana, Hala Tivoli



Se uno pensa ai Toto di Steve Lukather ci abbina piatti e bevande di classe, seduti su tavoli di alto design vicini ad una vetrata al 35° piano di un grattacielo vip che da sulla Fifth Avenue, caviale e champagne a pioggia magari accompagnato da specchi ricolmi di polverina candida...ed ancora divani in pelle, belle donne ingioiellate pronte a prendere una delicata tartina velata di mousse d'astice, tappeti persiani riccamente decorati, opulenza ed agiatezza in ogni dove.
Questo mi viene in mente pensando alla sofisticata musica dei Toto... a meno che non si vada a vederli nella data della capitale slovena. In questo caso resta la musica ma  cambia il contesto e ci si ritrova seduti su una massiccia panca di legno sotto una pergola della Gostilna Kersic, di fronte al parco Tivoli, pura cucina dalmata, dove i camerieri (sempre sorridenti) ti trattano con tanto amore e tanto maiale. Grigliate miste da far invidia alle nozze di Carlo Magno: ćevapčići, ražnjići (spiedini di carne) e pljeskavica, il tutto spalmato con il kajmak, il saporito formaggio fresco. Una cena da campioni per affrontare il concerto con la giusta energia. Dimenticavo: il tutto annaffiato da boccali e boccali di Union Pivo proveniente direttamente dalla fabbrica adiacente al ristorante…consumi a chilometro zero insomma! Eccoci quindi ad affrontare la trasferta a Lubiana per assistere ad una data del tour europeo dei Toto 2015, quello in supporto di "XIV", lo splendido ultimo album della band californiana. La vetusta, ma comoda, Hala Tivoli, il palazzo del ghiaccio inaugurato nel 1965 che ha visto sfilare tra le sue quattro mura artisti e tour entrati nella storia della musica (dai Queen di "Live Killers" ai Maiden del leggendario World Slavery Tour, dai Pearl Jam a David Bowie) apre le sue porte a quasi 4.000 fans. Non sembra di essere nella splendida capitale slovena: il caldo opprimente la fa assomigliare più ad Islamabad e la speranza di trovare un clima più continentale si affloscia come un ghiacciolo al sole non appena si mettono i piedi fuori dall'auto, toccando l'infuocato asfalto. Ma parliamo di musica. Si entra mentre sta terminando il set del coro sloveno Perpetuum Jazzile, originale support act di questa data: saranno più di trenta on stage a deliziare il pubblico con calde voci gospel. Puntualissimi i Toto iniziano lo show alle nove facendo calare l’enorme telone che copre il palco sulle note di "Running out of time", traccia d’apertura dell’ultimo album.

Balza subito all’occhio quanto la band sia rilassata e sorridente, suonando magistralmente e passando da canzoni nuove come l’epica "Burn" a inni immortali come "Hold The Line" (quando parte il riff un boato fa tremare le mura...). Le vecchie hits fanno da padrone ed è naturalmente durante l'esecuzione di queste che l’applausometro raggiunge i picchi. Steve Lukather scherza e ride prendendo le redini dello show con naturalezza ed esperienza sfoggiando quella tecnica e quel feeling che ben pochi maghi della sei corde possono vantare. David Paich, sornione sotto il suo cilindro, regala momenti di magia ai tasti d’avorio insieme a Steve Porcaro, l’ultimo fratello rimasto della “famiglia”. "Never Enough", poi "Pamela" ed ancora "Little Wing", la cover di Hendrix che ormai “Luke” ha fatto sua da tanti anni…quante emozioni!

Joseph Williams parte defilato e statico per lasciarsi andare piano piano e regalare una prova vocale di prim’ordine, pur con la consapevolezza di non essere l’unico frontman sul palco. Ancora due ottime gemme dall’ultimo come "Holy War" e "Orphan": anche i turnisti che circondano la band “madre” sono pazzeschi, specie i coristi Mavbuto Carpenter e Jenny Douglas Mcrae che impreziosiscono le linee vocali ballando e giocando con gli altri membri a creare un'amalgama che cola sinuosa tra pupille ed orecchie. Il clou è un’accalorata versione di "Rosanna"…siamo alla fine, ma il pubblico sloveno acclama il ritorno sul palco, dietro la band, dei Perpetuum Jazzile. E' così che Steve Lukather li invita sul palco per una versione di "Africa" realmente da pelle d’oca, a degna conclusione di un concerto memorabile.


Cosa aggiungere? Tecnica, canzoni, feeling, pathos, energia... pensare che ai tempi d’oro i Toto erano tacciati dalla critica di essere una band senz’anima. Beh, signori dell'epoca, complimenti per la vista lunga!

Foto e testo di Matteo Trevisini


FRONTIERS ROCK FESTIVAL (Report n. 1)
11-12 Aprile 2015
Live Club, Trezzo sull'Adda (MI)


Anche quest'anno Frontiers Records ha allestito un bill di ottima qualità, ritoccandolo per necessità in corso d'opera, nonostante non siano mancati i contestatori della prima ora peraltro venuti meno in fretta (mancando adeguati elementi a supporto di cause perse) davanti all'operato di una etichetta che dimostra ancora una volta di produrre fatti e poche chiacchiere. Rimane che sterili polemiche sono comunque fastidiose per chi organizza e gestisce concretezza, ma va beh, il mondo è bello perchè è vario (disse uno a cui di certo non mancava l'umorismo). Edizione nuovamente ben riuscita quindi, migliorata soprattutto nella gestione del merchandising (davvero stracciati i prezzi presenti al banco!) mentre per tutto il resto la sensazione, appena entrato nel locale è stata quella che il tempo non fosse trascorso, che tutto si fosse cristallizzato all'anno precedente, una sensazione onirica (e bellissima). Scambiando opinioni qua e là mi è parso di non essere l'unico ad averla avvertita.
Venendo alle bands, rapidamente: ANGELICA mi è piaciuta, si presenta col compagno ai tamburi (entrambi anche nei Murder Of My Sweet) e canta le canzoni dell'esordio. Formosa, ma professionale.
Dei PRAYING MANTIS conserverò a lungo andare un migliore ricordo quando li vidi col precedente cantante a Bologna qualche anno fa. Al tempo erano più propriamente inseribili nel filone AOR, al Frontiers si sono disimpegnati bene (rimangono una band della nwbhm, non è pensabile siano dozzinali) ma il nuovo singer, pur determinato e "sui pezzi", snatura un po' il suono che di loro apprezzo di più.
Gli ECLIPSE mi sono piaciuti più dello scorso anno (e li preferisco live agli HEAT attuali, discorso che non centra qui e lo so, ma ci sta un raffronto rapido tra le due realtà) pur trovandoli un po' monocorde alla lunga. Sono comunque giovani, rallenteranno anche loro nel tempo trovando così il modo di puntare anche su altro oltre all'impatto. Forse.
Come volevasi dimostrare i BURNING RAIN hanno fornito la lezione di arroganza americana che era ovvio attendersi. Quando Keith St. John ha attaccato "Rock The Nation" dal primo Montrose (a prescindere che buona parte dei presenti non si è resa conto di cosa stesse ascoltando e lo stesso dicasi di chi ha caricato la scaletta su Set List FM, il sito che riporta le scalette live da tutto il mondo... ma si può?) è perchè Keith ne è il cantante attuale.
Anche degli FM cosa scrivere che non si potesse ampiamente prevedere? Impeccabili, grandi, eleganti. Il passo giusto, la giusta tecnica.
Gli HAREM SCAREM, si sa, sono musicisti eccellenti. Qui la curiosità è osservare il sostituto dell'infortunato Pete Lesperance: persino vagamente simile d'aspetto, non ha fatto rimpiangere l'assenza dell'asso canadese. Harry Hess, da parte sua, ha fornito una prestazione vocale maiuscola, quasi a volersi caricarsi sulle spalle tutto il peso dello show. Esibizione che, personalmente, ha raggiunto il culmine con l'esecuzione della splendida "Distant Memory" dal primo disco, song non eseguita nelle passate date italiane.
Di JOE LYNN TURNER s'è detto già molto in rete. Tutto da confermare, ahimè. Peccato perchè i Dynazty si sono dimostrati una ottima backing band e lui non ha cantato neppure così male, ma santiddio che scaletta vergognosa. Turner, a mio avviso, deve avere (seri) problemi di identità artistica se è costretto a cantare le canzoni che avrebbe probabilmente voluto cantare nelle rispettive band di cui ha comunque fatto parte. Poverino, confesso che un po' mi ha fatto tenerezza (stendo un velo pietoso sulla canzoncina di compleanno dedicata alla moglie o compagna o chi per essa). Sul palco aveva a fianco questi ragazzoni viking style simil metal (il chitarrista, tecnicissimo al punto di essere in grado di replicare adeguatamente Yngwie, mi pare fosse pure borchiato a dovere) che stonavano pure parecchio in termini di impatto visivo. Va beh... è andata così. Amen.
L'indomani Nigel BAILEY ha aperto degnamente la giornata: efficace la sua performance, uno che, come lo scorso anno, dimostra di sapere il fatto suo.
La più bella sopresa sono stati i VEGA però. Lanciatissimi e con un Nick Workman solare e in piena sintonia col chitarrista solista, quella leggera vena new wave che tanto mi piace (vedi GUN, The Cult, gli stessi Darkness, The Kick ovviamente): a conti fatti l'unica coppia con cui più volentieri ho cercato una foto ricordo in ordine al più sincero rispetto artistico. Cool.
TED POLEY, sarò sincero, mi è piaciuto (naturalmente) meno dello scorso anno e ad un certo punto mi sono pure defilato. Carismatico, canzoni conosciutissime e tutto quello che volete, ma l'impatto dei Danger Danger fu altra cosa. La cosa che conta è che Ted piaccia a tutti, quindi avanti così. Piacevole il duetto con Issa.
Dei PINK CREAM 69 ho ancora davanti agli occhi la piovra sleazy ai tamburi, senza dubbio il drummer che più ho apprezzato nella due giorni. David Readman è cantante dotato tecnicamente, pure troppo per non martoriarmi i pezzi originariamente cantati da Andy Deris, ma accetto che i gusti siano gusti.
Lo stesso discorso fatto per Ted Poley lo riporto agli HOUSE OF LORDS: professionali ed apprezzati, ma mi defilo a metà set.
Sale l'attesa per i LYNCH MOB. Oni Logan, di cui mi informano essere Ivy Ferguson la compagna (Respect per Oni!) è un cantante formidabile, "di razza" e dall'espressione sempre sorridente. Di George Lynch mi ha colpito la differenza con Dough Aldrich, spartano e "in face" quest'ultimo, molto più posato, ma realmente intoccabile nel modo di porsi il primo. Dopo alcune canzoni George cambia chitarra, tutti sanno che di lì a poco uno dei signori assoluti del riff hair metal made in USA avrebbe attaccato qualcosa dei suoi Dokken ed è proprio in questo preciso momento che mi giro e noto a fianco Keith St. John che gli grida "C'mon George, turn it up!". Eh beh, capitemi, se lo dice un italiano mi sta bene, ma sentirlo urlare da un americano ad un americano allora sì che mi preparo a quello che per ragioni anagrafiche mai ho potuto apprezzare direttamente. Mi butto su "Into The Fire" come tutti i presenti e penso che sia proprio la spinta che ci voleva. Mancano solo i PRIDE OF LIONS. E' la band che aspetto di più, adoro i Survivor e stravedo per l'album solista di Toby Hitchcock. Lo show mi pare da subito indimenticabile: nella prima parte si viene catapultati nella grandeur del pomp rock di fine Settanta e primi Ottanta nonostante i pezzi siano di recente fattura (repertorio Pride Of Lions naturalmente). C'è della magia. Penso a quella stagione e come non ringraziare Peterik per averci consegnato on stage un bassista ibernato da quell'epoca e scongelato per l'occasione. Quando è il turno di omaggiare l'amico Jamison a Peterik pare scendere più di una lacrima, solo mal celata dagli occhiali scuri... mi piace pensare sia stato proprio così. L'aria vibra, è palpabile il trasporto emotivo, ma Jim alza lo sguardo, osserva il pupillo Toby portando a termine il pezzo tra applausi scroscianti. Hitchcock, nel corso dell'esibizione, non mancherà di ringraziare ed omaggiare colui che gli è secondo padre, mentore, anima, ispirazione, ciuffo viola, amico e chissà cos'altro che non ricordo... è proprio il rapporto padre - figlio tra Jim e Toby la cosa che mi porterò dentro, ancor più degli incredibili omaggi ai Survivor (su "High On You" penso che il cuore si sia fermato a molti, non volava una mosca, credo che i più abbiamo pure respirato in silenzio per di non spezzare l'incanto) o il finale irrinunciabile sulle parole (ancor più che sulle note) di "Eye Of The Tiger". Jimi Jamison, da lassù, avrà sicuramente gradito lo spettacolo offerto e mi piace pensare che la sua scomparsa abbia consegnato alla Frontiers il testimone dell'AOR. Pensateci un attimo: ci fosse stato anche Jimi Jamison realmente sarebbe stata la morte del genere, nulla avrebbe più avuto motivo di essere replicato adeguatamente nel genere. Jimi ha offerto una nuova opportunità alla label con la sua scomparsa e spero quindi, su queste premesse che ci possa essere una terza edizione, al di là di detti e proverbi popolari. Giornate come queste sono boccate d'aria sana per quelli che ancora hanno passione, fiducia e trovano coraggio nel rock, pur tra difficoltà organizzative, gestionali e di riscontro di pubblico. Per chiudere, sdrammatizzando i toni... la questione presentatori. Suvvia, siamo in Italia dove da sempre anche il toto festival presentatori di Sanremo è tormentone: i presentatori hanno storpiato molti nomi (tutti? Benissimo! Più "Par Condicio" di così...), non si sono dimostrati preparati sulle bands presenti, ma alla fin fine sono stati anche loro motivo di disimpegno ed intrattenimento. Alcuni avrebbero forse preferito il didatta istruttore del rock? Mettere tutti d'accordo non sarà comunque mai possibile. In fin dei conti se il Festival è piaciuto non credo che la performance dei presentatori abbia influito, nè positivamente, nè negativamente. Personalmente li ho pure trovati grottescamente comico-simpatici. Molto peggio, a conti fatti, l'esibizione di Joe Lynn Turner che pure penso più di qualche soldo lo abbia percepito. Non resta che augurare un in bocca al lupo alla Frontiers ad al suo staff affinchè nei mesi a venire trovino nuovi stimoli, risorse, ragioni, cuore e quant'altro atti ad imbastire la terza edizione. Bravi!


Walter Bastianel
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FRONTIERS ROCK FESTIVAL (Report n. 2)
11-12 Aprile 2015
Live Club, Trezzo sull'Adda (MI)
Sin dal parcheggio dell'accogliente Live Club di Trezzo sull'Adda, nelle prime ore di un caldo sabato di metà aprile, si sente e respira tutta l'eccitazione per l'evento (perchè di evento si tratta) che tutti i rockers attendevano già dall'indomani della precedente edizione... la seconda volta del Frontiers Rock Festival! L'anno scorso, ai primi di maggio, la casa discografica partenopea inanellò in tre giorni il meglio del proprio roster in fatto di Hard Rock, Arena Rock, Aor o come acciderbolina vogliate chiamarlo. Dopo mesi di attesa, ma anche di polemiche per il naturale ridimensionamento del bill (impossibile fare meglio del cast stellare della passata edizione) arriva finalmente il fischio d'inizio. E' stata una scelta vincente aver portato il festival dai tre ai più umani due giorni con nomi che, se non avevano il richiamo della precedente edizione, hanno comunque regalato prestazioni di altissima qualità. L'unico momento irritante della due giorni si presenta proprio ai nastri di partenza con poca organizzazione nel fare entrare il pubblico: che senso ha comprare il biglietto mesi prima se tocca fare la fila e attendere che tutti comprino il biglietto? Succede così che in molti siano entrati mentre Angelica stava terminando il suo set. C'è più gente al banchetto Frontiers che sotto il palco, il sorriso paradisiaco (quale sorriso? Ihih... ndW) di ANGELICA non può nulla davanti ai prezzi "outlet" degli stands Frontiers (al termine della due giorni con le tonnellate di dischi venduti mezzo catalogo come minimo avrà vinto un disco d'oro!!!). La svedese mette tutta se stessa ed il suo sorriso contagioso (ma allora dillo che aveva anche due begli occhioni! Ihihi... ndW) per scaldare il già cospicuo manipolo di appassionati sotto il palco sciorinando i pezzi dal suo debutto “Thrive” (ho comunque il leggero sospetto che se il suo aspetto fosse stato meno appariscente se la sarebbero filata in pochi!).
Il cambio palco è rapido e tra applausi sinceri salgono on stage i veterani inglesi PRAYING MANTIS, colonna portante dell'area più melodica della NWOBHM. Il loro è un set purtroppo troppo breve rispetto alla cospicua discografia: rocciosi e divertenti si aggiudicano i primi consensi veri e propri del festival. Sarebbe bello rivederli su una scaletta più consona al loro blasone.
Tocca intanto agli ECLIPSE, la giovane band svedese del momento insieme agli Heat, considerati eredi al trono del rock melodico scandinavo: osannati e pompati nelle recensioni di mezzo mondo grazie al loro terzo album "Armageddonize" propongono uno show ricco di energia e tecnica ma... sono noiosi! Troppo perfettini, troppo plastificati, sembra mettano su il disco e lo ripropongano paro paro alla perfezione. Analogamente agli Heat tutti ne parlano in modo entusiasta ma a me, in sede live, non hanno trasmesso nulla. Peccato perchè su disco rendono bene ed hanno buone soluzioni melodiche che, se non originali, almeno suonano d'impatto.
I BURNING RAIN replicano, già da come si presentano sul palco, alla classica domanda " Come dovrebbe


essere una band figa che suona hard rock?". Al dilemma spalancano gli ampli gridando a gran voce "Deve essere come noi!!!". Grezzi, lascivi e sensuali avvolgono il pubblico come un serpente a sonagli stritolandolo con il loro feeling, il loro sudore. Assolutamente uno degli highlights dell'intero festival, pazzeschi. Una super-band guidata da un Doug Aldrich a gambe larghe che fa ruggire la sua Gibson e da un Keith St. John, novello Robert Plant, che letteralmente scoperchiano il Live Club! Orgasmo finale una dilatata versione di “Kashmir” con ospite Alessandro Del Vecchio alle tastiere, da brividi! Sbaaam! Dopo questo schiaffone nella mezz'ora successiva c'è stato un aumento di consumo alcolico pro capite tra i fruitori dei bar.
Tappeto rosso per gli FM, storica band inglese di Aor e autrice a cavallo tra gli ottanta e i novanta di alcuni album epocali, una delle band più attese dai fans: palesemente invecchiati nell'aspetto sono autori di un set di alta classe con alcuni picchi emozionali quando fanno cantare il pubblico sulle note di “That girl” o “Tought It Out”. Alta qualità anche per loro che tra l'altro si dimostreranno, nell'area relax, delle persone squisite ed alla mano.
Iniziano i canadesi HAREM SCAREM, forti dell'uscita del loro ultimo album “Thirteen”, uno dei migliori della


loro lunga carriera. Non c'è il chitarrista Pete Lesperance, rimasto a casa con un braccio rotto ma il sostituto è - a dir poco - all'altezza! Harry Hess ha la solita voce ed il carisma che manda in visibilio tutto il Live Club. Fa piacere vedere delle ragazzine di 20 anni ballare cantando tutte le loro canzoni a memoria, parola per parola! Il gran finale è tutto di “No justice” e gli Scarem si guadagnano a mani basse la medaglia d'argento della giornata.
Cala il buio e cresce il fermento per JOE LYNN TURNER, headliner della giornata. L'ex singer di Deep Purple,


Rainbow e Malmsteen sale on stage con la band svedese dei Dynazty al gran completo (meno il cantante ovviamente). L'americano si presenta con un parruccone da far venire un infarto a Cesare Ragazzi ed una voce non proprio all'altezza: coesione non se ne vede. Praticamente è una cover band... solo costruita male! Ad aggravare la situazione è la set list: ma con la carriera quasi quarantennale cosa centrano pezzi dei Purple dove non hai cantato tu? Perchè suonare Burn? Perchè Man On The Silver Mountain? Ciliegina finale: perchè suonare Smoke On The Water? Santiddio, perchè? Decisamente la delusione piu' cocente della due giorni: unico momento di goduria? Una "Rising Force" che è sempre un bel sentire.
Il secondo giorno danno inizio alle danze i BAILEY, la band di Nigel Bailey (già voce dei Three Lions), che propone il classico hard rock melodico di stampo albionico presente nel debut “Long way down”. Niente per cui strapparsi la chioma ma sicuramente un inizio di maggiore impatto rispetto alla giornata precedente: classe, bei cori ed ottima tecnica. Promossi!
Sul palco continua a sventolare l' “Union Jack” ed è la volta dei VEGA, la band di Nick Workman (ex-leader dei Kick) giunta con “Stereo Messiah” al traguardo del terzo album. Hard/AoR vicino alle sonorita' care ai Def Leppard con cori da stadio tutto UOOOHOOOAAAH... gli stessi cori su cui vent'anni fa fremevano gli elastici delle mutandine delle adolescenti di mezzo mondo. I Vega ancora oggi paiono crederci tantissimo ed allora noi con loro! Prova convincente sul palco del FRF anche se sembra ci sia meno gente di ieri, speriamo che il pubblica vada aumentando. Continua intanto lo show dei presentatori... ehm, la cosa più grottesca del festival (ma anche tra le più divertenti!). Vista l'organizzazione “svizzera” da parte della Frontiers il vero tocco “italiano” alla manifestazione!
Invece di presentare TED POLEY voce dei Danger Danger viene fuori un imbarazzante Ted Nugent voce dei Danger And Danger!... e non sono le uniche perle della due giorni, chiedere agli House Of Love, tra gli altri.


Il biondo vocalist americano si presenta sul palco con una all italian band formata da mostri del calibro di Alessandro Del Vecchio alle tastiere ed Anna Portalupi al basso. Ted parte in quarta e la band lo segue fedelmente creando sì un concerto bombastico ma anche regalando momenti da lacrime con le bellissime “Don't Walk Away” e “One Step From Paradise” cantata in duetto con la norvegese Issa. Ted fa venire giù il tetto con i classiconi dei Danger Danger, c'è poco da fare! In apertura “Beat The Bullet”, poi “Under The Gun”, e l'anthemica “Bang Bang”, vero inno generazionale dei tempi che furono. Per chiudere - sudatissimi - con “Naughty Naughty”, tutti felici a mani spellate mentre Ted a stento riesce a frenare il suo entusiasmo. Per lui sicuramente non deve essere un concerto come gli altri visto l'amore reciproco che scambia con il pubblico italiano. Ted Poley è proprio uno degli ultimi eroi di un'epoca ormai lontana.
Sono passate da poco le sei e salgono sul palco delle vere leggende dell'hard tedesco, quei PINK CREAM 69 che ad inizio anni '90 hanno scaldato la voce ad Andi Deris, futuro Helloween, ed oggi dalla carriera più che ventennale con il coriaceo David Readman al microfono, un vero animale da palcoscenico: a conti fatti la vera sorpresa di questa seconda giornata. Duri ed energici regalano ad un pubblico estasiato una performance senza fronzoli. E' una goduria riascoltare classici dell'hard crucco come “Talk To The Moon” o “Break the Silence”. David Readman si fa letteralmente scoppiare i polmoni ed il pubblico canta felice “Living My Life For You” e la rocciosa “Welcome The Night”. Una grande prova vermente! Wunderbar!
Gli ormai italiani d'adozione HOUSE OF LORDS di James Christian, aggiunta last minute al bill del festival, visti varie volte negli ultimi anni non sono quindi una novita' ma sono garanzia di uno show con i controfiocchi. Formazione rodata dopo tanti anni insieme non deludono, regalando un signor concerto ed una prestazione di elevata grazia dello stesso Christian, felice del riscontro del caloroso pubblico.
Tra hits del nuovo corso come “Big Money” o “Cartesian Dreams” a vecchi cavalli di battaglia di epoche gloriose come “Love Don't Lie”, “Can't Find My Way Home”, “I Wanna Be Loved” e l'epica “Pleasure Palace”. Applausi a scena aperta per la potente sezione ritmica dei soliti BJ Zampa e Chris Mc Carvill, ma anche “the man in black“ Jimmy Bell sorride soddisfatto. Non saranno mai (più?) gli House Of Lords di Gregg Giuffria, per carita', ma sono pur sempre signori professionisti. Fermento nell'area relax per l'avvistamento di una delle star indiscusse di tutto il festival, George “Mr. Scary” Lynch che sfodera le sue chitarre per il set fotografico con Alex Ruffini nel backstage.
Il pubblico li acclama, è proprio giunto il loro momento: Ladies and Gentlemen i LYNCH MOB salgono on stage
 

con un Oni Logan che brandisce il microfono come uno sciamano, Sean McNabb al basso e Scott Coogan alla batteria (ex Brides of Destruction, Lita Ford e Ace Frehley) a completare una vera all star band made in U.S.A. E' pura emozione sentire dal vivo pezzi storici come “River of Love” o veri e propri inni della Dokken-era come “Into the Fire”, “Alone Again” o “Tooth And Nail” cantate a squarciagola persino dalle pareti. Dopo un inizio in sordina la band accelera ed il duo Lynch/Logan regala attimi di finissimo hard rock cromato fino al gran finale sulle note - ovviamente - di “Wicked Sensation”. Lo stesso Oni sfoggia una bella maglietta tarocca con la cover del primo album in tinta verde fluo, maglietta che vendevano nelle baracchette all'esterno del locale: se una maglia è figa, è figa, punto! Copyright colpito e affondato.
Giunge l'ora dell'headliner, dell'ultima band scelta dalla Frontiers per concludere trionfalmente questa meravigliosa seconda edizione, i PRIDE OF LIONS. La band del duo delle meraviglie formato da Jim Peterik e


Toby Hitchcock fa capire che la scelta è stata azzeccata annullando con poche note l'altro headliner del giorno precedente (Joe Lynn chi?). La capigliatura viola del vecchietto Jim Peterik, leader dei Pride of Lions, ma soprattutto tastierista/voce dei Survivor fa capolino dal backstage. Il look è imbarazzante: sembra un incrocio tra uno dei Rockets ed un sosia di Elvis Presley sotto acido, sfoggiando orgoglioso un completo argentato con le frange. Il poco talento nello scegliere i vestiti è però compensato dall'estro come musicista e compositore: è evidente come Dio veda e provveda! Toby Hitchcock al microfono è il vocalist tecnicamente più fenomenale di tutto il FRF 2015, una vera forza della natura che fa risplendere ancora più classici dell'Aor contemporaneo come “It's Criminal”, “Sound Of Home” o “Unbreakable”, tutte canzoni estratte dal fantastico debut. C'è spazio anche per alcuni pezzi dei Survivor come “High On You” ed “Oceans”. Sale sul palco anche l'ospite annunciato, il cantante Marc Scherer, che canta due pezzi mandando in estasi il pubblico. Il festival non poteva avere epilogo più autorevole se non con “Eye Of The Tiger”, inno dei Survivor e di tutti gli allenamenti dei praticanti della nobile arte della boxe degli ultimi trent'anni: la ciliegina della torta mirabilmente sfornata dall'organizzazione Frontiers.
Uscendo dal Live Club incontriamo un sorridente Alessandro Del Vecchio: fatti i doverosi complimenti al simbolo del rock melodico italiano nel mondo ci auguriamo speranzosi in una terza edizione... lui se ne va strizzando l'occhiolino, lasciando intuire che ci stanno pensando. Sarà vero o sono chiacchiere atte a zittire gli stalkers? Ai posteri l'ardua sentenza...

Testo e foto di MATTEO TREVISINI

GO 4 ROCK Festival (feat. TYGERS OF PAN TANG)
19 - 20 settembre 2014
Gorizia
Quest’anno il Festival  “GO 4 ROCK” di Gorizia ha raddoppiato le giornate pur mantenendo l'ingresso gratuito. L’evento, nato quasi per scherzo lo scorso anno, ottenne un successo inaspettato tanto che l’associazione Go4Events ha deciso di riproporlo. Triplo salto mortale senza rete di protezione per gli organizzatori che verranno penalizzati dall’infausto nuvolone di pioggia venerdì sera, maltempo che scoraggia la partecipazione del pubblico nonostante il palco e parte del piazzale antistante siano al coperto. La seconda edizione si svolge su due giornate ed i gruppi che vi prendono parte sono principalmente regionali (venerdì si sono alternati The Glek, Roxin’ Palace, Fist Of Rage e Tystnaden, sabato invece è stato il turno di Max Navarro, Insanity Fair, Crazy Uncle e Fake Idols). Tuttavia è proprio nella serata di sabato che si è consumato il colpaccio degli organizzatori che sono riusciti a portare in esclusiva i Tygers Of Pan Tang nella loro unica apparizione italiana nell'anno di grazia 2014. Il tentativo dell’associazione di consolidare il proprio nome nei circuiti regionali, affiancandosi quindi al “Ciao Luca” di Gradisca d’Isonzo e al “Povorock” di Povoletto, attivi già da anni, è lodevole. Per chi avesse voluto godersi questi veterani della NWOBHM non restava altro da fare quindi che mettersi in macchina (anche le ferrovie con lo sciopero nazionale in quel giorni hanno remato contro) ed affrontare il viaggio verso l’estremo nord-est.

TYGERS OF PAN TANG - Live

Veniamo al concerto degli alfieri inglesi. Alle 23.15 la tensione fra il pubblico, giunto numeroso anche dalle vicine Austria e Slovenia è palpabile. Per chi non li ha mai visti dal vivo l’aspettativa dovuta agli album dei primi anni ’80 è alta, mista comunque allo scetticismo del non poter vedere più quella band in cui la stella di John "Tygerclaws" Sykes iniziava a brillare. Un sinistro rumore di sottofondo, il ruggito della tigre che attacca la sua preda e il concerto ha inizio. Siamo colpiti dalla grinta che il quintetto riversa sulle note di “Don’t touch me there” il primo singolo da “Wildcat”, l'album da cui la leggenda ebbe inizio più di trenta anni fa. I Tygers appaiono in gran forma, grintosi e precisi nonostante siano partiti alle tre del mattino da Londra per raggiungere la città isontina nel primo pomeriggio, come spiegherà più tardi il chitarrista e fondatore Robb Weir. Neanche il tempo di rifiatare che parte la velocissima "Gangland" tratta da "Spellbound" seguita dalla più recente "Rock Candy" (da “Animal instinct”) e dedicata ad un fan del pubblico locale (indovinate chi?). Iacopo Maille spiega che in progetto c’è la registrazione di “Crazy Nights Sessions” ossia la riedizione dei brani più belli di "Crazy Nights" riproposti dalla nuova formazione.  Inizia quindi una sestina da brividi: "Crazy nights", "Raised on rock", "Love don’t stay", "Do it good", "Never satisfied", "Running out of time". Per chi, come il sottoscritto, è un fan del gruppo il salto nel tempo non è un'emozione indifferente. Il medley che include "Mr. Indispensable/Paris by  air/Euthanasia" riporta al presente del nuovo album "Ambush", al periodo "The Cage" (l’album più venduto e nonostante sia da sempre al centro di sterili dispute) mentre l'intro di batteria consente di apprezzare la solidità della sezione ritmica composta da Craig Ellis e Gavin Gav Grey (basso). Seguono altri due classici dal primo album, l’esoterica "Insanity" e "Suzie Smiled", introdotta da uno dei riff più noti della NWOBHM. "Tygers Bay" ci fa apprezzare le qualità del giovanissimo chitarrista Michael McCrystall, in grado di riprodurre fedelmente l’assolo di John Sykes. Dopo il concerto il chitarrista sarà il più richiesto con cui immortalare una foto ricordo. L’energia rimasta è quindi convogliata su "Hellbound": qui la band raggiunge l’apogeo. Il coro "Tygers - Tygers"  del pubblico, infiammato da questo storico brano ai limiti dello speed metal, ne è la prova. “Keeping me alive” è forse la canzone che più di ogni altra rappresenta il sunto del suono di una carriera trentennale. In "Love potion n. 9", cantata a squarciagola dal pubblico, Meille si diverte a dirigere i cori, ma c'è altresì la consapevolezza che il concerto sta volgendo al termine. Coro unanime di pareri positivi a fine concerto e pubblico quindi soddisfatto.


L’unica critica potrebbe venire mossa per il fatto che molti ottimi brani (specie molte ballads, vecchie e nuove) non siano stati inseriti in scaletta, ma una band così longeva e che ha comunque a disposizione un’ora e mezza lascerà sempre "insoddisfatti" . Il calore e il pathos che i Tygers Of Pan Tang hanno regalato non ha prezzo e penso di poter dire che chi c’era si sia divertito.
Foto della scaletta:
 

G. Paoletti

ps: la foto della band è tratta da www.fogliogoriziano.com, clicca sulla foto per i dettagli.


FRONTIERS ROCK FESTIVAL 01 / 02 / 03 Maggio 2014 Live Club  - Trezzo sull'Adda (MI)
In rete vi sono già decine di commenti, centinaia di foto, voci di ogni genere inerenti il festival. Unanime è il coro di approvazione per l'evento che ha portato in Italia (per la prima volta in molti casi) bands i cui spettacoli gli appassionati italiani dell'hard rock anni Ottanta fino a qualche anno fa avevano solo potuto leggere su riviste salvo sobbarcarsi onerose trasferte estere. Il genere, diciamolo subito, non ha mai fatto breccia in Italia. Ed è un paradosso (uno dei tanti qui da noi) se penso che l'Italia è il paese della melodia, dell'arrangiamento, della vocalità... tutte componenti primarie del rock melodico e, addentrandosi nello specifico, dell'aor. Misteri. La Frontiers, etichetta partenopea cardine da oramai quindici anni nelle produzioni di genere, è finalmente riuscita ad organizzare l'evento che da tempo si auspicava. Il bill è di quelli che vedi una volta in vita, quindi appena trapelati i nomi la scelta non è potuta che ricadere tra il partecipare a tutti e tre i giorni o il partecipare a tutti e tre i giorni. Inutile fare riflessioni spicciole. O tutto o nulla. Solo che il nulla avrebbe fatto molto male, ancor più oggi a partita giocata e, diciamolo subito, stra-vinta.  Spesso in giro si parla di eccellenze italiane nella tecnica, nella ricerca, nell'agroalimentare... non vorrei farla troppo grande, ma pur vista con orecchio e cuore distaccati, la Frontiers Records non lo è forse nell'entertainment? Nessuno la conosce in Italia? Non vanno alla televisione di stato gli artisti della label? Nessun problema, è nell'ordine delle cose della piccola Italietta abitata da italietti, quel che conta è che la conoscono ben bene in tutto il mondo tanto che a centinaia (cinquecento, o forse più?) sono i soli fans stranieri giunti a Trezzo sull'Adda, per un weekend capitale mondiale dell'hard rock melodico. Giapponesi, spagnoli, nord-americani, peruviani, scandinavi, inglesi, tedeschi, francesi, brasiliani... non è praticamente mancata la rappresentanza di nessun paese di matrice rock. Quel che segue sono le impressioni gruppo per gruppo, poco ragionate, a pelle. Scritte di getto, senza troppe riflessioni e scremature accomodanti. E' possibile (probabile) alcuni non le condividano, quel che mi interessa però chiarire è che comunque ogni band si è dimostrata all'altezza. Stante questa premessa è prevalentemente il gusto personale ad incidere sul giudizio.   

Giorno 1. Aprono il festival gli STATE OF SALAZAR. Emergenti, svedesi, capaci, eleganti musicalmente. Mi ricordano i Titan, band svedese di un paio d'anni fa. Colpisce subito la qualità del suono che il locale è in grado di offrire.  Il Festival parte al meglio e già si immagina la resa delle bands di punta con un tale impianto.  Ma è tempo di DALTON. Mi piazzo quindi in zona transenna per sventolare la loro maglietta, cosa non si fa per donare un anno di vita a questi eroi di gioventù. Scaletta che pesca dai primi due album e performance che migliora di canzone in canzone. Mai avrei pensato in vita di assistere ad un concerto dei Dalton. Da piangerci su. I THREE LIONS hanno in formazione Greg Morgan (Dare) e Vinny Burns (Ten), il mattatore tuttavia si rivelerà Nigel Bailey, apparentemente sbucato dal nulla, singer di stampo inglese che più inglese non si può. Efficace. Impennata verticale con gli SNAKECHARMER, band di consumati rockers d'Albione (i membri li conoscete tutti) con al microfono Chris Ousey, voce degli Heartland (la mia band preferita del melodic rock inglese, lo devo proprio scrivere ora, quando mai mi capiterà una nuova occasione?). In forma smagliante, a detta di tutti, è stata una delle voci migliori della tre giorni. Sono quindi doppiamente felice. E' evidente che i  W.E.T. siano una band amata dai nuovi fans del melodic rock. Il loro è un set carico, con un Jeff Scott Soto non esaltante a dirla tutta, ma è il pubblico a fare il concerto. Con Erik Martensson, uno che sfodera on stage la maglietta degli Unleashed, mostra i suoi tatuaggi black metal e tuttavia ha strutturato anni addietro il solista di Toby Hitchcock, non ho alcun dubbio, andrei d'accordo all'istante. Che meraviglia. Dagli HARDLINE forse mi aspettavo di più. Johnny Gioieli arriva altissimo ed ha polmoni da vendere, ma la band mi è parsa disunita e lo stesso Ramos mi sa che aveva la testa al concerto del giorno seguente (con gli LRS). E' il turno dei TESLA ed il cambio palco è più macchinoso, capisci che stanno salendo gli headliners. Dei Tesla stravedo per "Psychotic Supper", gia dai tempi di Video Music. E' la prima volta che li vedo e devo dire che me li aspettavo diversi, più violenti e sguaiati, alla "Psychotic Supper" appunto. Niente paura, le attese sono fatte per essere disattese. La band recita uno show formalmente impeccabile. Suonano letteralmente da sballo.

Giorno 2. Largo al voyeurismo di primo pomeriggio per gli ADRENALINE RUSH, qui in anteprima. Mozzafiato la figura di Tave Wanning, una che conosce tutte le pose per aizzare la folla maschile e portarla a sè. Suonano un glam metal convincente e mi tocca scrivere di fidarvi sulla parola, i più è probabile non siano riusciti ad ascoltare alcunchè, impegnati (giustamente) a mirare e rimirare la velina svedese. E' il turno dei MOONLAND con al microfono Lenna Kuurmaa, già leader delle pop stars estoni Vanilla Ninja. Vocalmente perfetta, elegante e femminile sul palco, mi ha fatto dimenticare in tre secondi l'ingombrante presenza scenica della collega che l'ha preceduta. Sound fresco, elettronico qua e là. Mi sono piaciuti molto. Tommy La Verdi mi ha fatto spaccare dal ridere, che avesse tirato su una striscia di qualche cosa prima di iniziare? Non so, fatto sta che gli LRS, ovvero La Verdi (21 Guns), Ramos (Hardline, The Storm) e Shotton (Von Groove) han marcato il territorio con la tripletta finale omaggio alle tre bands di origine. Ed è qui che ti accorgi del gap tra il rock suonato negli anni 80 e primi 90 e quello odierno. Menzione per Alessandro Del Vecchio alle tastiere (anche con Hardline e Issa) che sfodera una prestazione maiuscola al canto su "I've got a lot to learn about love"  degli Storm. Torna Martensson stavolta con gli ECLIPSE e più o meno vale quanto scritto per W.E.T. Fatico un po' a digerire la proposta che è poco rock melodico e molto metal melodico, ma piacciono, la gente si diverte quindi niente di meglio per preparare il terreno ai JAKE E LEE's RED DRAGON CARTEL. "The Ultimate Sin" è il richiamo per quanti si sono defilati per una birretta e una boccata d'ossigeno. Darren Smith (Harem Scarem) canta da par suo tuttavia il set scorre a fasi alterne, regalando vette insperate sulla riproposizione di classici dei Badlands, ma anche cadute di gusto qua e là. Chiude "Bark At The Moon" per salvare capra e cavoli. Comunque qualcosa da sistemare ancora c'è. Se i PRETTY MAIDS sono in giro da una vita sempre a discreto livello è perchè non si sono autoreferenziati.  In ogni disco piazzano canzoni simili a quelle che li hanno resi celebri e riproponendole educano il pubblico ad ascoltare canzoni buone e nuove, senza cadere nella trappola dell'amarcord. Concerto impeccabile, a tratti molto heavy, ma la band è di quelle rodate e si sente. Gli STRYPER sono con i Poison la band che ho ascoltato di più da ragazzo. A differenza dei Tesla li aspettavo più sofisticati invece hanno sfoderato un assalto hair metal senza scenografia e fronzoli vari. Nulla mi poteva far più piacere. Cantano in tre ed è già un bel sentire, "Calling On You" e "Free" in sequenza per me vuol già dire trionfo, poi mi regalano pure "All For One" e "The Way" e ripenso che venti e passa anni fa quelli come me passavano pomeriggi interi ad ascoltare decine di volte le stesse canzoni fino ad impararle a memoria. Solo durante il concerto, e pure a distanza di decenni, mi sono accorto di ricordare ancora (per intero) i testi di entrambe. Nè più nè meno delle preghiere. L'indomani sarò senza voce, ma se valeva la pena perderla era per gli Stryper.

Giorno 3. Costretto al semi-mutismo dal set degli Stryper mi godo i CRAZY LIXX che trovo in palla come sempre e con nuovi innesti che ne elevano ulteriormente il potenziale. ISSA ha cantato egregiamente, impostata ed a suo agio sul palco. Non la credevo così capace. Sorprendente. Ritorna quindi JEFF SCOTT SOTO e monta la curiosità di capire se sia in forma e che set proporrà. Col talento di Spagna Jorge Salan (Mago de Oz, tra gli altri) alla chitarra il set scorre che è un piacere, uno degli show più coinvolgenti dell'intero festival, e culmina col medley dei Talisman tra il delirio dei presenti. Super.  JOHN WAITE si è presentato in splendida forma, coaudiovato da Keri Kelly alla sei corde. Prestazione maiuscola, tecnica e passione per il cantante inglese che pure si prodiga in un paio di songs dei Bad English non proposte nell'ultima calata italiana di un paio d'anni fa. I DANGER DANGER sono la band più attesa, lo si percepisce nell'aria. I più sono qua per loro. Il set si rivela un tripudio, sono la band ideale per far festa e questo è stato,  un casino dall'inizio alla fine.  Errori o problemi tecnici (che ci sono stati) passano in secondo piano. Ted Poley si fa pure il giro tra il pubblico. Missione compiuta. Tuttavia l'hard rock americano non è solo festa ed allora ecco il team WINGER a risollevare lo spessore musicale. Del resto se hai in squadra Reb Beach e Rod Morgenstein non puoi che eccellere. Prima parte di set molto dura, il suono è quello che divide a metà i fans della prima ed ultima ora, ma l'impatto è notevole.  Nella seconda parte ritornano su sonorità più classiche e quando partono le hits da MTV capisci che se eri là un perchè c'era. A questo punto sono ai limiti della (mia) tenuta fisica, ma mancano i NIGHT RANGER. Non so se siano stati una medicina o cosa, ma al termine del loro show mi sento fresco come una rosa. Sono loro i trionfatori del Frontiers Rock Festival, non vi possono essere dubbi. Come si diceva tra amici/conoscenti se in molti amiamo il suono aor, pomposo ed americano, parte del merito è di Jack Blades, Brad Gillis e Kelly Keagy (mancano Jeff Watson e Alan Fitzgerald, ma poco conta, i sostituti sono stati all'altezza). Gli United States Of Rock, signori. Suono, scaletta, impatto, intrattenimento. Del resto se gli autori americani di Rock Of Ages (il film) han scelto la loro "Sister Christian" per immortalare una delle scene più romantiche del film che posso aggiungere io che americano non sono? Gli appassionati che hanno perso questo show per motivi ingiustificati sappiano che hanno mancato un concerto probabilmente irripetibile. Il saluto con dedica di Jack Blades al padre di Serafino Perugino (scomparso da poco) è stato un momento toccante e col cavolo che mi convincerete che ovunque e sempre ai loro concerti l'atmosfera è quella che si è vissuta.  Non ci crederò mai. Il calore in sala era palpabile con mano, una sensazione fortissima.       

Si chiude così il Frontiers Rock Festival.  Il ringraziamento finale non può che andare a Serafino Perugino (il comandante della nave Frontiers, uno che, per quello che ho potuto vedere, sta in mezzo alla gente, ama la sua gente e le sue bands coi risultati che solo chi non vuol vedere mai vedrà) ed alla sua truppa di collaboratori perchè un raduno di bands simile è bello bellissimo da vedere, vivere e raccontare, ma l'impegno ed il lavoro profusi per organizzarlo e gestirlo sono enormi per usare un eufemismo. A distanza di una settimana e passa non vi è ricordo da rimuovere e capita di rado nei Festival, molto di rado. Si parla di una seconda edizione, si fanno dei nomi. Certo sarebbe fighissimo, tuttavia al momento preferisco non pensarci e fermarmi ancora per qualche giorno con la testa su quello che è stato... un sogno ad occhi aperti lungo tre giorni.

Walter B.


DEEP PURPLE (+ The Panicles)
Majano (UD), Area Concerti
24 luglio 2013

Un po’ effetto nostalgia, un po’ perché sono trascorsi quasi vent’anni dalla prima volta che li vidi, soprattutto perché il nuovo “Now What?!” è un piacevole ritorno … tirando le somme la data live dei dinosauri inglesi si è fatta di giorno in giorno sempre più obbligatoria. Numerosa la cornice di pubblico presente già quando iniziano i The Panicles.


Freschi dell’e.p. “L’alba è l’ora migliore per tornare”  in
rotazione su Virgin Radio (il singolo si intitola “Ave Maria”) vengono introdotti da Ringo, in veste di rappresentanza prima e di dj a fine serata. Seguo da anni il trio pordenonese che ha nel cantante (anche chitarrista) Michele Stefanuto il punto di forza. Ed allora come non andare per un attimo indietro di otto anni, quando l’e.p. di quei formidabili Scent Of Rain, sulla linea tracciata dai Coldplay, lasciava già intravedere qualità e potenziale? Da allora qualche cambio prima della virata in The Panicles, cui seguono i demo, i video professionali, i concorsi e per ultimo il palco di stasera. Li ritrovo oggi (su disco) sempre più capaci anche se standardizzati (tra Negramaro e Francesco Renga), dal vivo invece liberano tutto l’entusiasmo e l’emozione che una tale occasione può montare e riescono a strappare sorrisi, applausi e generale consenso. Non tutto è andato liscio nel corso del set, ma la carica ha oscurato i problemi, quindi bravi [a titolo di cronaca, qualche giorno dopo li ho rivisti in una situazione molto più intima ed hanno suonato meglio].  

Giunti a questo punto che si può aggiungere (di sensato) sui Deep Purple?


Don Airey è il sostituto ideale per non far rimpiangere Jon Lord (a cui “Now What?!” è dedicato) tanto che alla fine ne acquisto l'ottimo solista “All out” (2011, con Carl Sentance alla voce, consigliato). E’ evidente da subito che Ian Gillan e Steve Morse non siano più le saette di un tempo,  tuttavia se la portano fuori con l’esperienza il secondo ed il gigionamento il primo. Credo che le bands di un tempo (oggi  avanti con l’età) siano da giudicare live quasi esclusivamente sulla resa delle ultime produzioni:  dovessi quindi commentare le esecuzioni di  “Hell to pay”, “Vincent Price”, “All the time in the world” e “Above and beyond” …. beh,  la band supera brillantemente la prova, sui pezzi citati la determinazione e il brio che loro appartiene da sempre non sono minimamente mancati. Ian Paice (su tutti) e Roger Glover svelano ancora una volta il perché e percome una band possa aver tanta longevità, sono sempre ed ancora loro due l’anima profonda dei Purple e mi trovo a più riprese a chiudere gli occhi per dedicarmi meglio all’ascolto di questa solida base ritmica su cui gli altri possono sbizzarrirsi a piacere. Eseguono pure una “Perfect Strangers” che non mi aspetto e chiudono con “Hush” e “Black Night”. Un concerto per nulla stratosferico a conti fatti, ma sempre piacevole e soprattutto dinamico … ah, giusto, ecco cosa devo aggiungere. La qualità che ancora eleva (su tutti?) i Deep Purple nel 2013 è proprio la capacità (figlia di un tempo che non sarà evidentemente più) di suonare forte e piano, scendendo e salendo, in avanti ed all’indietro, con tutta la naturalezza di questo mondo. Una qualità che da tempo nell’hard rock si sta perdendo, per non dire si sia già irrimediabilmente perduta …


Qui la scaletta. Qui le foto ufficiali di Azalea Concerti.
Walter B.

KISS Monster Tour (+ Rival Sons) Villa Manin (Codroipo, Udine)
17 giugno 2013



Da mesi si rincorrevano voci circa la possibilità che Udine (Villa Manin, a Codroipo) potesse ospitare una data del Monster Tour dei KISS. In zona si è potuto assistere ad eventi quali Bon Jovi, AC/DC, Madonna, RHCP, Metallica, Coldplay, Iron Maiden, Bruce Springsteen, Foo Fighters e molti altri, tutti nomi che riempiono gli stadi tanto che non dovrebbe esserci nulla di strano. Ogni volta, tuttavia, mi stupisco (e compiaccio, bada bene) delle realtà organizzative locali (inutile fare nomi, i corregionali conoscono gli attori di questa crescita turistico-culturale) eppoi stavolta ci sono i KISS  … ed i KISS sono i KISS, si sa. Idoli e Rockstars intese nelle accezioni più complete. Da quarant’anni portano a spasso scenografie mastodontiche, pacchiane e pirotecniche, ideali rappresentazioni dell’american dream. Villa Manin è una cornice ideale, per dimensioni e struttura. E’ la quarta volta che li vedo, anagraficamente parlando penso di aver fatto del mio meglio, tuttavia sin dai giorni precedenti ho la sensazione che sia l’ultima. L’intento è quindi di vivere la giornata come tale, esaltante come fu la “prima volta”, anno 1996, lacrime dal mattino e di lì avanti per 15 gg.  Non è andata e non sta andando proprio così, ma facciamo finta di sì. Che Paul Stanley sia vocalmente finito si sa, che Tommy Thayer (ottimo!) non sia Ace Frehley si sa, che Peter Criss non possa valere Eric Singer si sa, che Gene Simmons si comperi Villa Manin si auspica (… sarebbe mica male!) eppure a fine concerto questi sono dettagli su cui solo i nemici del rock e dei KISS si prodigheranno inutilmente.  La band non si è mai risparmiata per onorare il suo fedele pubblico, suonasse bene o male cambierebbe nulla. I KISS hanno raggiunto lo status dei pochi che possono. Anni fa sarebbe stata tutta una sorpresa (e ripenso al 1996 …) oggi clicchi su youtube e sai già tutto. Si è persa la fame di scoperta di un tempo, quella che in molti oramai non conoscono proprio più, ed allora è ad occhi chiusi che mi avvicino al palco … “Aaaaaall right Udine, you wanted the best, you got the best, the hottest band in the world! KIIIIISS!”. Il ragno non atterra su Codroipo, ma ugualmente il circo (“Psycho Circus”) del rock ha inizio. Blackout da qui in avanti e risveglio a fine set. Non è vero, questo è quello che successe. Oggi mi sono gustato i dettagli, i colori, le fiammate, i giochi pirotecnici, le espressioni di Gene Simmons, il carisma di Paul Stanley, le indiscutibili qualità dei più giovani innesti, gli sbagli (più o meno clamorosi) … ben sapendo che quando se ne andranno i KISS se ne andrà anche un pezzo di te. Perché se è vero che ai più andare al circo mette allegria, buon per loro, a me i clown han sempre messo tanta malinconia, al di là di un’apparenza fatta di leggerezza. Lo show si chiude sulle note di “God gave rock’n’roll to you”, segno che anche i miti del rock hanno a loro volta dei propri riferimenti.

"KISS LOVES YOU UDINE", recita il commiato di un evento locale indimenticabile. Questa la scaletta della data udinese.

In apertura i RIVAL SONS, visti poche settimane prima a Treviso e di cui si possono leggere le impressioni che ne ebbi scorrendo la pagina. Questa volta mi sono apparsi più gradevoli, sgrezzando lo show in un set di mezz’ora riescono a convogliare meglio energia e canzoni a mio avviso. Il pubblico li accoglie calorosamente. Rivalutati.

Al seguente link le foto ufficiali di Azalea, l’agenzia locale di promozione dell’evento.   

Walter B.    


RIVAL SONS (+ The Balconies)
New Age Club, Roncade (TV)
04 Aprile 2013

E’ in corso da anni la riscoperta della riscoperta delle sonorità hard rock vintage (praticamente si suona da sempre la stessa cosa, quella che cambia è solo la visibilità del fenomeno, più o meno diffusa nelle stagioni), passata quindi la fase glam, trascorsa la fase grunge, superata la fase crossover e svelando il modern rock dei limiti di tenuta praticamente in tempo reale non resta che tornare sul sicuro. Il punto è che gli anni Settanta sono finiti … ed erano finiti già alla fine degli anni Settanta. Da vigilante controllore delle mode in musica ho acquistato regolarmente i due full-lenght dei RIVAL SONS (passiamo sopra ad e.p. e singoli-chincaglieria sparsa e puntiamo alla sostanza) poco dopo le rispettive uscite. Trovo tuttora che “Pressure and time” sia parecchio interessante, aggressivo e sostenuto, proprio un disco ben fatto. Voto più. La band gode da allora di buona notorietà, merito di una etichetta (Earache) che mantiene il suo perché nel marasma dell’asfittico mercato odierno.


Aprono i THE BALCONIES, provenienza Canada. Il quartetto è guidato dall’irrequieta Jackie, sorta di Alanis Morrisette in erba: voce, chitarra e tanta grinta. Sull’unico e.p. oggi disponibile appaiono ben più soft di come si sono presentati on-stage. Set breve il loro, sei canzoni in cui sprigionano l’entusiasmo che si conviene per farsi apprezzare da un già numeroso pubblico. A fine concerto vado a campione tra i presenti, il responso è che i The Balconies sono stati apprezzati da tutti. Chiudono con “Do it in the dark”, alla Kiss periodo Dynasty. Bravi e basta. Sentiremo ancora parlare di Jackie? La mia impressione è fortissimamente sì. Avanti coi californiani.


Si insediano sul palco con fare da stars … e già comincio ad insospettirmi (in realtà volevo scrivere “e già mi stanno sui coglioni”). Benissimo. Capiamoci però. Al di là del piacere e godimento all’ascolto mi interessava percepire se vi fosse sostanza vera in questi yankees (parolona…). Li ho ascoltati con estrema attenzione quindi, con fare quasi calligrafico e pedante. Penso che nessuno possa dire non si tratti una buona band. Buona band, appunto. Tuttavia fermiamoci qua. E’ emerso che i punti di forza sono la voce del frontman (e si sospettava), ma anche una discreta coralità d’assieme. Il problema è che di minuto in minuto la sensazione che lo spettacolo (… o proprio tutta la band?) sia una mera costruzione figlia del momento e del sistema (o dell’anti-sistema) di intrattenimento americano prende piede in lungo ed in largo. Ripeto, concerto e canzoni gradevoli anche se spesso trascinate, ma dovessi dare un voto all’istinto (il loro) non potrebbe che essere insufficiente. Maledizione, mica è colpa mia se in giro per il mondo riviste e quant’altro (sotto pagamento) ne tessono le lodi come fossero i nuovi Led Zeppelin o i Doors anni 2000. Relax. Calma. Molta calma. Piazzano nel mentre tutti i loro buoni singoli, e le quotazioni salgono, poi verso la fine il chitarrista si lancia in un assolo (o quello che era) disgraziato e fuori contesto. Boh, apriti cielo … qualcosa non mi torna di nuovo. Ho scambiato (anche nei giorni a seguire) pareri con musicisti ed appassionati veri all’hard rock settantiano (alcuni senza dubbio più competenti di me in materia) ed i pareri maschili (specifica importante) sono unanimi. Nessuno, e dico nessuno, si è prodigato in elogi, solo pareri contenuti … ripiegando in più casi la discussione sulla buona performance dei The Balconies. Per dire. Personalmente penso che il cantante (pur in serata non al top … a tratti pareva estraniarsi e non perché fosse fatto di allucinogeni) sia l’unico valore aggiunto, ma per sole capacità tecniche, ovvero cose che in un contesto rock contano fin là. Voto globale: 6 = (sei meno meno). Compitino portato a termine. “We will come back to you …” recita a fine set. “Mah …” ho pensato tra me e me.

Walter B.


SKUNK ANANSIE Live (special guest:  THE JEZABELS)
Pala Arrex, Jesolo (VE)
21 novembre 2012


Alle 20:20 salgono i The Jezabels, band australiana scoperta per caso mesi fa, da subito entratami nella testa ed a cui tengo quindi moltissimo. Scoprire che avrebbero fatto da spalla agli Skunk Anansie è stata la classica ciliegina sulla torta. Su cd propongono un coinvolgente (o sconvolgente? No, non ancora …) rock di matrice new-wave primi Ottanta alla U2, contaminato del minimalismo contemporaneo  di respiro norvegese o, appunto, australiano. Spicca la voce di Haley Maria, ideale mix di Kate Bush, Stevie Nicks e Dolores O’Riordan in quote decrescenti secondo l’ordine scritto. Dal vivo (a differenza del cd) è emersa prevalentemente la quota noir-decadente del gruppo, sia nell’immagine che nell’impronta generale assunta dalla musica. Una band che trovo  fortissima, ancora non del tutto a proprio agio su palchi tanto importanti, ma non mi stupirei di ritrovarli da qui a due anni catapultati in alto nel ranking pop, congiunture economico-musicali permettendo. Fermo restando che mai diverranno di massa. Gentili ed emozionati off-stage sono quanto di meglio ci si potesse aspettare in apertura di serata.
Gli Skunk Anansie, eh già … cosa aggiungere che non sia già stato scritto dagli esordi alla serata di Jesolo? Sono tuttora in visibilio se ripenso a Skin. Già così avrei detto tutto.  Si presenta fasciata la mano sinistra causa fastidioso infortunio verificatosi nel corso della data precedente (a Roma), ma poco conta. Quando irrompe sul palco il soldatino Skin è un tripudio. La cantante saltella in moto perpetuo svelando un impatto ritmico vulcanico, il groove che la circonda è arrapante, la performance vocale sarà impeccabile lungo tutta la durata a vantaggio di un pubblico che di canzone in canzone non sta più nella pelle e se potesse le si butterebbe addosso. Quando, durante l’esecuzione di “Weak”, Skin ne intona il coro sorretta in piedi (!) dai fans per poi lasciarsi cadere a peso morto all’indietro sugli stessi, allora comprendi a fondo che lo status ed il rispetto maturati sono solo meritati. Tuttavia non si è che all’inizio. Più in là riesce (con non poca fatica a dirla tutta … il pubblico o non capiva una parola di inglese da prima elementare o non voleva rischiare di perdersi alcun istante, facciam finta sia vera la seconda ipotesi) ad accucciare tutta la platea prima di farla saltare e farsi trasportare sulle teste dei presenti per 30-40 metri. Sottolineo che questi gesti avvengono senza la consueta scorta di sicurezza appresso e nonostante  la bolgia sia di quelle che contano. Lo spettacolo è memorabile, di quelli che mi faranno rivedere la personale classifica dei frontmans-girls più carismatici ammirati in azione. Credo di non trovare dissenso affermando che Skin abbia regalato (facciamo pure anche “venduto”) una gioia alla vista oltre che allo spirito in rock. Ci sono anche le canzoni, ovvio, quelle che ti aspetti, il greatest hits della band, i singoli da MTV, più gli estratti dall’ultimo, ottimo, “Black Traffic”. Se penso che (ahimè) non ho più sedici anni e che con l’età la vena polemica non mi manca tuttavia l’unica conclusione che riesco a trarre è che questi Skunk Anansie l’abbiano davvero fatta grossa a Jesolo. A questo punto non mi resta che bissare la presenza alla prossima occasione live di Skin e soci per fugare ogni (possibile) riserva circa il fatto di essermi trovato in mezzo ad uno degli eventi più coinvolgenti della mia esperienza concertistica.

Walter B.

PS: al seguente link le foto ufficiali, direttamente dal sito di Azalea Concerti: www.azalea.it/PhotosEvent.asp?EvtID=1457

W.A.S.P. (+ Elvenking) 20/11/2012, New Age (Treviso)
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Gli W.A.S.P. sono stati una delle migliori bands dell’hair metal ed, alla pari di altre coeve, hanno inanellato nella prima parte di carriera una sfilza di dischi  memorabili (nel genere), perserverando con continuità e qualità negli anni novanta fino ad oggi. Pubblicarono pure quel "The Crimson Idol" che personalmente ritengo emblema (ma anche epitaffio) della più intrigante diramazione sia girata attorno all’hair metal. Blackie Lawless è una figura cardine del movimento sin dagli esordi ed oggi, nonostante l’inesorabile passare degli anni ed a dispetto di show brevi (stasera si è comunque sfiorata l’ora e venti, contando le due brevi pause)  mantiene ancora la presenza, lo sguardo deviato e malefico, l’impatto epidermico che lo hanno reso il personaggio che è. Il locale è pieno (ancora una volta il binomio New Age – W.A.S.P., che dura da anni, si dimostra vincente) ed il pubblico non manca a più riprese di omaggiare il frontman che, sistematicamente, gira il saluto alla band che da qualche anno lo accompagna, rinverdendone così il nome.
Spettacolo diviso in tre parti: nella prima si salta, si salta e si salta ancora di più di classico in classico, raggiungendo l’apice dell’intensità nel corso della doppietta in medley “Sleeping (in the fire) / Forever Free”. “The Crimson Idol” è un album fondamentale (mi ripeto), ma devo mio malgrado ammettere che dal vivo non rende quanto su disco ed è così che nella seconda parte poco manca agli sbadigli. Nel finale si riprendono i temi della prima parte e il motore torna a girare fino al consueto rock’n’roll finale di “Blind In Texas”. A fine serata scambio due battute col fonico della band per cercare di fargli tradire un commento sul cantato di Blackie, appagante e direi (fin troppo) sorprendente dall'inizio alla fine. "He sings along ..." mi risponde e se ne va con un sorriso tra il sorpreso ed il beffardo. Blackie rimane uno di quelli stagionati meglio vocalmente (specie se penso alle miserie di Vince Neil, Stephen Pearcy, David Coverdale ...) e per stasera mi lascio convincere dalle parole del suo (evidentemente fidato) roadie.
In apertura hanno suonato gli Elvenking, forti del nuovo album “Era”. Non ho potuto assistere al loro show, tuttavia, memore di precedenti performances e avendo comunque scambiato più di un parere coi presenti, pare abbiano offerto un’ ottima (pur se breve, si parla di 20-25 minuti) apertura alla band americana.


Walter B.  



MICHAEL MONROE – Live al New Age
Roncade (TV),  13 maggio 2011
www.newageclub.it
www.michaelmonroe.com

Ogni calata di Michael Monroe, sia essa da solista o assieme agli Hanoi Rocks, è da trattarsi alla pari di un  evento.  Il concerto al New Age (ma mi si dice che altrove la performance sia stata analoga) è probabilmente il migliore dei quattro che ho visto negli anni dell’icona rock’n’roll finlandese. Introducono i Big Guns, band locale già su queste pagine che si prodiga in una mezz’oretta ben suonata. Propongono le canzoni tratte dal primo cd “Between a Pleasure and Addiction”, ove spiccano “Trash dead city” e l’ottima “Prisoner of my way”, naturalmente eseguite. E’ noto che la formazione di Monroe per il tour a supporto dell’ultimo “Sensation Overdrive” sarà la medesima del “Live In Helsinki” (pure di recente pubblicazione), quindi Sam Yaffa (Hanoi Rocks) al basso, Ginger (Wildhearts) e Steve Conte (NY Dolls) alle chitarre, Karl Rockfist (Danzig) ai tamburi. Ginger esce on stage pittato alla King Diamond e solo di canzone in canzone il trucco colerà svelandone i lineamenti. Mi è piaciuta questa scelta di trasformismo in divenire. L’attrazione numero uno però resta Mr. Monroe, in forma olimpica, incredibilmente ringiovanito rispetto all’ultima volta. Non so come spiegarmi, ma la band era un lanciafiamme continuo. Ritmo infernale, buona qualità audio, scaletta a cui non puoi chiedere di più anche se non sei un fan, look colorato, sorrisi e strette di mano per tutti. Certo, lanciarsi in due anthems assoluti dei Demolition 23 quali “Nothin’s Allright” e “Hammersmith Palais” automaticamente ti fa vincere punto, set, partita, torneo, guerra.  Aggiungi un estratto dall’eccellente “Not Fakin It” (Dead, Jail or Rock’n’Roll), super classici Hanoi Rocks come “Motorvatin” o “Back To the mystery city” e non ce ne può più essere per nessuno nel genere, Hardcore Superstar compresi (certo che se non stilo classifiche di merito ripetutamente mi pare di non essere chiaro).  Un live del tutto appagante, con un Monroe capace di mettersi più volte (saranno quattro) IN PIEDI sulla transenna antistante il palco, sorretto (e vorrei vedere) dai fans. Io, giuro, la prima volta ero sicuro ci lasciasse le penne, le successive invece stentavo a credere ci stesse riprovando …  uno, due, tre volte … non ci ho più visto, questo è pazzo. Totale (ho avvistato almeno un video su YouTube che riprende queste acrobazie).Monroe  non si è naturalmente fatto mancare le proverbiali spaccate e gli intermezzi di sax e armonica. Servizio full, per intenderci. In pochi giorni sono passato da John Waite a Michael Monroe, due live troppo avvincenti per non farmi temere un paio di concerti sottotono da parte di qualcuno. Chi saranno i mal destinati ???


Walter B.    


[ notizie last minute recitano che Dregen avrebbe (già) sostituito Ginger alla chitarra, volete sapere la mia? Mi sta bene essermi beccato il live con Ginger … ]  


JOHN WAITE  - Live al Teatro Miela
Trieste, 06 maggio 2011

www.johnwaite.com
www.triesteisrock.it

Mai avrei creduto di assistere ad uno show di John Waite in Italia. Conosciuto ai più per il successo maturato alla voce dei Bad English, il singer americano vanta una carriera più che trentennale forte dell‘ interpretazione nei  cinque dischi dei Babys, già a partire dagli anni Settanta.  Come tutti i grandi singers Waite vanta naturalmente anche una ottima (nella qualità) e nutrita (nella quantità) carriera solista, di cui l’album “Rough and Tumble” è solo l’ultimo tassello. La band che lo accompagna è composta  (tra gli altri) dal multiplatinato Kyle Cook alla chitarra (suoi sono alcuni mega hits dei Matchbox 20) e dal raffinato bassista Timothy Hoogan, da qualche anno al seguito del cantante e di cui non mi stupirei una carriera parallela su versanti parzialmente distanti dal rock. Ho partecipato nel pomeriggio alla conferenza stampa , organizzata con cura da Trieste Is Rock, “incosciente”, ma eroica, realtà giuliana non nuova a portare in regione nomi di culto per appassionati, ma non solo (il punto è che in Italia anche se hai venduto milioni di copie vieni incanalato nei circuiti di nicchia. Misteri, ma verità).  Waite appare disponibile, tra domande giocoforza banali ed altre più convincenti, ciò che mi interessa è però osservare come sia una persona posata, scavata nell’aspetto, ma a pelle si nota una sua distinta rilassatezza dapprincipio e questo deve essere posto anche a merito di chi lo ha accolto. La città di Trieste in questo senso non poteva essere location migliore, il teatro si affaccia praticamente sul mare e la giornata è limpida, ideale persino per fare due passi. Tutto concorre ad aspettarsi un grande live. E così è stato. Il teatro è intimo, gremito, verosimilmente sono attorno a 250 gli spettatori,  l’acustica rende giustizia alla band ed alle canzoni. Apre Abbazabba, cantautore locale che in duo propone le proprie canzoni, sfoggiando una interpretazione maiuscola, cresciuta verosimilmente sui miti di Jeff Buckley e Bruce Springsteen. Una piacevole scoperta (per il sottoscritto, beninteso). Sono un po’ “preoccupato” a questo punto, la gente occupa i posti a sedere educatamente e con ordine, ma pensare di assistere ad un live comunque energico e rock dalla poltrona è una esperienza che ho vissuto (per fortuna ) una sola volta e non vorrei mai fosse proprio questa  la seconda. Fortunatamente i fans si catapultano sotto il palco ed allora sì che lo spettacolo può iniziare per davvero. Dire che mi aspettavo qualcosa di diverso sarebbe inesatto, auspicavo un concerto baciato da ottime performances da parte di tutti e così è stato. Uno show di gran classe, egregio strumentalmente e vocalmente, bilanciato sulla carriera senza forzare sul repertorio più noto. Un set rock, da assaggiare e gustare piuttosto che azzannare. Trovano spazio un paio di classici Babys, estratti solisti, un Bad English, un paio di rifacimenti e qualche nuova songs (su tutte cito “Evil”, song d’altri tempi). L’energia non viene mai meno, con i fans che sognano tra le luci on stage. Poi queste si abbassano, piano piano il pubblico defluisce, si smorzano gradualmente l’energia e l’adrenalina … ma comincia a girare la voce (rendiamo omaggio a Max Barzelatto, co-organizzatore delle serata) che Waite uscirà per cantare a cappella “When I See You Smile”, celebre song dei Bad English. Stento a credergli e sono lì lì per scappare,  siamo rimasti oramai in pochissimi quando finalmente esce il singer che, nell’abbraccio dei presenti dimostra di riuscire ad essere intonato anche con tutte le attenuanti del pianeta per non esserlo. Unico. Per i più curiosi nella nostra pagina di Facebook si può trovare la ripresa di questo after-show. Mancano solo le pacche sulle spalle, le foto ricordo, i complimenti sinceri, qualche autografo e si può ripartire. Un’altra tacca è stata incisa,  questa però vale più di altre. Il ringraziamento finale va all’organizzazione  Trieste Is Rock (www.triesteisrock.it), chi sa di essere  stato parte della riuscita della serata si faccia un applauso, lo merita, il tutto nella naturale speranza altre serate analoghe possano essere pianificate e programmate.


Walter B.



LAIBACH –  Live al Teatro Stabile Sloveno 
Trieste, 04 febbraio 2011  

Allora, non si comincia un pezzo con “allora” e lo so, ma il disinteresse della forma mi diventa sempre più un’occorrenza. Dunque, riprendendo da quell’allora messo in cima, sono stato a vedere e sentire i Laibach. Ho le prove: conservo il biglietto, qualche foto, qualche video, una maglietta, un dvd acquistati nonché la foto che allego al testo, disponibile solo ai presenti. Di questi tempi un alibi al di sopra di ogni sospetto serve sempre, specie a chi non può difendersi. Ma che succede quando è proprio l’alibi a metterti alla sbarra ? … se è vero (ed è vero) che la stampa inglese (naturalmente conservatrice … e la domanda spontanea quindi nasce: ne esisterebbe quindi anche un’altra in Inghilterra? Boh, non voglio imparare nulla della cucina inglese, ma tiro ad indovinare e dico no) già a fine anni Ottanta etichettò la band slovena “il gruppo più pericoloso del mondo”. Figurarsi oggi. Ma in U.K. si fa da sempre un gran parlare di musica, lassù tutti possono scontrarsi su tutto, qui in Italia invece, che della musica non frega un cazzo a nessuno, partecipare ad un simile evento automaticamente potrebbe indurre qualcuno a metterti una croce sopra. Tutto sto fiato sprecato (perché voi mi leggete a voce alta, vero?) per dire che la Mute Rec. (la label dei Laibach) è inglese e necessariamente promuovendo il Male promuove le sue casse. Orbene, vediamo di fare chiarezza adesso. Una volta assemblata ed ordinata nei posti a sedere l’auto che condurrà noi quattro (che cito, sempre in ordine ad un eventuale concorso di colpa: Claudio, Simona, Masi, ovvero il C.S.M) si parte direzione Teatro Stabile Sloveno a Trieste. Arriviamo in ritardo, non troviamo parcheggio, bestemmiamo in silenzio e giriamo un po’ a vuoto prima di abbandonare disperatamente l’auto come fanno tutti, ovvero a caso, in una piazzola in tripla fila lontanissimi dal Teatro, ma ragionando che, con tre manovre ardite, un po’ tutti riusciranno a svincolarsi dai rispettivi incastri senza danneggiare ulteriormente le già segnate carrozzerie. Entriamo finalmente, sold-out. Ottimo! Noi siamo pure sprovvisti di biglietto. A questo punto intervengono le cicatrici di anni di militanza musicale che, vistose sui volti, hanno intimorito la guardia nazionale slovena. Verificata la provenienza mia e del Masi (abbiamo fatto da garanti per gli altri due) ci hanno consegnati alla più affascinante hostess del Teatro per condurci al terzo anello. Saliamo esattamente alla fine della prima parte. Ho mancato i Laibach dal vivo già due volte in circostanze misteriose nel 1994 e qualche anno fa, stavolta ero del tutto deciso ad andare contro il detto popolare. Mi rendo peraltro conto che per superare i proverbi si deve comunque accettare un compromesso. Trovo comunque un buon posto in piedi e si comincia. Attaccano con “Tanz mit Laibach” ed è subito tripudio. Sì, tripudio di suoni, di luci, di impatto, di scenografia, di attitudine, di efficacia. Non sono un guru, ma nemmeno uno sprovveduto, di concerti dark, industrial, folk, elettronica, ascolto i Laibach dalla prima ora, ma solo ora capisco di averli sempre sottovalutati. Questi qui sono una “big thing”, segnatevi le mie parole. Non faccio tempo a richiudere la bocca spalancatasi famelica di estasi che segue “Alle Gegen Alle”. A questo punto sono del tutto paralizzato mentalmente (più del solito, intendo), ciononostante impossibilitato a stare fermo. Il gioco di luci è calibrato sullo spettatore, sulla ritmica e l’enfasi lirico-immaginifica che scorre sullo sfondo completa il messaggio corporale, mediatico e sonoro che la band da sempre vuole incanalare. Il pubblico è stregato e si vede, lo si percepisce, nessuno fiata, sono tutti annichiliti. Il rispetto per la band si misura sui titoli di coda (già , perché un live dei Laibach è un film, non un semplice concerto di suoni), quando i cinque escono sul palco a salutare i paganti, sulle note di “Life Is Life” e “The Final Countdown” pre-registrate,  in una sorta di abbraccio amichevole che tanto (nello stile) può insegnare a tanti (che naturalmente mai avranno l’interesse di seguire qualche forma artistica diversa da quella che già conoscono). Il banco del merchandising viene desertificato dagli spettatori, signori e signore di mezza età, anziane coppie che di certo hanno l’abbonamento stagionale (il concerto rientra nella programmazione… perché quindi non partecipare a questa manifestazione di giovani? Un “bravi!” agli ultrasessantenni presenti) e che mi trovo fianco a fianco  a scegliere qualche cd da acquistare in ricordo della serata o forse da regalare ai nipoti. Non mancano naturalmente i fans integerrimi e li vedi subito. Servono sempre tutti ad un buon ballo in maschera. Ho acquistato il dvd didattico del 2006 “Divided States Of America”, il documentario che racconta le 15 date dei Laibach negli States, durante il periodo elettorale a cavallo della nomina di Bush come presidente. E’ una proiezione definitiva, quella che descrive le regole ed i dettami dell’NSK, quell’ideale costrutto formale che, nello specifico, demolisce i regimi totalitari senza criticarne esplicitamente alcunché. Il pubblico e l’ascoltatore viene condotto ad osservare e  riflettere su ciò che lo circonda quotidianamente, che non vede o non vuol più vedere. E’ la Neue Slovenische Kunst di cui i Laibach sono la voce più nota ed orgoglio nazionale. Il resto sono supposizioni e pensieri (errati) di osservatori distratti da apparenze appariscenti. A distanza di giorni ritengo sia stato un dramma musicale aver mancato la prima parte dello spettacolo, ma sarebbe stato un delitto mortale averlo perso del tutto.
Il racconto è finito, ma chiudo riportando uno dei tanti aforismi estratti dal documentario:
“Consideriamo l’umorismo con la massima serietà e ci rifacciamo a quel tipo di humor che non accetta gli scherzi”.

Walter B.



Adler‘s Appetite @ New Age – Roncade (TV)
04/02/2011 Ho raccolto un paio di amici venerdì sera per andare a vedere l’ex batterista dei Guns & Roses. E spendere il nome di quella band è bastato a farmi seguire. Dal canto mio le aspettative si limitavano a un po’ di buon vecchio hard rock suonato da veterani con il bollino blu. In aggiunta alla curiosità di vedere all’opera il giovane cantante Rick Stitch, che cerca visibilità per lanciare i suoi promettenti Ladyjack. Purtroppo non si fanno vedere i Ramblin’ Boy, che dovevano essere una delle band di spalla, e che consiglio di tenere d’occhio. Dall’Inghilterra arrivano solo i Knock Out Kaine, ottantiani nel look e nel sound, bravi tecnicamente ma davvero troppo nostalgici. Dopo una infinita preparazione, curata da un giovane roadie di insopportabile pignoleria, sale sul palco la band attesa, davanti a un pubblico corposo, ma non da tutto esaurito. Rivedo con molto pacere Chip Z'Nuff, che ebbi occasione di conoscere nel tour del 2004. Dietro i suoi occhialoni, con una aplombe degna di un ricevimento dalla regina, sembra il deus ex machina del gruppo. Il tocco sul basso è morbido e lui sembra a tratti divertirsi, visto che lascia trapelare qualche sorriso. Chi lo conosce sa che mollerebbe tutto per fumarsi quella sigaretta che tiene attaccata alla paletta del basso e che si mette in bocca, spenta, verso il termine del concerto. Gli occhi sono tutti puntati su Steven Adler. Quando si siede dietro alle pelli, noto che l’aspetto è sempre giovanile, i capelli sembrano “troppo” gli stessi dei tempi d’oro e la bocca è distorta in una emiparesi che mi insospettisce. La rullata è ancora precisa, l’uso intensivo dei piatti, che mi aveva affascinato su “Appetite for distruction” si lascia ancora godere. Il nostro, beve coca cola e fa di tutto per comunicare con il pubblico, gesti e lancio di bacchette esauste. Sbaglia un paio di attacchi e, da come si guardano gli altri componenti, forse non ha fatto apposta anche se cerca di dissimulare. Il peggio arriva quando prende il microfono e con una voce strafatta ci apostrofa. Forse non hai perso il vizietto eh vecchio Steven? Fatto sta che, probabilmente, questa band è la cosa più vicina alle sonorità dei Guns che si possa sentire oggi. I due chitarristi, Michael Thomas (FASTER PUSSYCAT) e il rimpiazzo di Alex Grossi, sono gente che da 30 anni macina note e perpetua le rimembranze di una musica ormai troppo lontana dagli anni del suo massimo fulgore. Ma ai quarantenni, come a molti che invece in quegli anni nascevano, piace questa sorta di “The best of Guns and Roses” o per meglio dire “The best of Appetite for distruction” con cui è pur sempre possibile pogare. Viene suonata e particolarmente apprezzata anche Civil War, l’ultima suonata da Adler prima dell’estromissione dai Guns and Roses.
Ottima la prestazione vocale di Stitch, evidenzia una personalità decisa, senza timori reverenziali e non fa rimpiangere l’antenato tranne che per una assurda maglietta dei Nirvana; fossimo stati negli anni 80 il pubblico gliela avrebbe strappata di dosso. Invece gli spettatori si godono la migliore delle cover band, forse non accorgendosi neppure dei tre inframmezzi, le nuove canzoni degli Adler’s Appetite, che nel contesto mi sembrano superflue.
Pietro M. Si ringrazia lo staff del New Age Club per il supporto.


Circa la scaletta:
01. Reckless Life (GUNS N' ROSES cover)
02. Nightrain (GUNS N' ROSES cover)
03. Out Ta Get Me (GUNS N' ROSES cover)
04. My Michelle (GUNS N' ROSES cover)
05. Stardog
06. Civil War (GUNS N' ROSES cover)
07. Mr. Brownstone (GUNS N' ROSES cover)
08. Fading 
09. Rocket Queen (GUNS N' ROSES cover)
10. Sweet Child O' Mine (GUNS N' ROSES cover)
11. Alive 



Verdena live @ Rivolta (Marghera) - 29/01/2011

www.verdena.com
www.rivoltapvc.org


Dopo tanta attesa finalmente riecco i Verdena live. Un Rivolta sold out attende in trepidante attesa i bergamaschi dopo tre anni di un silenzio meditativo che tutti sperano esploda davanti ai loro occhi. A scaldare la serata ci pensano i Love in Elevators con Marco Ghezzi, ospite d’eccezione preso in prestito dai Sakee Sed. Ho visto i veneziani parecchie volte live e come sempre si dimostrano scattanti e incazzati a dovere nel presentare il loro nuovo “Il Giorno dell’Assenza”.
Il locale li aiuta vista la buonissima acustica e il palco da grandi occasioni. Dopo circa mezzora di spettacolo ecco il momento più atteso, le luci si abbassano ed entrano gli autori del tanto chiacchierato Wow. Sono molto curioso di sentire come suona dal vivo il nuovo disco e come se la cava con i vari strumenti Omid Jazi, il musicista assoldato per dare un tocco in più alle sonorità della band.
In una bolgia di applausi si parte con Alberto al piano con “Adoratorio” e si capisce fin da subito che qualcosa nei Verdena è cambiato. La maturità dei suoni e dei movimenti si fa sentire e riesco a percepire dalle prime note il salto di qualità notevole fatto dalla band. Sarà perché col piano si hanno nuove e più ampie sonorità, sarà perché ci sono i cori (una novità per i Verdena), sarà perché Omid sembra aver sempre suonato col gruppo ma il risultato è ottimo.
Ok è solo la terza tappa del tour ma la grinta e la voglia di fare è davvero sbalorditiva.
Il concerto si snoda in quasi due ore di musica ininterrotta con 27 canzoni che presentano giustamente il nuovo doppio album, passando per le tracce più rock di Requiem e con le chicche Spaceman e Viba. Un susseguirsi di dolcezza, psichedelia, rock che accontenta tutti dagli aficionados della band ai curiosi che non li avevano mai sentiti. Razzi Arpia Inferno e Fiamme è la nuova hit accolta con enfasi dalla quasi totalità dei presenti.
Personalmente è la prima volta che vedo così tanto calore ed ammirazione verso il trio e posso affermare di aver partecipato al loro miglior live che io abbia mai ascoltato.
I meritati applausi alla fine del concerto sono un piccolo riconoscimento a questa band che sta tenendo ancora in vita il rock nelle sue mille sfaccettature.

Di seguito la scaletta completa del concerto:
1. Adoratorio 2. Scegli Me 3. Per Sbaglio 4. Spaceman 5. Lui Gareggia 6. Nuova Luce 7. Il Caos Strisciante 8. Logorrea 9. Tu e Me 10. Castelli per Aria 11. Razzi Arpia Inferno e Fiamme 12. Muori Delay 13. Le Scarpe Volanti 14. Miglioramento 15. Il Nulla di O. 16. Viba 17. Badea Blues 18. Loniterp 19. Starless 20. Rossella Roll Over 21. Isacco Nucleare 22. Sorriso in Spiaggia part I e II 23. Il Gulliver 24. Was? 25. Sul Ciglio 26. Lei Disse
Un ringraziamento al C.s.o Rivolta e a Chiara di Propapromoz per la collaborazione
Giovanni B.
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Le Luci della Centrale Elettrica live @ New Age (Roncade) - 21/01/2011
www.leluci.net

www.newageclub.it


Uno dei live che mi affascinavano di più era quello di Vasco Brondi e delle sue Luci della Centrale Elettrica. Il poeta in musica dei giorni nostri non volevo proprio perderlo e allora via verso il noto New Age di Roncade. Dopo aver dato un occhiata al banchetto dei dischi (c’è anche il vinile del nuovo “Per ora noi la chiameremo felicità”) mi piazzo a 4 file dal palco e aspetto il quartetto che si fa aspettare da un locale quasi gremito segno che la musica che conta si sta facendo strada. Lo spettacolo inizia e tutti son li ad osservare attenti mentre nella loro testa scorrono le verità e i fatti degli anni zero. Sembrava di stare a teatro..mai cotanta attenzione era balzata ai miei occhi durante un concerto!! Vasco e colleghi presentano il nuovo disco riscuotendo sempre un grande applauso alla fine di ogni canzone e quando verso la fine propone le chicche del vecchio album che l’ha portato al premio Tenco (da “Lacrimogeni” a "Per combattere l’acne") la gente quasi lo sovrasta cantando in segno di condivisione della linea di pensiero del giovane Ferrarese. Un live pulito e convincente anche grazie al supporto di percussioni, chitarra elettrica e il violino di Rodrigo d’Erasmo (Afterhours). Uno spettacolo a tratti dolce a tratti vibrante con le voce che incarna al massimo i sentimenti del cantautore. Molto coinvolgente il finale dove Vasco si allontana dal microfono, cantando e avvicinandosi alle prime file come per dire..si sono con voi, sono come voi, so che la pensate come me. Applausi e strette di mano per chiudere una serata che certamente ricorderemo come una tappa dei tour più belli del 2011.

Giovanni B.
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